In Sicilia nascono nuovi modelli agricoli, ma anche avocado

Gen 15, 2026 - 02:00
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In Sicilia nascono nuovi modelli agricoli, ma anche avocado

Attraversando le campagne dell’isola, il tempo non sembra mai abbastanza per fare sedimentare la bellezza che scorre dai finestrini. Bisogna fermarsi per cogliere le differenze e godersi le eccezioni fuori dal cliché, sapendo che quello che appare bizzarro, forzato, può essere il precursore di un sistema in mutazione. Vale soprattutto quando si parla di cambiamenti rurali e naturali.

La Sicilia agricola del 2026 è una terra che viaggia a due velocità. Da un lato, l’isola si conferma una delle terre del biologico europeo con oltre 413.000 ettari certificati (Ismea, Rapporto Bio 2025), un dato che testimonia una volontà naturale alla sostenibilità. Dall’altro, il settore sta affrontando una crisi strutturale senza precedenti: il modello tradizionale, basato su colture estensive e una gestione idrica obsoleta, sta collassando sotto il peso di un cambiamento climatico che qui non è più un’ipotesi scientifica, ma un problema che pesa già nei bilanci aziendali. Solo nell’ultima stagione, i danni stimati per la siccità hanno superato, secondo il Dipartimento Agricoltura della Regione Sicilia, i 2,7 miliardi di euro.

Le colture tradizionali dell’isola – grano, agrumi e vigneti di pianura – sono erose da problemi complessi. Il grano, per esempio, ha toccato minimi storici di resa (le rese di grano duro, secondo il Sistema informativo agrometeorologico siciliano (Sias), sono scese a una media al di sotto dei 10-12 quintali per ettaro, contro una media storica di 30-35 quintali) e la dispersione idrica delle reti regionali, che secondo l’Istat tocca punte del 60 per cento in alcune province, rende l’irrigazione un lusso insostenibile per molte imprese. In questo scenario, l’agricoltura siciliana sta vivendo una migrazione geografica necessaria: i vigneti salgono verso la montagna, mentre le pianure, rese torride dalle nuove temperature medie, si aprono a una riconversione. È qui che si inserisce il progetto Halaesa, trasformando la minaccia climatica in una leva di agribusiness ponderata e di precisione.

Nella valle più tropicale d’Italia
A Tusa, tra le pieghe della costa messinese, a Noto, dentro le colline del siracusano, e dentro le campagne del palermitano si è radicato un progetto iniziato nel 2022 sotto il nome di Azienda Agricola Halaesa, una società benefit nata con il desiderio di ribaltare il concetto di adattamento climatico: trasformare il riscaldamento globale da minaccia a leva competitiva per creare il più grande polo biologico di avocado in Europa.

Questa azienda non incarna la favoletta della frutta esotica che viene coltivata nel Sud Italia, ma vuole essere un esempio di agribusiness capace di generare benessere economico, ambientale, sociale, allontanando lo spettro del sacrificio e dell’incertezza in agricoltura.

Francesco Mastrandrea è la mente e il founder di Halaesa, è originario di Tusa (Messina), una delle zone più vocate per la coltivazione dell’avocado in Sicilia. Qui c’è il campo di avocado attualmente più grande dell’azienda: 45 ettari ottenuti dall’acquisto di un terreno abbandonato per oltre cinquant’anni. «I costi di ripristino, sette-ottomila euro per ettaro, risultavano molto alti per una zona con poca visione imprenditoriale come questa, ma lo abbiamo potuto affrontare grazie ai finanziatori del progetto».

