Reza Pahlavi millanta di essere l’alternativa agli ayatollah, ma in Iran non ha seguito

Raramente nella storia si è affacciato un leader più screditato o privo di doti del figlio dell’ultimo scià dell’Iran, che oggi si sbraccia per presentarsi come alternativa al regime dei pasdaran e degli ayatollah. Reza Ciro Pahlavi, peraltro, non ha un’organizzazione nel Paese, né tra gli oppositori né tra i manifestanti, ed è circondato nella diaspora da una serie di collaboratori le cui origini, a dir poco, sono da galera.
In larga parte si tratta dei discendenti dei cortigiani o dirigenti del regime di suo padre, che si erano distinti per aver gestito uno dei sistemi più repressivi della storia fondato sul Savak, il servizio segreto che ha ucciso i dissidenti a migliaia e li ha incarcerati a decine di migliaia. Sono stati anche incapaci di eseguire quelle poche riforme politiche che avrebbero democratizzato con prudenza il Paese, prevenendo e svuotando le ragioni della rivoluzione khomeinista. Hanno represso in modo cieco e crudele le minoranze etniche (curdi, azeri, beluci, arabi, turcomanni) contribuendo alla destabilizzazione del loro stesso regime e, infine, hanno rubato in un delirio di corruzione senza pari.
Il primo a rubare, peraltro, è stato proprio il padre dell’odierno aspirante salvatore della patria iraniana, che in realtà lasciava le grandi decisioni alla sorella gemella Ashraf, mentre viveva uno stile di vita agiato e frequentava ambienti elitari. Un uomo tanto fotogenico quanto crudele e incapace che, quando fuggì all’estero il 16 gennaio 1979, portò con sé molte ricchezze nazionali iraniane – stimate tra uno e due miliardi di dollari. Ricchezze di cui oggi vive nel lusso Reza Ciro Pahlavi. Ma non basta. La dinastia da cui discende è composta solo dal nonno, che l’ha fondata, dal padre e da lui. Il nonno, Reza Shah — poca fantasia coi nomi — uomo di carattere e di strategie, a differenza del figlio e del nipote, era in origine un sergente del reggimento dei cosacchi iraniani, che seppe sfruttare al meglio e senza scrupoli il periodo oscuro per l’Iran, contrassegnato dalla contemporanea decadenza della dinastia Qajar e dai contraccolpi della rivoluzione leninista del 1917 nella confinante Russia.
Diventato comandante del corpo dei cosacchi, negli anni Venti si impadronì di Teheran e del potere con un facile e incruento colpo di mano militare, e nel 1925 si fece nominare scià. Imitatore senza fantasia del confinante Kemal Atatürk, impose una serie di riforme di laicizzazione forzata del Paese e, soprattutto, si appropriò delle ricchezze nazionali. Oltre all’oro e al denaro, si fece intestare la proprietà di un milione e mezzo di ettari di terra fertile. Suo figlio, il padre di Reza Ciro, raddoppiò questo furto, portando a tre milioni gli ettari di terreno fertile di cui si era arbitrariamente intestato la proprietà.
Ma questo non è nulla quanto a lustro della dinastia. Nel 1941, il nonno di Reza Ciro, Reza Shah, fu bruscamente deposto, arrestato e mandato in esilio in Sudafrica da un’inedita azione congiunta sovietico-britannica. Fervente nazista sin dalla presa del potere di Adolf Hitler – in suo omaggio cambiò la denominazione del Paese da Persia a “Paese degli ariani”, Iran – era sul punto di allearsi con l’Asse nazifascista e di consegnargli il Paese. Se il suo piano filonazista fosse riuscito, la Seconda guerra mondiale avrebbe preso un’altra piega, perché lo strategico petrolio iraniano sarebbe andato a Hitler, con conseguenze disastrose per gli Alleati.
Altro non è facile dire di Reza Ciro, per la solida ragione che non ha avuto ruoli politici o amministrativi significativi, vivendo prevalentemente all’estero, consumando le ricchezze del padre. Donald Trump finora non l’ha incontrato, ma ha preferito farlo ricevere dal suo fidato Steve Witkoff.
La storia è capricciosa e non è detto che un domani il figlio di un ex scià controverso non possa finalmente rendere un servizio al Paese, dando una mano alla transizione per poi farsi da parte, dato che ben pochi lo voteranno. Sarebbe il primo di tutta la dinastia.
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