Il marchio Piazza Italia sotto amministrazione giudiziaria: lo decide il Tribunale di Firenze
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Un marchio conosciuto dal grande pubblico, presente con centinaia di punti vendita su tutto il territorio nazionale, finisce sotto la lente della magistratura.
Il Tribunale delle misure di prevenzione di Firenze, su impulso della Procura di Prato, ha disposto l’applicazione dell’amministrazione giudiziaria nei confronti di Piazza Italia Spa, società con sede legale a Nola, in provincia di Napoli, e protagonista storica del mercato dell’abbigliamento a prezzi accessibili.
La decisione rappresenta un passaggio di rilievo non solo per l’azienda coinvolta, ma per l’intero comparto della moda fast fashion, spesso accusato di reggersi su catene produttive opache e su un sistema di subappalti difficilmente controllabile. L’obiettivo del provvedimento non è punitivo in senso stretto, bensì preventivo: interrompere meccanismi considerati a rischio di illegalità e ripristinare condizioni di legalità e trasparenza nella gestione aziendale.
Cos’è l’amministrazione giudiziaria e perché viene applicata
L’amministrazione giudiziaria è una misura di prevenzione prevista dall’ordinamento italiano e viene applicata quando un’impresa, pur non essendo direttamente accusata di reati, risulta agevolare o trarre beneficio da attività illecite poste in essere da soggetti terzi. In sostanza, il tribunale non interviene per chiudere l’azienda, ma per affiancare o sostituire temporaneamente gli organi di gestione, affidandone il controllo a un amministratore nominato dal giudice.
Lo scopo è duplice: da un lato impedire che l’impresa continui a operare all’interno di circuiti produttivi irregolari, dall’altro salvaguardare l’occupazione e il valore economico dell’azienda stessa. Una sorta di “commissariamento mirato” che punta a rimuovere le criticità senza distruggere il tessuto produttivo.
Le indagini: esternalizzazioni e subappalti nel distretto pratese
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, a partire dal 2022 Piazza Italia avrebbe affidato una parte rilevante della produzione a due aziende attive nel distretto tessile di Prato, un’area da tempo al centro di numerose inchieste sullo sfruttamento del lavoro. Le due imprese, nel tempo, sarebbero risultate riconducibili agli stessi imprenditori di origine cinese, attualmente indagati per intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera.
Il nodo centrale dell’indagine riguarda la mancata verifica, da parte del committente, dell’effettiva struttura organizzativa e della capacità imprenditoriale delle aziende terziste. Secondo la magistratura, Piazza Italia non avrebbe esercitato un controllo adeguato sulle condizioni in cui si realizzavano i capi destinati alla vendita nei propri negozi.
Manodopera irregolare e condizioni di lavoro estreme
Le verifiche condotte dalla Procura hanno portato alla luce un quadro allarmante. Le aziende subappaltatrici avrebbero impiegato lavoratori privi di regolare contratto, in alcuni casi senza permesso di soggiorno, costretti a turni estenuanti che arrivavano fino a dodici ore al giorno, sette giorni su sette.
Le retribuzioni sarebbero state ben al di sotto degli standard previsti dai contratti collettivi, mentre le condizioni di sicurezza e di alloggio si definivano gravemente degradanti. Capannoni trasformati in dormitori, assenza di misure antinfortunistiche, ambienti insalubri: elementi che, secondo gli investigatori, non possono essere considerati episodi isolati, ma parte di un sistema strutturato.
Profitti elevatissimi e costi compressi
Uno degli aspetti più significativi emersi dall’inchiesta riguarda la redditività del modello produttivo adottato. Gli inquirenti stimano che il sistema di esternalizzazioni avrebbe garantito margini di guadagno fino al 300% rispetto ai costi sostenuti per la produzione.
Un risultato ottenuto comprimendo drasticamente il costo del lavoro e trasferendo il rischio d’impresa su una rete di fornitori caratterizzati da una gestione opaca. Un meccanismo che, pur consentendo prezzi competitivi sugli scaffali, solleva interrogativi profondi sulla sostenibilità etica dell’intera filiera.
La voce dei sindacati: “Una battaglia iniziata anni fa”
La decisione del Tribunale di Firenze ha ricevuto un’accoglienza con favore dai sindacati di base. In particolare, Sudd Cobas Prato Firenze ha ricordato come le prime denunce risalgano al 2022, quando una protesta dei lavoratori della filiera arrivò simbolicamente davanti alle vetrine del marchio, nel centro commerciale I Gigli.
Secondo il sindacato, quei lavoratori – oggi protagonisti di una sentenza del Tribunale del Lavoro – hanno ottenuto il riconoscimento di contratti a tempo indeterminato e risarcimenti per decine di migliaia di euro, nonostante per anni non avessero mai visto un contratto né ricevuto una retribuzione regolare.
La fabbrica in cui operavano ha nel frattempo cessato l’attività, ma, denunciano i sindacalisti, le stesse commesse risulterebbero semplicemente spostate altrove, “in qualche capannone anonimo dello sfruttamento”, prima di tornare sugli scaffali dei negozi.
Un caso emblematico per l’intero settore
Il caso Piazza Italia non è isolato, ma rappresenta un campanello d’allarme per un comparto che fa largo uso di esternalizzazioni e subforniture. La misura dell’amministrazione giudiziaria segnala un cambio di passo nell’approccio delle istituzioni: non più solo repressione dei singoli laboratori illegali, ma attenzione anche ai grandi committenti che beneficiano, direttamente o indirettamente, di quel sistema.
L’inchiesta apre ora una fase delicata. L’amministratore giudiziario avrà il compito di rivedere i processi produttivi, rafforzare i controlli sui fornitori e garantire che la filiera rispetti le norme sul lavoro e sulla sicurezza. Un banco di prova che potrebbe fare scuola e ridefinire i confini della responsabilità delle grandi aziende nel mercato globale della moda.
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