Il risultato è un campo coltivato ad avocado in cui si integra anche una vegetazione autoctona, in linea con i principi dell’agricoltura rigenerativa. Un altro campo prende forma a due passi dal viadotto dell’autostrada Messina-Palermo, sotto la grande piramide della Fiumara d’Arte che caratterizza questa parte di Sicilia meno battuta rispetto ad altre, ma che ha le condizioni per essere la Tropical Valley d’Italia. Il resto dei campi è distribuito in altre province e si appresta a crescere man mano che si trovano terreni adatti (ad oggi gli ettari coltivati sono circa 140 in tutta la regione). Per Eristo Tripoli, agronomo di Halaesa e specializzato in colture tropicali in Sicilia, l’avocado richiede zone di coltivazione non esposte al vento, terreni sciolti (leggeri, sabbiosi) e acque con una presenza di sali disciolti molto bassa.

Uno scorcio del campo di Tusa, coltivato secondo i principi di agricoltura rigenereativa. ©Courtesy Halaesa

La questione idrica
Contrariamente alla percezione comune che dipinge l’avocado come una coltura idrovora, gli studi condotti dall’Università di Catania e dal Crea hanno evidenziato che le varietà coltivate in Sicilia (Hass, Fuerte, Bacon) hanno un fabbisogno idrico paragonabile, se non inferiore, a quello degli agrumeti tradizionali.

Il modello Halaesa si inserisce in questa sfida trasformando la gestione idrica in un asset tecnologico di precisione. L’azienda, infatti, ha ridotto l’impronta idrica del 40 per cento rispetto ai metodi di coltivazione standard attraverso l’impianto di sensori di umidità del terreno e stress idrico della pianta (che attivano l’irrigazione a goccia dove e quando necessario) e costruendo bacini di raccolta delle acque (piccoli laghi artificiali) capaci di sostenere il campo fino a un mese in caso di carenza di acqua. Parte del sistema di irrigazione di Halaesa è progettato da Irritec, un’eccellenza internazionale nel campo dell’irrigazione di precisione che ha sede a pochi chilometri da Tusa, nella provincia di Messina.

Per Francesco anche l’acqua agricola in certe zone della Sicilia non è carente, ma bisogna ottimizzarne l’uso. Investire in tecnologia per l’irrigazione e la gestione dei campi, ha un impatto positivo sulla produzione lorda vendibile, che per Halaesa è stimata tra i 35.000 e i 45.000 euro per ettaro. Una stima molto elevata per una coltura agricola in Sicilia (più del doppio rispetto alla coltura di agrumi, per esempio), ma questo è dovuto a un insieme di fattori positivi che interessano la coltura dell’avocado e il suo mercato in Italia.

Secondo i dati dell’azienda, i diversi fattori che contribuiscono a mantenere questo livello di produzione lorda dipendono dalla resa elevata della pianta (15 tonnellate per ettaro), dal prezzo alto di vendita (un prodotto made in Italy, biologico, raccolto al punto di maturazione) e da tutte le caratteristiche di freschezza garantite da un frutto locale e non sottoposto a lunghi viaggi intercontinentali. Coltivare secondo principi di un agribusiness moderno avvalora il prodotto agricolo e ne eleva il prezzo, consentendo all’agricoltore maggiore margine di profitto e soddisfazione. A questo, si aggiunge una richiesta crescente da parte del mercato italiano (+5,2 per cento nel 2024) e un fabbisogno che ci fa importare il 95 per cento degli avocado dal resto d’Europa e dal Sud America.

L’avocado siciliano ha davanti a sé un percorso florido, simile a quello del kiwi. Anche le colture tradizionali del Mediterraneo possono andare incontro a un percorso felice, ma sarebbe importante rivedere i modelli manageriali in agricoltura.

