Nucleare, il bagno di realtà di Arera: per smantellare le centrali 11 miliardi e il Deposito scorie pronto solo nel 2041

Dopo tutte le criticità evidenziate da esperti di diritto e di energia, ambientalisti, premi Nobel e via elencando, alle audizioni in Parlamento è toccato ad Arera portare un bagno di realtà circa l’intenzione del governo di riportare il nucleare in Italia. L’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, di fronte ai deputati delle commissioni Ambiente e Attività produttive, non ha chiuso la porta all’ipotesi a cui da mesi lavora Palazzo Chigi e ha anzi anche ricordato che nella stessa normativa dell’Unione europea la produzione di energia da fonte nucleare è riconosciuta nell’attuale percorso di transizione energetica come «una alternativa a basse emissioni di carbonio rispetto ai combustibili fossili». Questo, nei primi minuti. O, se si vuole una prova documentale, nella prima pagina della memoria depositata dai vertici Arera (integralmente consultabile nel Pdf al termine dell’articolo). Perché poi nelle successive cinque pagine emerge tutta la preoccupazione dell’Autorità per il decommissioning delle vecchie centrali, per i costi previsti per questo smantellamento che sono raddoppiati, superando attualmente gli 11 miliardi di euro, con un avanzamento dei lavori fermo al 32% dopo vent’anni, nonché per i tempi biblici per la realizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi (di cui peraltro si deve ancora individuare una location) ora stimata per il 2041.
Anche se il governo tende a farla più semplice di quanto non sia effettivamente, il ritorno del nucleare in Italia è problematico non perché dovremmo ripartire da zero, e non avrebbe senso a fronte di un settore come quello delle rinnovabili che è già a disposizione e che chiede soltanto di essere maggiormente sfruttato. Non dovremmo ripartire da zero, come pure, e in un certo senso a ragione, si dice. Il problema, a prestar ascolto all’audizione di Arera in Parlamento, è che dovremmo ripartire da sotto zero: prima di ragionare sul ricorso a discutibilmente utili e convenienti piccoli reattori nucleari (quegli small modular reactors di cui sempre più studi ed esperienze dirette evidenziano gli alti costi e la scarsa competitività) dovremmo cioè recuperare il ritardo accumulato nella gestione delle vecchie centrali.
Sottolinea infatti l’Arera: «La proposta di legge in esame interviene in materia organica sul tema e, quindi, non si limita alla disciplina della produzione di energia nucleare sostenibile, ma comprende anche la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, nonché lo smantellamento degli impianti esistenti. A tale proposito, l’Autorità intende porre all’attenzione del Parlamento talune problematiche, tuttora aperte, relative alla chiusura delle attività connesse alla messa in sicurezza di tutti gli impianti di produzione di energia nucleare e di ricerca realizzati nel nostro Paese negli anni 60 e 80 e della gestione dei relativi rifiuti radioattivi».
Ecco: prima di fantasticare su reattori pubblicizzati come una grande innovazione ma che, come dimostrano diverse esperienze nel mondo, hanno superato i costi del nucleare tradizionale prima ancora di entrare in produzione e produrrebbero a parità di energia dal doppio al triplo di rifiuti radioattivi in più rispetto alle centrali tradizionali, l’Italia dovrebbe risolvere la questione dello smantellamento di questi impianti. «Al fine di contenere il costo complessivo del decommissioning nucleare, a tutela dei clienti del servizio elettrico che fino al 2022 ne hanno sopportato il costo – si legge nella memoria dell’Arera –l’Autorità ha definito una regolazione improntata a criteri di economicità e di efficienza, volta ad incentivare l’accelerazione dell’avanzamento delle relative attività e la riduzione dei costi». Giusto, perché questi costi sono stati pagati dagli utenti dell’elettricità, e solo da tre anni non sono stati più inseriti nelle bollette: «Dal 2023, anche a seguito di numerose segnalazioni in tal senso dell’Autorità, gli oneri nucleari non gravano più sulle bollette elettriche di famiglie e imprese e sono finanziati con trasferimenti dal Bilancio dello Stato».
