Qui, si fa sul serio

Qui si fa sul serio. Non perché manchi l’ironia, ma perché, anche questa settimana, il cibo smette di essere soltanto cultura, consumo o intrattenimento e diventa nuovamente materia di decisioni concrete. Vietare una filiera, ripensare i mercati, adattare l’offerta ai corpi che cambiano, tornare alla terra come scelta di vita, trasformare una tradizione in infrastruttura economica: le cinque notizie di questa rassegna raccontano un sistema alimentare alle prese con scelte irreversibili. Non è una questione di gusto. È una questione di conseguenze.
Il percorso si apre in Corea del Sud, dove il divieto della carne di cane – che entrerà pienamente in vigore entro il 2027 – segna una svolta culturale profonda. Il consumo, già in declino da anni nelle aree urbane, viene formalmente archiviato come pratica incompatibile con l’immagine contemporanea del Paese e con il nuovo ruolo attribuito ai cani come animali da compagnia. Ma il South China Morning Post mostra l’altra faccia del cambiamento: circa 468.000 cani allevati per la macellazione, migliaia di piccoli allevamenti destinati a chiudere, rifugi pubblici al collasso e un piano di transizione ancora lacunoso. Il divieto, insomma, risolve una questione simbolica ma apre un problema materiale enorme, che riguarda gestione degli animali, riconversione economica e responsabilità pubblica. La trasformazione culturale corre più veloce delle soluzioni pratiche.
Dalla fine di una filiera si passa a una crisi meno visibile, ma altrettanto strutturale. Secondo il Financial Times, il settore vitivinicolo globale è alle prese con un eccesso di offerta che il mercato non riesce più ad assorbire. Negli ultimi anni la produzione è rimasta relativamente elevata, mentre i consumi – soprattutto nei Paesi storicamente trainanti – rallentano o cambiano forma, tra calo del consumo quotidiano, concorrenza di altre bevande e crescente attenzione alla salute. Il risultato si riflette lungo tutta la filiera: i serbatoi restano pieni, gli accordi di conferimento saltano e le uve faticano a trovare sbocco, mentre prezzi e margini si assottigliano. In diverse regioni si parla già di distillazioni di crisi, espianti o riconversioni agricole, ma senza una strategia condivisa il riequilibrio rischia di essere lento e doloroso. Il vino, più che un problema di marketing o di immagine, emerge così come una questione agricola ed economica di fondo: produrre meno, o produrre diversamente, diventa una necessità.
Il cambiamento dei consumi emerge con ancora più chiarezza nel Regno Unito. Qui, racconta The Guardian, i supermercati stanno riorganizzando scaffali e prodotti attorno al fenomeno del “Jab-uary”: alimenti pensati per chi assume farmaci dimagranti a base di GLP-1. Porzioni più piccole, attenzione a proteine e fibre, packaging dedicati. Non si tratta solo di marketing stagionale, ma di un adattamento strutturale del retail a un nuovo tipo di consumatore e di appetito, ridotto e farmacologicamente modulato. Il cibo risponde sempre meno al desiderio e sempre più a esigenze cliniche, con effetti diretti su volumi di vendita, composizione dell’offerta e strategie industriali. La dieta diventa infrastruttura del sistema sanitario e il supermercato un attore chiave di questa trasformazione.
Il registro cambia spostandosi in Messico, ma la posta in gioco resta alta. Ad Actopan, nello stato di Hidalgo, la barbacoa è molto più di una specialità locale. È un rito collettivo che ogni fine settimana mobilita famiglie, produttori e visitatori attorno a una tecnica antica: la lunga cottura sotterranea della carne avvolta in foglie di maguey. El País racconta una città che ha trasformato questa tradizione in un motore economico e turistico, senza svuotarla di significato. In un contesto di globalizzazione alimentare, Actopan mostra come il cibo possa funzionare da collante identitario e da sistema produttivo allo stesso tempo. Qui la tradizione non è nostalgia, ma una forma di organizzazione sociale contemporanea.
La rassegna si chiude tornando all’agricoltura e al lavoro. Nel Sud-Est asiatico, un numero crescente di giovani sceglie di abbandonare impieghi urbani per tornare a coltivare la terra. Le storie raccolte dal South China Morning Post parlano di laureati e professionisti che investono in produzioni locali, tecnologie leggere e modelli ibridi tra sapere tradizionale e innovazione. Non è un ritorno romantico al passato, ma una risposta pragmatica a un contesto segnato da precarietà, aumento dei costi della vita e ricerca di autonomia. L’agricoltura torna a essere una scelta possibile, e talvolta desiderabile, in un’economia che ha smesso di garantire certezze altrove.
Messe insieme, queste cinque storie restituiscono l’immagine di un sistema alimentare in fase di rinegoziazione profonda. Cambiano le regole, cambiano i corpi, cambiano le filiere e le aspettative. Il cibo resta al centro del racconto globale come spazio in cui si misurano scelte politiche, culturali ed economiche. Ed è per questo che, (anche) questa settimana, la rassegna va presa sul serio.
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