L’Italia che invecchia non regge una pubblica amministrazione novecentesca

Gen 15, 2026 - 02:00
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L’Italia che invecchia non regge una pubblica amministrazione novecentesca

L’Italia sta vivendo un cambiamento demografico rilevante e irreversibile, che sta modificando radicalmente la struttura della popolazione e, di riflesso, il mercato del lavoro. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2024 le nascite sono scese al minimo storico di trecentosettantamila unità, con un tasso di fecondità di appena 1,18 figli per donna. Il 2025 rischia di chiudersi con un tasso dell’1,11 e con un numero più basso di nati. Ci troveremo a vivere in un contesto e in uno scenario a bassa natalità, che sta rendendo il capitale umano una risorsa sempre più scarsa. Ciò oltre a provocare problemi nel reclutamento, costringerà a rivedere il rapporto tra uomo e macchina anche nella pubblica amministrazione, in quanto fondata ancora su processi labour intensive e perché più lenta nel reagire e nell’innovare.

La popolazione residente, oggi pari a cinquantanove milioni, è prevista in diminuzione a 54,7 milioni entro il 2050, con un calo graduale ma costante nel tempo. Entro lo stesso anno la quota di anziani di 65 anni e più sale al 34,6 per cento (dal 24,3 per cento), quella di individui di 15-64 anni scende al 54,3 per cento dal 63,5 per cento. Ben nove punti, con effetti sulla forza lavoro e in particolare sugli occupati. Questo dovrà portare anche i datori di lavoro pubblici a preoccuparsi di abbassare il tasso dei disoccupati e quello degli inattivi.

Secondo i dati del Cnel nel 2024 se ne sono andati settantottomila giovani, il ventiquattro per cento rispetto al numero delle nascite. Se guardiamo ai dati Istat dal 2014 al 2023 scopriamo che, tra coloro che sono andati all’estero, la percentuale dei laureati (25-34 anni) è passata dal trentuno per cento al 50,9 per cento: la metà di coloro che sono andati all’estero avevano la laurea.

Al contempo vi è un tema qualitativo dettato dalle competenze mancanti, come ci ricorda il Rapporto Excelsior, per cui il mismatch non è solo quantitativo ma qualitativo.

Nel 2024, nella fascia di età 25-34 anni, la quota di laureati per l’Italia è del 31,6 per cento: la posizione occupata dal nostro Paese nel confronto europeo rimane a fondo scala, davanti solo alla Romania. Troppo in basso, se uno degli obiettivi strategici dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (2015) è quello di raggiungere entro il 2030 una quota di laureati fra la popolazione di 25-34 anni del quarantacinque per cento. Il complesso dei laureati nel 2024 si articola come segue: 170.943 laureati di primo livello (che rappresentano il cinquantasei per cento del complesso dei laureati del 2024); 31.889 magistrali a ciclo unico (10,4 per cento); 102.424 magistrali biennali (33,6 per cento). Appena sopra i trecentomila. La qualità, infine, non è data solo dai titoli di studio, ma anche dalle competenze acquisite che sono rilevanti rispetto all’innovazione e alla produttività.

Questa riduzione non riguarda più solo il privato, ma colpisce settori pubblici essenziali come sanità, scuola e forze di polizia, che faticano a coprire ruoli vitali di questi comparti anche perché non retribuiti adeguatamente.

La ripresa del reclutamento in maniera affrettata e poco razionale produrrà i suoi effetti per alcuni anni migliorando il quadro rispetto al passato, in un’ottica conservativa, ma può far poco di fronte all’età media crescente e alle numerose uscite per pensionamento dei prossimi anni. La crescita del government intervention che si registra in diversi Paesi non può oggi nel nostro Paese comportare un aumento della spesa pubblica.

Quello che è un grave pericolo per la crescita economica del nostro Paese può essere al contempo un’occasione per il settore pubblico. Ora o mai più. Con il calo demografico accorpare uffici rivedendo i processi e digitalizzando ci consentirebbe di ridisegnare il settore pubblico rendendolo più efficiente, contenendo i costi per cittadino e razionalizzando la spesa. Banalmente potremmo dire meno burocrati e più medici, infermieri, insegnanti o ingegneri. Il settore pubblico soffre di un mismatch geografico e qualitativo non più tollerabile. Nonostante la ripresa delle assunzioni, comparti strategici come sanità, scuola e forze di polizia non riescono a coprire i posti vacanti, specialmente nelle grandi città dove l’alto costo della vita rende i salari pubblici poco competitivi.

