Perché le proteste in Iran sono diverse dalle altre (e cosa può succedere adesso)

Gen 13, 2026 - 19:30
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Perché le proteste in Iran sono diverse dalle altre (e cosa può succedere adesso)

Da oltre due settimane l’Iran è attraversato da proteste diffuse contro il regime della Repubblica islamica. Le manifestazioni, iniziate alla fine di dicembre partendo da rivendicazioni economiche, si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica aperta contro l’ayatollah Ali Khamenei e l’intero sistema di potere instaurato dopo la rivoluzione del 1979. La risposta del regime è stata quella più prevedibile, con una repressione immediata e violenta. Secondo l’agenzia Human Rights Activists News Agency (Hrana), che opera dall’estero e raccoglie dati da fonti locali, i manifestanti uccisi confermati erano almeno cinquecentoquarantaquattro domenica sera, con oltre diecimila arresti. Stime più alte circolano tra fonti mediche e organizzazioni umanitarie, ma sono difficilmente verificabili – si parla di almeno un migliaio di vittime.

Le proteste hanno coinvolto Teheran, il bazar della capitale, e numerose altre città, comprese aree periferiche e province tradizionalmente meno centrali nella vita politica iraniana. I video che riescono a uscire dal Paese – oltrepassando il blocco di internet grazie a Starlink o altre tecnologie simili – mostrano forze di sicurezza che sparano direttamente contro i manifestanti (qui un video di Zahedan, nell’est dell’Iran). L’esercito e i Pasdaran trattano le aree delle proteste come zone di guerra. «Tutti i segnali ci dicono che nei prossimi giorni la repressione del regime aumenterà», dice a Linkiesta Giuseppe Dentice, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed), Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. «Uno di questi è proprio la chiusura di internet, ma anche il vigore con cui le stesse forze di sicurezza stanno cercando di fare quadrato intorno a pochi ma chiari simboli del potere, tra cui lo stesso ayatollah, che da questo punto di vista viene vista come la figura emblema del regime stesso».

L’origine immediata della mobilitazione è economica. Il crollo della valuta nazionale, un’inflazione che supera il cinquanta per cento e arriva al settanta per cento sui beni alimentari, e una crisi fiscale profonda hanno colpito trasversalmente tutte le classi sociali, inclusi commercianti e settori tradizionalmente più vicini al regime. A queste cause si aggiunge una fortissima crisi idrica e ambientale che grava sulla quotidianità dei cittadini. E, più in generale, la percezione di un regime estremamente debole in questa fase, come testimoniano la recente guerra con Israele e le numerose sconfitte subite in questi anni, a Gaza, in Libano, in Siria. Ogni nuova crisi, scriveva Le Monde nel fine settimana, accelera il passaggio della protesta da settoriale a un rifiuto complessivo del sistema di potere della dittatura islamica.

Secondo un’analisi pubblicata sull’Atlantic da Karim Sadjadpour e Jack A. Goldstone, per la prima volta dal 1979 l’Iran soddisfa quasi tutte le condizioni strutturali che storicamente rendono possibile il successo di una rivoluzione: crisi fiscale, delegittimazione delle élite, coalizione sociale ampia, una narrazione condivisa di opposizione e un contesto internazionale sfavorevole al regime. A mancare è proprio l’elemento decisivo di questo tipo di rivoluzioni: la defezione dell’apparato repressivo. Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc, i pasdaran) resta compatto al fianco del regime, e finché non emergeranno fratture significative sarà difficile prevedere una caduta.

Da un’altra prospettiva, spiega Dentice, gli stessi pasdaran in questi anni hanno mostrato delle debolezze e dei possibili punti di rottura: «La sensazione che traspare dall’esterno è che i pasdaran siano meno inscalfibili di com’erano un tempo, perché hanno subito diversi colpi, a cominciare dall’uccisione di Qasem Soleimani a gennaio 2020. Questo non vuol dire che siano prossimi alla capitolazione, ma che l’intero apparato statale iraniano, di cui i pasdaran sono un’architrave, è fragile in questo momento».

Il rumore delle proteste degli iraniani risuona da giorni in tutto il mondo. In Europa quasi tutti i governi hanno assunto un atteggiamento di attesa, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha già fatto sapere che Washington è «pronta ad aiutare» il popolo iraniano. Come al solito, ha usato toni aggressivi e ha evocato anche opzioni militari. Secondo fonti dell’amministrazione americana citate dal Wall Street Journal, tra le possibilità in discussione ci sono attacchi mirati ai siti militari, sanzioni aggiuntive e il sostegno alle comunicazioni antigovernative, anche attraverso l’uso di sistemi satellitari come Starlink. Al momento però non si registrano movimenti militari che indichino un intervento imminente. L’attivismo retorico di Trump aumenta l’incertezza, ma non chiarisce se l’obiettivo sia la pressione negoziale o un’escalation.

La forza delle proteste ha contribuito anche al ritorno sulla scena di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che vive in esilio negli Stati Uniti. Durante le proteste sono riemersi timidi slogan in suo favore, più frequenti rispetto al passato. Pahlavi si propone come figura di transizione e interlocutore internazionale, sostiene di non aspirare alla restaurazione monarchica e ha annunciato la sua presenza oggi nella residenza Mar-a-Lago per un incontro con Trump.

All’interno del Paese, però, Reza Pahlavi non ha un consenso certificato, non ha una struttura organizzativa, non controlla reti civiche sul terreno. Anzi, rimane una figura divisiva per gli iraniani: è associato a un passato monarchico e autoritario e a relazioni con Israele e Washington che molti cittadini guardano con sospetto. Per diversi analisti, il suo nome funziona più come simbolo di rifiuto del regime che come reale alternativa politica.

È ancora troppo presto per dire se il regime iraniano sia vicino a cadere. Di certo la Repubblica islamica appare più vulnerabile che in qualsiasi altro momento degli ultimi decenni, ma conserva ancora il controllo degli strumenti coercitivi. La traiettoria delle proteste dipenderà dalla loro capacità di durare nel tempo, di coordinare una popolazione molto eterogenea e, soprattutto, di innescare divisioni all’interno delle élite e delle forze di sicurezza. Su questo, al momento, non ci sono segnali definitivi.

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Redazione Redazione Eventi e News