Autorità indipendenti: indipendenti da chi?
lentepubblica.it
Costi, nomine e poteri delle Autorità indipendenti: un modello davvero indipendente o sempre più distante da controlli e responsabilità?
Nonostante il nostro Paese, oltre agli organi costituzionali, vanti ben 15 ministeri, con oltre 3 milioni di dipendenti, il cui costo di gestione ammonta a circa 100 miliardi (fonte: il Sole 24 ore), vi sono altri 10 enti che si aggiungono al modo della pubblica amministrazione con termini quali “Agenzie”, “Commissioni”, ecc. e poi ancora altri 9 enti, definiti “Autorità indipendenti”.
Giusto per avere un quadro dei costi, queste ultime spendono ogni anno 310 milioni per gli stipendi dei 2.300 dipendenti e quasi 24 di affitti, tutte rigorosamente alloggiate in importanti palazzi del centro della capitale.
Origine e limiti dell’indipendenza dalla politica
L’idea di creare delle Autorità indipendenti, da aggiungere al pletorico e costoso apparato amministrativo nasce dall’esigenza di assicurare ad alcuni organismi politici la necessaria distanza dalla interferenza della “politica” e dei “governi”, per l’esercizio di funzioni che si caratterizzano per l’elevato livello di professionalità o per la prevalente necessità di adottare scelte di natura tecnica.
In qualche modo, una sorta di ammissione di incapacità della politica di perseguire gli interessi pubblici. Che non è proprio una bella considerazione, visto che il sistema democratico, per sua natura, si affida alla funzione di rappresentanza politica, a cui sono affidate le scelte determinati per la vita del Paese.
Peraltro, e questo rappresenta una nota stonata, ma non la sola, la nomina dei componenti delle Autorità indipendenti è affidata al Presidente della Repubblica o al Governo o al Parlamento. E avviene, strettamente, nel rispetto del cosiddetto “manuale Cencelli” che asseconda ogni scelta agli equilibri tra i partiti.
Quindi, ogni componente delle Autorità, al netto delle proprie professionalità e capacità è espressione di una corrente politica. E si è anche verificato il caso di un noto presidente di Autorità che, con scarsa indipendenza, non nascondeva il personale sostegno a un referendum costituzionale e persino gli strali nei confronti del Governo in carica. Così come le cronache più recenti raccontano di componenti che rimangono legati alla frequentazione dei partiti che li hanno espressi.
Vicende recenti di Autorità indipendenti: potere sanzionatorio e dubbi sull’imparzialità
Proprio nei giorni scorsi si è appreso delle vicende poco edificanti riguardanti una di queste Autorità, sulle quali sono in corso accertamenti ed è opportuno non avanzare giudizi. Ma si tratta di una vicenda che, se inquadrata bene, ha il sapore di un regolamento di conti interno che trova sfogo e amplificazione nell’agone politico, sempre alla ricerca dello scontro. I fatti contestati, infatti, con buona probabilità, sono reali, ma sarebbero rimasti nascosti se non si fossero accese diatribe interne.
E viene da chiedersi, per dirla con Bettino Craxi, se tutto ciò che emerge sia esclusiva di quell’Autorità o più semplicemente uno stile di amministrazione che, grazie alla “indipendenza”, esercita il proprio ruolo in modo arbitrario e non sempre conforme all’etica o alle proprie finalità. Peraltro, forse non tutti sanno che quelle Autorità hanno potere sanzionatorio, che esercitano con modalità discutibili e senza alcuna logica riguardo alle priorità o alla gravità delle violazioni. E certamente non tutti sanno che le somme incassate per l’applicazione delle sanzioni sono acquisite ai propri bilanci. Ciò evidenzia che si può discutere sulla loro indipendenza, ma qualche dubbio sorge sulla loro imparzialità.
Un modello di amministrazione distante dalle responsabilità e dalle finalità istituzionali
Quello che emerge è uno strano modello di pubblica amministrazione che, pur se sommersa da emergenze inderogabili e difficoltà di rispettare gli impegni, pressata da scadenze e programmi e impossibilitata a soddisfare bisogni diffusi, ritiene di dovere attribuire maggiore importanza a chi, lontano dalle “questioni concrete” e ogni responsabilità di risultato, produce linee guida, studi, report, prescrizioni e applica persino sanzioni a chi fa i conti con la realtà quotidiana delle realizzazioni e del soddisfacimento dei bisogni concreti.
A questi ultimi, infatti è riservato un trattamento caratterizzato da basse remunerazioni, limiti occupazionali, vincoli di spesa e persino il peso del sospetto generalizzato. Mentre ai primi sono riservati uffici prestigiosi nel centro della capitale, dipendenti in numero esagerato, anche di profilo dirigenziale, retribuzioni oltre ogni immaginazione per gli altri dipendenti pubblici e altre forme di vantaggi che arrivano ai rimborsi e alle spese di rappresentanza, come dimostrano le cronache recenti.
Che dire? Se ne ricava un’immagine singolare che attribuisce un significato “comodo” all’indipendenza, non più finalizzata al distacco dalla politica, come era stata concepita, ma alla lontananza rispetto alle finalità istituzionali, fuori da ogni controllo e da ogni responsabilità.
Ci vorrebbe un ministro che si occupi della pubblica amminstrazione.
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