Ma al di là di questo, del fatto che il trasferimento vuol dire solo che quegli oneri sono stati semplicemente fiscalizzati e del fatto che abbiamo pagato per tanti anni in bolletta i costi di una tecnologia che non usiamo più dal 1990, il problema riguarda il futuro. In termini di costi e di tempo. «L’Autorità ha ritenuto e ritiene che la velocizzazione del decommissioning rappresenti lo strumento principale per contenere i costi complessivi della commessa nucleare e che il completamento di tali attività abbia come naturale corollario anche un miglioramento in termini di sicurezza nucleare dei siti interessati. A tal fine, si rappresenta come risulti fondamentale una quanto più possibile rapida realizzazione del Deposito nazionale e del Parco tecnologico».
Decommissioning e Deposito, ecco ciò su cui attira l'attenzione l’Arera. Intanto, per dare solo un altro piccolo sguardo al passato: «Vale la pena rammentare che le attività della commessa nucleare hanno già pesato sulle bollette elettriche o sul Bilancio dello Stato (dal 2023) per circa 5 miliardi di euro e che, per raggiungere l’obiettivo di “green field”, saranno necessarie, secondo le stime di Sogin, almeno altri 6 miliardi, oltre agli investimenti necessari per la costruzione del Deposito nazionale. Per quanto concerne detti investimenti, peraltro, non si dispone ancora di una stima aggiornata dei costi, in quanto Sogin è tuttora impegnata ad elaborare un nuovo business plan, che non sarà disponibile che tra qualche mese». Quanto al «Piano a vita intera aggiornato», prevede un aumento dei costi di 2,8 miliardi di euro in più rispetto a quello del 2020-2021 e uno slittamento per la conclusione della commessa nucleare di dieci anni: «Le previsioni di costi a vita intera sono più che raddoppiate rispetto alle stime dei primi anni e si calcola un costo complessivo di circa 11 miliardi di euro per il solo decommissioning. L’avanzamento complessivo raggiunto al 2023, dopo più di vent’anni di attività, risulta pari a circa il 32% dell’intera commessa. Si rilevano, inoltre, forti ritardi nella realizzazione di importanti progetti di messa in sicurezza di rifiuti radioattivi particolarmente critici».
Quanto poi alle scorie, l’Arera segnala che «particolarmente critica risulta la mancata definizione della questione del Deposito nazionale». Una questione per la quale il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, dopo vari cambi di programma, aveva indicato nel 2039 la data di realizzazione. Ma per l’Arera anche questa data, per quanto lontana, è troppo ottimistica. Tant’è vero che sottolinea, dopo aver espresso preoccupazione per la «mancata definizione» del deposito per le scorie: «Ad oggi, infatti, pur a seguito della pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) e della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), non è ancora stato individuato il sito e Sogin già prevede un ritardo significativo nella realizzazione dello stesso, differita probabilmente al 2041, con conseguenti gravi effetti economici in merito al rientro dei rifiuti vetrificati del combustibile irraggiato spedito al riprocessamento all’estero».
Le conclusioni dell’Arera rispecchiano in sintesi il testo complessivo dell’audizione: prima di affascinanti ma poco plausibili fughe in avanti, bisognerebbe sciogliere diversi nodi che impediscono di muovere anche i primi passi. «L’Autorità confida che il disegno di legge delega posto all’esame di queste Commissioni porti alla ridefinizione di un quadro normativo e istituzionale in grado di bilanciare le primarie condivisibili istanze di sicurezza nazionale nell’approvvigionamento energetico e di decarbonizzazione con quelle di economicità e speditezza del processo di decommissioning. In particolare, alla luce del contesto illustrato e a fronte del persistere delle criticità rappresentate, l’Autorità chiede che sia impressa una svolta alla complessa questione del decommissioning degli impianti nucleari, in primis, velocizzando il più possibile l’iter di realizzazione del Deposito nazionale».
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