Gli avocado Halaesa. © Courtesy Halaesa

La crisi non è solo climatica, anche di metodo
Se il cambiamento climatico è il grande osservato per capire le sorti dell’agricoltura dei prossimi anni, c’è un aspetto altrettanto rilevante, in Italia, che può determinare la salute del settore: la capacità di impresa. Vitaliano Fiorillo, co-founder di Halaesa, è direttore dell’AgriLab Invernizzi presso Sda Bocconi (l’istituto dedicato all’innovazione, alla gestione e alla sostenibilità del settore agroalimentare in Italia) e ha una visione molto chiara sul tema: serve un approccio manageriale in agricoltura, basato sulla finanza. Durante la passeggiata nel campo di avocado di Tusa, Fiorillo ci presenta un quadro della situazione: «Il 93,5 per cento delle aziende agricole italiane non presentano un bilancio. Agli agricoltori è stato sempre sconsigliato di fare forme societarie che prevedessero il bilancio per non complicarsi con la gestione aziendale, ma quello strumento è fondamentale per capire l’andamento dell’azienda. Il corretto management con una forte impronta di sostenibilità potrebbe cambiare l’agricoltura italiana».

Complicare le cose per fare buona impresa
Halaesa sceglie la trasparenza della s.r.l. come unico strumento per misurare la salute dell’impresa, permettendo quindi una gestione basata su bilanci rigorosi e una pianificazione finanziaria professionale, necessaria per attrarre capitali. Capitali che sono di fatto arrivati grazie a finanziatori provenienti da diversi settori, portando l’azienda a completare due aumenti di capitale per un totale di otto milioni di euro. Questi fondi sono destinati a espandere la superficie produttiva dai 100 ettari iniziali a 300 ettari entro il 2026, con il traguardo finale di 500 ettari entro il 2029.

Si tratta di un modello manageriale industriale applicato a un’agricoltura eseguita con metodo sostenibile (l’azienda è anche società benefit, integrando nel proprio statuto obiettivi espliciti di impatto positivo sulla società e sull’ambiente, oltre al profitto) in aree a basso sviluppo economico. Attraverso modelli come questo è possibile pensare l’agricoltura come una forma di impresa moderna e tecnologica, oltre che redditizia. Secondo Francesco questo modello non è solo una prerogativa dell’avocado (generalmente più remunerativo): «L’azienda agricola gestita bene attrae gli investitori anche quando si tratta di coltivazioni tradizionali, che siano agrumi o ulivo». I rendimenti, quindi, non sono solo dipendenti dal raccolto e dall’annata come siamo abituati a pensare, ma sono anche il frutto di visione di lungo periodo e logiche manageriali.

Per Vitaliano Halaesa è il simbolo di un modello che funziona. «È la dimostrazione che si può creare un modello che funziona senza avere una prospettiva finanziaria-predatoria, ma una prospettiva in cui la finanza entra in agricoltura tramite agricoltori e tecnici, portando enormi benefici su più fronti. Se in questo territorio ci fossero cinque attività come Halaesa, lo vedremmo fiorire culturalmente, economicamente».

Il team Halaesa. Da sinistra: Eristo Tripoli, agronomo, Francesco Mastrandrea, CEO, Mariza Villari, General Manager, Vitaliano Fiorillo, co-founder. ©Alessio Cannata

Agricoltura alla luce del sole
Fare agricoltura significa usare la terra per produrre valore. Farla in modo virtuoso significa rendere quel valore misurabile, trasparente e redistribuibile nel tempo. In Halaesa questo principio prende forma in una struttura d’impresa che non separa il profitto dalla responsabilità, ma li tiene insieme attraverso regole chiare: contratti regolari, formazione continua, pianificazione finanziaria e un rapporto dichiarato con il territorio in cui opera.

Il progetto siciliano non propone un modello perfetto né universalmente replicabile, ma dimostra che l’agricoltura può uscire dalla dimensione dell’eccezione e tornare a essere sistema. Non è l’avocado, in sé, a indicare una direzione, ma il metodo con cui viene coltivato, finanziato e distribuito. In un contesto agricolo che fatica a trovare nuove strade, Halaesa gode dell’assenza di una storia agricola e progetta un nuovo modo di fare impresa agricola capace di stare sul mercato, alla luce del sole.

Un albero di avocado Halaesa. © Courtesy Halaesa

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