Né l’innalzamento dell’età pensionabile potrà costituire una soluzione seppur temporanea, di fronte ad una forte esigenza di innovazione ostacolata dall’anagrafe degli alti dirigenti e dei politici. I rinnovi contrattuali regolari invece rendono la pubblica amministrazione una buona soluzione di ripiego e poco entusiasmante. L’attuale età media elevata richiederà un cambio culturale nella gestione delle risorse umane evitando fenomeni di quiet quitting o di attesa precoce della pensione. Occorre saper far coesistere in maniera produttiva almeno tre generazioni di lavoratori.

Serve infatti superare le retribuzioni flat, valorizzare le professioni e i lavori meno attraenti in quanto faticosi, rischiosi e poco pagati, riconoscere il merito. È triste registrare come non si avverte l’esigenza di avere figure tecniche da impiegare nella pubblica amministrazione per migliorare le capacità predittive, le analisi di impatto e la qualità dell’intervento pubblico. Invece si abbonda nelle assunzioni dei funzionari e dirigenti amministrativi.

In mancanza di una macro-riorganizzazione del settore pubblico, serve oggi una cabina di regia nazionale che coordini il reclutamento in base ai reali fabbisogni. Vi sono comparti in sofferenza e altri meno e per questo occorre evitare una cattiva distribuzione del personale nel settore pubblico. Quanto mai errato assumere per semplice inerzia sulla base dei pensionamenti e quindi delle assunzioni del passato, in un mondo che cambia velocemente e che manifesta nuovi fabbisogni.

La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale non sono solo strumenti tecnologici, ma leve di una strategia che porta a ridurre il fabbisogno di personale ma migliorandone la qualità. L’intelligenza artificiale può semplificare i processi e ridurre le duplicazioni, permettendo di riallocare risorse umane sottoutilizzate laddove il fabbisogno è più critico; può avere quell’effetto sostitutivo, tanto temuto in generale, che nella pubblica amministrazione può essere una soluzione rispetto alla crisi del capitale umano e al fabbisogno di efficienza. Consentirebbe di rivedere in chiave moderna i fabbisogni del personale dal punto di vista dei profili, riducendo quelli amministrativi in favore di quelli più tecnici.

In questa fase di contrazione della forza lavoro, l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione non sono semplici opzioni, ma strumenti necessari per garantire oggi la continuità dei servizi. L’intelligenza artificiale può operare come un potente moltiplicatore di efficienza: automatizzando i processi ripetitivi, riducendo le duplicazioni e permettendo l’accorpamento di uffici, la tecnologia consente di «fare di più con meno» aiutandoci ad affrontare il cambiamento demografico. Questo approccio permette di riallocare il personale sottoutilizzato verso mansioni ad alto valore aggiunto e di mitigare l’impatto dei vuoti lasciati dai pensionamenti, che entro il prossimo decennio riguarderanno un dipendente su tre. La digitalizzazione dei processi, passare dai servizi on demand a quelli erogati sulla conoscenza delle condizioni economiche e sociali, il rafforzamento delle capacità predittive nella programmazione e attuazione delle politiche pubbliche dovrebbero essere già il presente. Anche se purtroppo abbiamo ancora pochi specialisti in Ict rispetto alla media dell’Unione europea.

Si parla di tante riforme come la giustizia, il premierato, l’autonomia differenziata, ma non del nostro settore pubblico. Abbiamo assistito a una proliferazione di enti e uffici, che ha creato una frammentazione dei processi decisionali e rallentato la capacità di intervenire dello Stato. Decentramento amministrativo e riforma del Titolo V hanno generato una sovrapposizione di competenze e una crescita irrazionale del personale.

Solo un governo consapevole della necessità storica ed economica di rivedere il settore pubblico potrà trasformare questa crisi demografica in un’occasione di riforma digitale e organizzativa. È forse il momento di decidere, di fare delle scelte, di superare le abitudini e di modificare lo status quo. Tutto ciò è necessario e non comporterebbe, grazie ai numerosi pensionamenti, eccedenze, mobilità o licenziamenti.

Forse così l’Italia potrà trasformare un cambiamento demografico strutturale in una spinta verso la modernizzazione digitale del settore pubblico.

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