Su Trump l’Europa deve uscire dalla fase della negazione

In tutta Europa le persone più consapevoli cominciano a fare i conti con la realtà del nuovo potere americano. Prima di tutto, si tratta di dare battaglia per far uscire le élite politiche dell’Unione dalla fase della negazione.
Sul Financial Times, Gideon Rachman, il principale commentatore di politica estera del giornale, scrive che sulla Nato l’Europa deve «pensare l’impensabile», cioè considerare la possibilità che uno scontro con gli Stati Uniti sulla Groenlandia segni la fine dell’Alleanza Atlantica e richieda dunque di sostituirla con un nuovo trattato sulla sicurezza europea. Sullo stesso giornale, domenica, Martin Sandbu ha scritto che più l’Europa paga per tentare di ingraziarsi Trump – accettando accordi commerciali-capestro, interferenze nelle elezioni e pressioni per deregolamentare la rete in favore dei giganti delle piattaforme, e soprattutto caricandosi pressoché sola il costo del sostegno all’Ucraina – meno convincente appare la logica della sua strategia. Sul Monde, Gilles Gressani, il direttore del Grand Continent, scrive che «la dottrina globale del trumpismo è ormai esplicita, radicale, reazionaria» e «può essere espressa attraverso un concetto: ricolonizzazione». Secondo Rachman, persino dopo un’invasione americana della Groenlandia, «alcuni membri europei della Nato probabilmente cercherebbero di mantenere in vita l’alleanza» (personalmente avrei un sospettuccio su un possibile indiziato, o meglio indiziata), ma dopo un evento del genere, nessuna garanzia di sicurezza degli Stati Uniti avrebbe più alcun valore.
Entrambi i commentatori del Financial Times sono ovviamente ben consapevoli dei rischi e degli enormi svantaggi che una rottura traumatica dell’Alleanza Atlantica avrebbe per l’Europa, e per la difesa dell’Ucraina. Ma forse tendiamo tutti a sottovalutare gli svantaggi che comporterebbe per gli Stati Uniti perdere basi militari assai utili per la capacità di proiezione della loro forza militare, ad esempio in Medio Oriente, nonché la fine dell’acquiescenza europea in materia di dazi, o la drastica riduzione negli acquisti di armi e di ogni altro prodotto americano, nonché una tassazione e una regolazione molto più pesanti dei colossi tecnologici da parte dell’Ue. Del resto, quale sarebbe l’alternativa?
Come scrive Gressani, «tutti hanno capito cosa ci aspetta se non reagiamo e cosa significa, nei fatti, sottomettersi a Washington e al volere dei nuovi signori della tecnologia. Se avete ancora dei dubbi, guardate l’intelligenza artificiale di Elon Musk, con i suoi contenuti apertamente antisemiti e negazionisti, o la generazione di immagini pedopornografiche di ragazze reali denudate dall’algoritmo. E tutti hanno capito anche un’altra cosa: in questo momento storico, saremo giudicati in base a ciò che avremo fatto, o non fatto». Certo però una rottura traumatica con gli Stati Uniti e con la Nato, in uno scenario così minaccioso, imporrebbe scelte difficilissime, economiche e sociali: da un aumento ben superiore al previsto delle spese per la difesa, con le relative ricadute sul bilancio pubblico e quindi la necessità di alzare le tasse o tagliare la spesa sociale, e perfino, ipotizza Rachman, considerare la reintroduzione della leva obbligatoria.
Scelte difficilissime, aggiungo io, che rischierebbero di gonfiare il consenso dei populisti, finendo per indebolire ulteriormente l’Unione europea, portando ai suoi vertici proprio le quinte colonne del nemico. Un circolo vizioso micidiale, che solo una reale presa di coscienza del pericolo da parte dell’opinione pubblica, uno scatto di orgoglio europeo e una mobilitazione di tutti i democratici decisi a difendere la libertà e l’autonomia dell’Europa potrebbe scongiurare. Un aspetto ironico della faccenda è che da un certo punto di vista, puramente teorico, proprio in uno scenario così drammatico finirebbero per avverarsi i desideri di quella sinistra che fino a ieri, per sfuggire alla responsabilità del riarmo europeo, ne criticava il carattere nazionale e subalterno agli Stati Uniti, come ha fatto il Pd di Elly Schlein, unico nell’intera famiglia del Pse. Dal momento in cui fossimo costretti a dar vita in tutta fretta a una Nato europea, evidentemente, tali problemi verrebbero meno, e a sinistra saremmo tutti obbligati a fare i conti, in ogni senso, con le conseguenze reali dei nostri desideri. Cioè a diventare adulti.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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