Abbiamo l’obbligo morale di tornare a casa dei genitori per le feste?

In una celebre scena di Parenti Serpenti, il film del 1992 diretto da Mario Monicelli che racconta la storia di un rocambolesco ricongiungimento familiare in occasione del Natale, Pia Velsi, nei panni di Trieste – l’anziana nonna della famiglia Colapietro – esprime un desiderio nei confronti dei figli: «Abbiamo pensato che questi pochi giorni che ci restano ancora da vivere li vogliamo passare più vicino a voi».
L’annuncio è il preludio del dramma familiare. Tra difficoltà personali, affetti arrugginiti e vecchi rancori sopiti, la riunione della famiglia piccolo-borghese si rivela ben presto disastrosa, e i legami si incrinano sotto al peso dell’interrogativo di chi si farà carico degli anziani genitori. La vicenda si chiude con un finale drammatico, l’incredibile – nel senso di assurda – morte di Trieste e Saverio. Tutti i personaggi – chi più chi meno – a un certo punto della storia rimpiangono la decisione di essersi riuniti in occasione delle festività natalizie, e di essersi così dovuti prendere la responsabilità dei bisogni del padre e della madre.
Per molti versi Parenti Serpenti è il vero film del Natale, perché capace di raccontare la realtà delle storture delle famiglie italiane, che trascorrono l’anno perlopiù divise, ognuna presa dalla frenesia e dalle preoccupazioni della sua vita e che si ritrovano goffamente a trascorrere insieme molte ore, e a condividere un pasto molto lungo, in occasione delle feste. Se il Natale è largamente ammantato da un’aura di sacralità e magia, dove i cattivi più cattivi possono scoprirsi buoni – come per esempio ne Il Grinch (il film del 2000 diretto da Ron Howard) –, e dove la festività è ammantata da un immaginario iconico costruito perlopiù dalla pubblicità– come è l’invenzione di Babbo Natale o i più generici jingle – le festività natalizie, oltre ad essere un momento atteso tutto l’anno, sono anche dei momenti di “resa dei conti”.
L’immagine idealizzata del Natale ha contribuito a creare aspettative irrealistiche. Si parla di “Christmas Blues”, una sorta di depressione natalizia che porta con sé sentimenti legati all’insoddisfazione, alla tristezza e alla malinconia. Sentimenti che possono scaturire dal paragone con le altre famiglie, spesso viste come più felici, più soddisfatte, più coese. Si tratta di emozioni negative legate alla pausa natalizia, che comportano ansia, stress, tristezza e una diffusa malinconia, che si manifesta soprattutto se durante l’anno si è subito un lutto familiare, per cui il tradizionale pasto natalizio coincide con il doversi relazionare con un’assenza. Nonostante non si tratti di una patologia equiparabile alla depressione clinica, il Christmas Blues influisce negativamente sulla salute mentale e sul benessere delle persone, determinato dalla discrasia tra l’atmosfera natalizia, stereotipicamente gioiosa e spensierata, e la pressione che queste aspettative sociali hanno sulle persone.
Per combattere il malessere scaturito dal Christmas Blues sempre più giovani trovano conforto nell’IA e nei social media. «Il periodo natalizio e le festività rappresentano un momento delicato: se le relazioni reali sono rarefatte o conflittuali, la sensazione di solitudine può acuirsi e il tentativo di “surrogarla” con una relazione virtuale rischia di peggiorare la situazione – racconta al Sole 24 Ore Antonio Vita, presidente della Società Italiana di Psichiatria e professore di psichiatria all’Università di Brescia –. È un fenomeno che pensiamo tipico degli anziani – e per gli anziani resta un dramma – ma oggi è molto diffuso anche tra i giovani e i giovanissimi: nella fascia 15-24 anni, dai dati disponibili, è quella che ha registrato la crescita più marcata negli ultimi anni».
C’è anche chi propone una lettura diversa. Leo Babauta, fondatore del blog Zen Habits, descrive le riunioni familiari come un banco di prova per la consapevolezza emotiva. Le feste, scrive, fanno riemergere vecchi conflitti, ruoli familiari cristallizzati e una perdita di controllo sulla routine quotidiana. È il fenomeno della “holiday regression”: si torna a essere, nonostante il tempo passato, la versione più scomoda e immatura di sé, all’interno della famiglia.
In questo contesto anche in Italia si comincia a parlare di Natale no contact, una tendenza che vede le persone sospendere i contatti con i membri della propria famiglia durante le festività per proteggere il proprio benessere psicologico. Non si tratta di una fuga, né di una scelta presa d’impulso, e neppure della decisione di non tornare a casa per le feste, ma di scegliere di trascorrere le festività con persone esterne al proprio nucleo familiare. Su Reddit si è aperta una discussione a riguardo.
«Concepite la famiglia in modo troppo romanticizzato e religioso, fa parte della vostra cultura, non siete minimamente in grado di pensare che non possa essere così – scrive un utente –. Voi sareste in grado di accettare i peggiori soprusi da gente che avrebbe dovuto fare qualsiasi cosa tranne che il genitore e ringraziate pure perché “la famiglia è sacra”». Altri, invece, lo ritengono un sintomo di un’incapacità relazionale, un ennesimo passo verso l’auto isolamento, e un’eccessiva preoccupazione nei confronti della salute mentale. «Tolte le situazioni di vero e proprio abuso fisico e psicologico (una netta minoranza), tutto il resto rientra nella sfera delle normali divergenze interpersonali». «Se dietro alla scelta di tagliare i ponti con genitori o fratelli non c’è un motivo valido e grave ( come dinamiche pesantemente disfunzionali), si tratta dell’ennesimo piagnisteo generazionale che vuole motivare lo scappare dai problemi».
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