Se l’America copia la Cina, un artista dissidente come Badiucao sa che qualcosa si è rotto

Gen 13, 2026 - 19:30
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Se l’America copia la Cina, un artista dissidente come Badiucao sa che qualcosa si è rotto

Badiucao è tra i più importanti artisti e cartoonist politici contemporanei. È nato in Cina, in una famiglia segnata dalle persecuzioni politiche, e oggi vive in Australia. La Cina e le dittature sono al centro della sua critica da più di 15 anni. E forse è per questo che è rimasto colpito dal fatto che il suo fumetto più visto e condiviso su X (già Twitter) sia quello disegnato dopo l’uccisione a Minneapolis, città del Minnesota, di Renee Good, una donna di 37 anni, da parte di un agente dell’immigrazione.

Hai definito “patetico” il fatto che la tua critica verso gli Stati Uniti abbia più successo di quelle alla Cina. È una frustrazione artistica o politica?
Direi entrambe, ma soprattutto politica e personale. Dopo quello che è successo a Minneapolis, non posso dire di essere sorpreso, ma è comunque devastante. Molte persone erano già preoccupate per il futuro della democrazia nel mondo e per il declino dell’integrità negli Stati Uniti. Questo episodio, però, mostra quanto velocemente stia crollando lo stato di diritto. Lo avevamo previsto, avevamo cercato di avvertire le persone. Ma vedere queste previsioni diventare realtà è emotivamente molto duro.

In che senso?
L’evento è stato brutale, non solo per quello che è successo, ma per come oggi viene mostrato. Tutti hanno uno smartphone, ci sono decine di video, e questo crea un bombardamento di immagini che genera giudizi immediati. Poi arrivano le narrazioni contrapposte che cercano di reinterpretare i fatti, e questo rende la tragedia ancora più profonda. Quello che mi colpisce è la somiglianza tra il modo in cui la polizia americana e l’amministrazione Trump cercano di controllare la narrazione e quello che ho visto fare per decenni dal governo cinese. Sono cresciuto in Cina: so benissimo cosa significa distorcere i fatti, fabbricare la realtà per coprire un crimine e imporre una versione ufficiale. Vedere lo stesso meccanismo negli Stati Uniti è, per me, uno shock enorme per ciò che credevo fosse una democrazia.

Dunque, oltre al fatto, l’uccisione, c’è anche il modo in cui è stato gestito?
Il modo in cui l’agente ha lasciato la scena, il tentativo di impedire un’indagine indipendente, l’annuncio immediato che la vittima era una “terrorista domestica” senza prove. Tutto questo è tipico degli Stati autoritari. E la cosa peggiore è che, nonostante qualche protesta, l’ICE continua ad agire come se nulla fosse. Questo mi fa dubitare che gli Stati Uniti abbiano ancora la forza di correggersi. Non dico che siano diventati la Cina o la Corea del Nord, ma la direzione è chiarissima: distruggere i meccanismi che limitano il potere e trasformare lo Stato in uno strumento personale del leader.

Non temi che criticare gli Stati Uniti oscuri la tua identità di dissidente cinese?
Al contrario. Essere un vero artista dissidente significa applicare gli stessi principi a tutti i governi. I diritti umani non sono negoziabili e non appartengono a un solo paese. Criticare gli Stati Uniti oggi rafforza la mia identità di dissidente. Per anni persone come me hanno creduto che le democrazie occidentali fossero un modello, una base solida su cui costruire un futuro migliore anche per paesi come la Cina. Ora quella base sembra crollare. È una crisi esistenziale, ma ci obbliga a capire che la democrazia ha valore in sé, non perché esiste l’America. Anche se tutti i governi diventassero autoritari, la democrazia resterebbe comunque qualcosa per cui vale la pena lottare.

Se potessi mostrare un’opera ai leader mondiali, quale sceglieresti?
New World Order. È un’opera in cui immaginavo Cina, Russia e Stati Uniti come tre imperi che si dividono il mondo. Oggi quella visione sembra sempre più reale: la guerra in Ucraina, le ambizioni di Trump sulla Groenlandia… È un mondo in cui le grandi potenze non credono più nella democrazia, ma solo nella forza. L’Europa lo sa, in fondo. Ma non sta agendo con sufficiente decisione. E se l’Europa non difende i propri valori, potrebbe essere davvero l’ultima speranza per una governance democratica globale.

Sei ottimista o pessimista sul futuro delle democrazie?
Onestamente, oggi sono pessimista. Non basta aspettare che i leader invecchino. Il problema è sistemico. Finché le persone preferiranno l’uomo forte alla democrazia, ne arriverà sempre un altro. In Europa non vedo abbastanza volontà di sacrificio. Difendere l’Ucraina, rinunciare all’energia russa o ai profitti del mercato cinese ha un costo. Ma non farlo ha un costo molto più alto: la fine della libertà.

Oggi molte delle critiche verso la democrazia si concentrano sul fatto che appare un modello lento, debole e inefficiente.
La democrazia è più lenta nel decidere, ma è molto più capace di correggersi. Le autocrazie possono fare una sola grande scelta sbagliata e crollare. La democrazia può sbagliare molte volte, ma sopravvive perché mantiene unita la società. E soprattutto la democrazia racconta una storia migliore per l’umanità. Alla fine, la civiltà è una competizione tra narrazioni. Le dittature uccidono creatività e fiducia. La democrazia, quando funziona, permette alle persone di immaginare un futuro comune. Ma serve una cittadinanza educata politicamente. L’Europa ce l’ha ancora. I governi devono dire la verità ai cittadini, anche se costa voti: spiegare che siamo in un momento storico in cui servono sacrifici per difendere la libertà.

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