Luca Beatrice, e l’equilibrio sulle contraddizioni di un intellettuale dai mille talenti

Gen 21, 2026 - 10:30
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Luca Beatrice, e l’equilibrio sulle contraddizioni di un intellettuale dai mille talenti

«The foolish and the dead alone never change their opinions», solo gli stupidi e i morti non cambiano mai opinione. Il motto citatissimo di James Russell Lowell, poeta, critico (e molto altro) americano dell’Ottocento, potrebbe essere l’insegna della sua poliedrica personalità. Infatti Luca Beatrice, una vita vissuta in equilibrio spericolato sulle contraddizioni, lo rivendicava con puntigliosa sfrontatezza, quando (frequentemente) gli veniva rinfacciato. Al che invariabilmente concludevo che allora lui doveva essere uno degli individui più intelligenti mai esistiti.

Luca ci ha lasciati un anno fa, improvvisamente, e anche questa in fondo è stata una contraddizione. Perché Luca era una persona singolarmente inadatta a morire: inquieto, provocatore, eccessivo, spesso indisponente, sempre disponibile, politicamente scorretto, infedelmente fedele (e viceversa), amabilmente filibustiere, incontinentemente anti-buonista, profondamente buono. Voglioso di fare, assetato di novità, voracemente, caoticamente vitale. Uno così te lo immagineresti sempre a sfidare la convenzionalità, farsi beffe di ogni conformismo, offrire il petto con spirito arditista: non a essere portato via da un giorno all’altro – a 64 anni non ancora compiuti, nel momento della massima consacrazione, corteggiato dalla politica, presidente della Quadriennale di Roma – tradito dal cuore.

Quel cuore che tanto aveva palpitato, per amore – una girandola di amori, infiniti pasticci, tre mogli, quattro figli, l’ultimo nel 2019: «ho ripopolato l’Italia» soleva celiare -, per l’arte, che aveva scelto come sua professione dopo essersi laureato in storia del cinema, per la musica, per le Harley-Davidson, per il calcio, solo il calcio e la Juve su tutto.

Con i suoi tatuaggi, l’outfit in apparenza sgangherato ma sempre studiatamente up to date, la pesante catena sferragliante legata al portafoglio e fissata ai passanti dei pantaloni, Luca era sempre in movimento tra la sua Torino e le città più lontane in cui curava le mostre sui temi più disparati, pubblicava libri, ne presentava altri, scriveva su giornali e riviste (anche su Linkiesta) di arte, cinema, costume, juventinità, insegnava (da ultimo all’Accademia Albertina di Torino e in diverse accademie). Troppe passioni, troppo lavoro, troppo di tutto.

Noi amici, compagni solidali di fede calcistica, trasferte, giochi e zingarate, lo chiamavamo “il Camerata” (confidenzialmente il Cam), per via dell’orientamento politico che a lungo non lo aveva agevolato e che solo negli ultimi anni, con l’ascesa della destra-destra al governo, gli stava riservando i meritati riconoscimenti. Lui accettava il nomignolo senza problemi – tutti noi avevamo un nomignolo – ma in realtà era qualcosa di diverso, “vedova di Berlusconi” si definiva, folgorato nel ’94 sulla via di Arcore. Aveva amici (e nemici) tanto a destra quanto a sinistra, politicamente io e lui eravamo agli antipodi ma questo non ci impediva di scoprire insospettabili profonde affinità. Nel ristretto gruppo whatsapp di cui facevamo parte e che periodicamente si incontrava a tavola, cementato dalla passione per la Juve, c’erano (ci sono) diversi dirigenti e amministratori piddini e non, intellettuali progressisti, professionisti di diverse tendenze, un ex calciatore; perfino, in amicale contraddittorio ecumenismo, qualche infiltrato interista e milanista.

E proprio soprattutto sul calcio il Cam dava fondo alla sua deliberata, irrefrenabile contraddittorietà: capace, nei post che ci si scambiava nei novanta minuti (più intervallo) di una partita, di passare freneticamente dallo scoramento all’euforia, dalla denigrazione all’esaltazione di giocatori e allenatori, dalla spiegazione del perché era giusto giocare in un certo modo alla spiegazione del perché era invece tutto sbagliato e la sconfitta logicamente inevitabile. Negli ultimi tempi le cose sul campo non andavano più bene come negli anni dei nove scudetti, e le discussioni si moltiplicavano, e le liti veementi e le veloci resipiscenti riconciliazioni.

Era avvenuta da pochi giorni l’ennesima rappacificazione, quando fummo raggiunti dalla terribile notizia. Martedì 21 gennaio, eravamo atterrati a Bruxelles e in taxi sotto un cielo che grondava tutta la tristezza dell’universo ci stavamo dirigendo a Bruges per la partita di Champions della Juve. Io, Evelina, Leo e Mauro, l’amico gufo interista. All’imbarco, a Linate, avevamo saputo che la situazione era disperata, ma fino all’ultimo avevamo assurdamente sperato, anzi no, proprio non ci potevamo credere. Poco fuori da Bruxelles, la telefonata da Torino. Esattamente nel momento in cui sulla nostra destra sfilava un cartello con l’indicazione per l’Heysel, lo stadio della tragica finale 1985 dell’allora Coppa dei Campioni, trentanove morti e seicento feriti, quasi tutti juventini, al cui ricordo, nel quarantennale, Luca aveva dedicato uno dei suoi ultimi lavori, la scelta del progetto per il memorial poi inaugurato lo scorso maggio allo Juventus Stadium. Come un funebre segno del destino, una maledizione inesorabile che torna ciclicamente a colpire.

Sull’auto dove fino a un attimo prima ridevamo nervosamente, per contrastare l’ansia, adesso Leo piangeva in silenzio, Mauro bisbigliava preghiere, Evelina e io ci guardavamo muti. E ancora oggi, quando ci pensiamo, e ci pensiamo spesso, avvertiamo un senso di smarrimento, qualche cosa di irreale. Ma ci piace pensare che forse, da qualche parte, anche da morto, in ciò contraddicendo Lowell, il nostro Cam continua a cambiare idee. Il Cam era nostro amico e noi gli vogliamo bene.

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Redazione Redazione Eventi e News