Perché il record sulla disoccupazione non è una buona notizia

Gen 9, 2026 - 23:30
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Perché il record sulla disoccupazione non è una buona notizia

Nella conferenza stampa di inizio anno Giorgia Meloni probabilmente rivendicherà un record: il tasso di disoccupazione a novembre 2024 è sceso al 5,7 per cento, mai così basso dal 2004, quando l’Istat iniziò a calcolarlo. Non cascateci: il dato è vero e positivo, ma preso da solo è fuorviante. Gli economisti lo sanno benissimo, i politici pure, ma hanno bisogno di sopravvivere al prossimo tg; i giornalisti qualche volta si ricordano di contestualizzare il dato, ma farlo ogni due mesi è una fatica di Sisifo. Riproviamoci: la disoccupazione, così come viene misurata, può scendere anche quando il lavoro non cresce davvero, quando la qualità dell’occupazione peggiora o quando una quota crescente di persone semplicemente smette di cercarlo.

I dati pubblicati dall’Istat per novembre 2025 mostrano infatti una dinamica più ambigua di quanto suggerisca il record. Nello stesso mese il numero degli occupati diminuisce di circa 34mila unità (0,1 per cento), mentre gli inattivi aumentano di oltre 70mila persone tra i 15 e i 64 anni, cioè chi non lavora e non cerca attivamente un impiego. Tradotto: meno persone lavorano e molte più persone escono dal mercato del lavoro. È questo spostamento che contribuisce in modo decisivo al calo della disoccupazione al 62,6 per cento (- 0,1 per cento rispetto a ottobre). E infatti il tasso di inattività sale al 33,5 per cento.

Questo meccanismo non è un’anomalia statistica, ma una conseguenza diretta delle definizioni adottate a livello internazionale. Per essere considerati disoccupati non basta non lavorare: bisogna cercare attivamente un impiego ed essere disponibili a iniziarlo in tempi brevi. Chi rinuncia alla ricerca, anche scoraggiato o in attesa di condizioni migliori, diventa inattivo e scompare dal tasso di disoccupazione. I politici lo raccontano come un successo, ma è solo uno spostamento di confini statistici. E questo dice molto sullo stato del mercato del lavoro italiano, segnalando un rallentamento più che un rafforzamento. La dinamica trimestrale conferma il quadro: confrontando il periodo settembre-novembre con il trimestre precedente, il numero degli occupati risulta sostanzialmente stabile, mentre diminuiscono le persone in cerca di lavoro e aumentano gli inattivi.

C’è poi un secondo motivo per cui il record va maneggiato con cautela. La definizione di occupato è molto ampia: basta aver lavorato anche una sola ora nella settimana di riferimento per essere conteggiati. I dati sull’occupazione non dicono quindi nulla sulle ore lavorate, sulla stabilità dei contratti o sui salari. Un aumento di lavori brevi, discontinui o in part time involontario può migliorare le statistiche senza migliorare davvero le condizioni di vita delle persone.

Non è un problema contingente e non è solo colpa del governo Meloni. È una caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano che negli ultimi anni ha visto crescere l’occupazione soprattutto nelle fasce più fragili, mentre resta elevata la quota di persone che lavorano meno di quanto vorrebbero o che restano ai margini del mercato. Anche a novembre, la riduzione mensile degli occupati riguarda principalmente il lavoro dipendente, mentre gli autonomi risultano sostanzialmente stabili.

Su base annua il quadro è un po’ meno negativo, ma non risolve il problema. Rispetto a novembre 2024 gli occupati aumentano di 179mila unità, pari a una crescita dello 0,7 per cento, concentrata soprattutto tra i lavoratori con almeno 50 anni. Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti in un anno, ma resta basso nel confronto europeo.

Non fatevi ingannare da un altro dato: a novembre, secondo Eurostat, la disoccupazione era al 6,3 per cento nell’area euro e al 6 per cento nell’Unione europea. Sono oggettivamente livelli più alti di quello italiano, ma la differenza è che negli altri paesi europei lavorano molte più persone. È questo il vero divario che penalizza l’Italia: ha meno disoccupati in proporzione, ma anche meno persone che lavorano, soprattutto tra giovani e donne.

Se proprio volessimo chiedere qualcosa a Meloni su questo dato, evitando il gongolamento dei numeri fine a sé stesso, nel 2004, quando l’Istat iniziò a calcolare il tasso di disoccupazione con criteri simili a quelli attuali, l’economia italiana era diversa. La disoccupazione era più alta, intorno all’8 per cento, ma il mercato del lavoro era più dinamico. Il tasso di occupazione era più basso di oggi, poco sopra il 57 per cento, ma stava crescendo insieme alla forza lavoro. Sempre più persone entravano nel mercato del lavoro e una parte rilevante riusciva a trovare un impiego. La disoccupazione era elevata perché molte persone cercavano lavoro, non perché restavano fuori dal mercato.

Allora il problema era assorbire una forza lavoro in (leggero) aumento; oggi è riportare nel mercato chi ne è uscito o non ci è mai entrato. È questo cambiamento, più che il livello del tasso di disoccupazione, a preoccupare. Sarebbe interessante sapere durante al conferenza di inizio anno come la presidente del Consiglio intende affrontare questo problema. 

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