Il riduzionismo climatico del governo Meloni: negare la crisi ma gentilmente

Gen 2, 2026 - 09:37
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Il riduzionismo climatico del governo Meloni: negare la crisi ma gentilmente

Il riscaldamento globale è così evidente che negarlo, fatta eccezione per Donald Trump, è diventato sconveniente anche a livello politico, soprattutto per chi occupa posizioni di rilievo e non può permettersi estremismi platealmente antiscientifici. Nasce da qui il cosiddetto riduzionismo climatico, ossia la minimizzazione sistematica non solo della crisi in sé, ma anche delle soluzioni a nostra disposizione per frenarne l’avanzata. In Italia, Giorgia Meloni è la principale interprete di questa branca gentile del negazionismo.

L’ennesima conferma è arrivata a settembre, durante il suo intervento all’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. «Non si tratta di negare il cambiamento climatico, si tratta di affermare la ragione», ha spiegato la presidente del Consiglio, cercando di smarcarsi dopo che, il giorno prima, in un folle discorso durato quasi un’ora, il presidente degli Stati Uniti aveva definito il problema del clima «una bufala», demonizzato le energie rinnovabili («distruggono il mondo libero») e preso in giro l’Unione europea per i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni.

La presidente del Consiglio ha detto le stesse cose di Trump, ma indorando la pillola. Ha affermato che i «piani verdi stanno portando alla deindustrializzazione prima che alla decarbonizzazione» e che «l’ecologismo insostenibile ha distrutto l’automotive, causato perdite di posti di lavoro, appesantito la capacità di competere e depauperato la conoscenza».

Meloni non nega il cambiamento climatico, ma ritiene che la transizione ecologica sia la più grande sciagura mai accaduta a un Paese – l’Italia – in cui la produzione industriale è in costante calo e i salari sono fermi da trent’anni. A nulla servono gli studi e i report, come quello pubblicato nel febbraio 2025 dal World Economic Forum, sui benefici dei green jobs: le stime al 2030 parlano di un saldo netto di 78 milioni di nuovi posti di lavoro (170 milioni guadagnati e 92 milioni persi) nel quadro di questa rivoluzione industriale verde.

La presidente del Consiglio mistifica la realtà ed etichetta con il bollino dell’ideologia ogni tentativo di ribaltare uno status quo incompatibile con la salute del pianeta, e quindi degli esseri umani. Gli stessi che Meloni vuole per forza mettere «al centro» della sua azione ambientale.

Un’altra carta apprezzatissima dai riduzionisti climatici è quella della neutralità tecnologica, un concetto di per sé apprezzabile ma spesso usato come strumento di greenwashing. L’unica strada verso il successo, ha detto la presidente del Consiglio durante il suo intervento alla Cop29 di Baku, è la «neutralità tecnologica» perché «non esiste un’unica alternativa alle fonti fossili»; Meloni mira a un «mix energetico equilibrato» fondato su «tutte le tecnologie disponibili, sul gas, sui biocarburanti, sull’idrogeno e sulla cattura di CO2».

In Azerbaijan, la leader di Fratelli d’Italia ha citato le energie pulite una sola volta – un gesto di grande sfiducia verso un mercato ormai maturo – dando più attenzione a una tecnologia disponibile, nel migliore dei casi, tra venti o trent’anni: la fusione nucleare. Le priorità della transizione verde sono tuttavia diverse. Basti pensare che nei primi sei mesi del 2024, secondo un report di Ember, l’eolico e il solare hanno generato per la prima volta più elettricità rispetto ai combustibili fossili.

Le parole di Giorgia Meloni sul clima trovano concretezza nelle azioni del suo governo. Poco prima del giuramento, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin – privo di esperienza nei campi dell’energia e dell’ecologia – aveva espresso pubblicamente la sua soddisfazione per la nomina a ministro della Pubblica amministrazione, inconsapevole di un clamoroso errore di trascrizione della lista dei dicasteri. Un’avventura cominciata male, proseguita con tanti annunci sul nucleare di nuova generazione e pochi interventi concreti per favorire l’implementazione di fonti pulite come l’eolico offshore, escluso dal secondo round di incentivi del Decreto Fer2.

Tra leggi per criminalizzare gli attivisti ambientali e timide misure per sburocratizzare l’installazione delle rinnovabili, una delle peggiori figure fatte da Meloni in campo climatico risale al periodo della prima alluvione in Emilia-Romagna, nel maggio 2023. Nel commentare la tragedia, la leader di Fratelli d’Italia ha omesso ogni ruolo del riscaldamento globale, ma la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen – quando ancora credeva nel Green deal – ha replicato sottolineando «l’impatto devastante del cambiamento climatico sull’Italia».

Un’altra macchia dell’operato “verde” di Meloni riguarda il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), fondamentale per consentire all’Italia di attuare delle strategie per mettere in sicurezza il territorio, riducendo l’impatto di alluvioni, frane, tempeste e ondate di calore. La norma è stata approvata nel dicembre 2023, ma l’esecutivo non ha ancora stanziato i fondi necessari per passare dalle parole ai fatti. «Una scatola vuota», l’hanno definito Legambiente e Asvis. La pagina del ministero dell’Ambiente dedicata al Pnacc è ferma al gennaio 2024

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