Il populismo economico erode la democrazia e delegittima i corpi intermedi

I movimenti populisti, in diversi Paesi, promuovono talvolta iniziative concrete volte a ridurre la portata e gli strumenti della democrazia economica, attraverso modifiche legislative e interventi a livello sia nazionale che aziendale. Nello scenario delle trasformazioni globali in corso, l’evoluzione dei contestatori della globalizzazione è passata da un iniziale dominio di un movimentismo di sinistra focalizzato sul tema delle disuguaglianze e delle necessità di redistribuzione, a un più recente protagonismo della destra anti-globalizzazione, animata soprattutto dal nazionalismo, che si è imposta come una delle principali forze politiche critiche nei confronti del paradigma neoliberale.
Al contrario del movimento no global, che aveva sicuramente in sé alcune caratteristiche populiste ma che, oltre ad avere una limitata narrazione critica verso il sindacato, non si è mai tradotto in un attore elettorale, la destra populista ha portato il messaggio anti-globalizzazione al governo in molti casi. Essa contesta apertamente i processi di liberalizzazione economica che, a suo avviso, hanno determinato una redistribuzione del potere e della ricchezza a favore delle élite transnazionali, marginalizzando le economie nazionali e impoverendo le comunità locali. Partiti come il Front National (oggi Rassemblement National) in Francia o il Partito per la Libertà (PVV) di Geert Wilders nei Paesi Bassi hanno costruito una narrazione incentrata sulla denuncia del dumping sociale e della delocalizzazione produttiva, sostenendo che la globalizzazione economica ha distrutto posti di lavoro, indebolito la coesione sociale e compromesso la sovranità economica degli Stati.
L’identità nazionale viene spesso rappresentata come un bene minacciato, da difendere contro l’immigrazione e la diffusione di valori considerati estranei o imposti da élite culturali internazionali. Movimenti come l’Alt-Right negli Stati Uniti, i sostenitori della Brexit nel Regno Unito o i partiti sovranisti in diversi Paesi europei mobilitano simbolicamente l’idea di una “comunità autentica” da preservare, alimentando un discorso identitario volto a rafforzare i confini culturali e simbolici delle nazioni. Al pluralismo e alla mediazione, principi fondanti delle democrazie liberali, il populismo contrappone la pretesa di rappresentare in modo esclusivo la “vera” volontà del popolo, attribuendo così al leader o al movimento un mandato assoluto e sottratto a qualsiasi forma di discussione o contestazione.
Un elemento rilevante della strategia comunicativa dei movimenti populisti è l’uso estensivo delle tecnologie digitali come forma di disintermediazione. Internet e le piattaforme social sono diventate strumenti centrali per aggirare i media tradizionali, spesso ritenuti ostili o faziosi, e per costruire reti di consenso intorno a narrazioni alternative. La rete ha offerto a questi movimenti un ecosistema favorevole alla diffusione di discorsi antagonisti e alla formazione di comunità virtuali fondate su una visione del mondo condivisa, caratterizzata dalla sfiducia verso le istituzioni sovranazionali, i media mainstream e le autorità scientifiche. All’interno di questo spazio si è assistito alla proliferazione di teorie del complotto, come quelle legate al cosiddetto “Great Reset” o a presunte manipolazioni orchestrate da organizzazioni globali, che rafforzano una percezione di minaccia sistemica e legittimano risposte politiche radicali ma anche una costante opera di delegittimazione dei corpi intermedi.
A livello politico-economico, i movimenti populisti propongono soluzioni che evocano principi autarchici e un rafforzamento delle economie locali. Queste proposte, nel caso del populismo di destra, non si limitano all’ambito strettamente economico, ma si intrecciano con un ethos culturale che esalta la “purezza” e l’autenticità delle comunità territoriali contro le influenze esterne. In questa prospettiva, è stata teorizzata una contrapposizione tra i “Somewheres” -individui radicati nei loro contesti locali, spesso colpiti dai processi di deindustrializzazione- e gli “Anywheres”, ovvero cittadini mobili, cosmopoliti e integrati nel mercato globale. La retorica del populismo tende ad attrarre soprattutto i primi, proponendosi come voce dei dimenticati della globalizzazione.
Il populismo di destra utilizza la globalizzazione come capro espiatorio per spiegare disagi socioeconomici, insicurezza culturale e crisi della rappresentanza, alimentando campagne contro fenomeni come la migrazione di massa, le politiche climatiche percepite come imposizioni esterne e i trattati di libero scambio. Questo schema binario e moralizzante rafforza la radicalizzazione del discorso politico e riduce gli spazi per un confronto democratico fondato sul pluralismo e la complessità.
In questo senso, il populismo si configura non come un rafforzamento della democrazia, ma piuttosto come una sua distorsione: si appropria della retorica democratica per erodere i meccanismi fondamentali della democrazia stessa, in particolare la sua dimensione deliberativa, inclusiva e rappresentativa. In altre parole, il populismo si pone in netto contrasto con i principi della democrazia liberale, negando la legittimità del pluralismo politico e rifiutando il confronto tra diverse istanze ed interessi.
In alcuni contesti, come in quello austriaco, i partiti populisti di destra sono penetrati nelle dinamiche interne delle organizzazioni sindacali e della Camera del Lavoro. Questa politicizzazione di fatto, pur in un quadro formale di indipendenza, ha progressivamente lasciato spazio alla diffusione della narrazione populista, cresciuta proprio su questioni economiche e sociali irrisolte. Un caso eclatante è rappresentato dal partito polacco Diritto e Giustizia (PiS), che ha consolidato il proprio dominio politico quasi incontrastato fino al 2023. Questa posizione di forza ha consentito al PiS di concentrare progressivamente l’autorità esecutiva, marginalizzando attori fondamentali della società civile e delle istituzioni locali, e riducendo così gli spazi di partecipazione democratica e di controllo diffuso sul potere, il tutto legittimandosi però attraverso politiche economiche e sociali che andavano nella direzione di ciò che buona parte del sindacato chiedeva e in contrasto con le politiche neoliberali dei governi precedenti.
Non mancano comunque alcune geometrie variabili nel rapporto tra populismo di destra e neoliberismo, emerse soprattutto nel continente americano con casi evidenti come quello di Trump negli Usa, di Milei in Argentina o di Bolsonaro in Brasile.
Negli ultimi anni si è verificato anche un profondo cambiamento nella composizione sociale degli iscritti ai sindacati. Una parte crescente della base sindacale è oggi costituita da “professionisti socioculturali” mentre quella che un tempo era la classe operaia tende progressivamente, complice anche una sua frammentazione crescente, a orientarsi verso il sostegno ai partiti populisti. Questo fenomeno sembra evidenziare le crescenti difficoltà dei sindacati nel mantenere la capacità di orientare il comportamento elettorale dei propri iscritti e di influenzare più in generale l’opinione pubblica. Allo stesso tempo, sebbene la letteratura tenda a non concentrarsi troppo su questo, il sindacato ha fornito numerosi pretesti nei contesti nazionali, in termini di scandali e atteggiamenti autoconservativi, che hanno alimentato la narrazione negativa sviluppata dall’attore populista.
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