Il duello tra Mattarella e Meloni, e la vera posta del referendum

Il presidente della Repubblica non poteva essere più chiaro. Ma lo stesso si può dire della presidente del Consiglio. Sergio Mattarella ieri ha deciso di presiedere una riunione ordinaria del Consiglio superiore della Magistratura, spiegando con chiarezza l’eccezionalità della scelta, mai compiuta finora nei suoi undici anni di presidenza. «Mi hanno indotto a questa decisione – ha detto – la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Evidente il riferimento alle ultime dichiarazioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che in un’intervista aveva parlato di «sistema para-mafioso» a proposito delle correnti del Csm, forse dimentico del fatto che si tratta di un organo presieduto dal Capo dello stato (Capo dello stato che nello specifico, per giunta, ha avuto un fratello assassinato dalla mafia).
Altrettanto chiara è stata però anche la scelta di Giorgia Meloni, che a distanza di qualche ora dalle parole di Mattarella ha deciso di pubblicare sui suoi canali social un video in cui attacca la magistratura per la sentenza con cui ha condannato lo Stato italiano a risarcire la Sea Watch, e già che c’era anche per la precedente sentenza, già da lei commentata con analogo video il giorno prima, sul migrante trasferito nel centro albanese con procedure e modi che un tribunale ha giudicato illegittimi. Meloni conferma così per l’ennesima volta che il garantismo della destra vale solo per i politici, o forse solo per i politici di destra. Un immigrato può essere vittima di qualunque arbitrio: se sia stato informato o meno su dove veniva portato e come sia stato trattato durante il viaggio non rileva, non interessa, così come non interessano le condizioni dei migranti a bordo della nave accusata di avere «speronato» le imbarcazioni delle nostre forze dell’ordine. Nei toni, nelle parole, nelle omissioni e nelle manipolazioni della realtà di una simile retorica c’è una tale carica di odio e di violenza che dovrebbe spaventare qualunque persona perbene, comunque la pensi sulla giustizia o sull’immigrazione.
Questi sono i discorsi di Viktor Orbán e di Donald Trump. E proprio quanto accaduto negli Stati Uniti, con due cittadini americani, bianchi e incensurati, giustiziati in mezzo alla strada dalle squadracce anti-immigrazione dell’Ice, dovrebbe far capire a tutti come va a finire questo gioco, com’è sempre finito e come finirà sempre, quando si decide che esistono persone per cui le leggi e i diritti fondamentali che dovrebbero valere per tutti invece non valgono, e che anzi, se qualcuno prova a farli valere, è lui il nemico del popolo, il sovversivo e il violento, come i vertici dell’Amministrazione Trump hanno avuto il coraggio di dire persino a proposito di Renee Good, madre di tre bambini assassinata nella sua auto mentre cercava semplicemente di andarsene.
La decisione di andare ancora una volta allo scontro con Mattarella, da parte di Meloni, è solo l’ultima conferma di quale sia la vera posta in gioco del referendum: non la separazione delle carriere, ma l’accentramento del potere, cioè l’affermazione del modello orbaniano, prima sulla giustizia e domani, sulla scia di un eventuale successo nel referendum, con il premierato, magari accompagnato (o surrogato) da un’ulteriore torsione della legge elettorale in senso maggioritario.
Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema.
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