Colesterolo: amico o nemico? Una visione critica alla luce delle evidenze scientifiche
L’80% del colesterolo è prodotto dal nostro fegato, solo il 20% dipende dall’alimentazione. Un livello alto, da solo, non basta ad indicare rischio cardiovascolare: occorre prendere in considerazione altri parametri. E il colesterolo buono si associa persino a una maggiore longevità. Ecco tutto quello che c’è da sapere
di Elisa Leone, Dottoressa in Scienze della nutrizione umana
Il colesterolo è da decenni uno dei protagonisti del dibattito medico sulla salute cardiovascolare, spesso presentato come un nemico da combattere. Tuttavia, la letteratura scientifica più recente racconta una realtà più articolata: proviamo, dunque, a fare chiarezza, affrontando il tema con un approccio critico, basato sulle evidenze emerse, per interpretare correttamente ciò che i dati realmente indicano.
Cos’è il colesterolo e perché è fondamentale
Il colesterolo non è un veleno, bensì una molecola essenziale per la vita. Il nostro fegato ne produce circa l’80% del fabbisogno totale, mentre solo una piccola parte (circa il restante 20%) deriva direttamente dall’alimentazione influendo, quindi, relativamente sulla colesterolemia. Dal punto di vista biologico, il colesterolo è uno dei costituenti fondamentale delle membrane cellulari, indispensabile per la loro fluidità ed elasticità e per l’integrità e la funzionalità delle cellule di tutti gli organi (inclusi cuore e cervello). È, inoltre, necessario per la sintesi di vitamina D, rappresenta il precursore degli ormoni steroidei (come cortisolo, estrogeni e testosterone) e partecipa alla produzione di molecole coinvolte nella risposta immunitaria.
Quando nel sangue si osservano valori elevati di colesterolo, non sempre è corretto interpretarli come un segnale di allarme: in molti casi, infatti, valori al di sopra della norma possono riflettere un meccanismo fisiologico di risposta a processi infiammatori o a condizioni metaboliche alterate, che meritano un approfondimento mirato e personalizzato, piuttosto che una strategia terapeutica standardizzata.
Colesterolo e rischio cardiovascolare: cosa dice la ricerca scientifica recente
La visione tradizionale associa livelli elevati di lipoproteine a bassa densità (colesterolo LDL), comunemente definite “colesterolo cattivo”, ad un aumento del rischio di malattie aterosclerotiche. Tuttavia, anche qui la realtà è più complessa e modulata da diversi fattori, tra cui età, stato infiammatorio e contesto metabolico generale.
Livelli relativamente alti di LDL nei soggetti anziani (oltre 60-70 anni) non sono associati a un aumento della mortalità complessiva e, in alcuni casi, livelli più elevati, soprattutto di colesterolo HDL (ossia il cosiddetto “colesterolo buono”) si correlano addirittura con una maggiore longevità, fenomeno noto in letteratura come “paradosso del colesterolo”.
È stato, inoltre, evidenziato che il rischio di mortalità globale più basso per adulti di età compresa tra 50 e 89 anni e non in terapia con statine si colloca in un intervallo di colesterolo LDL compreso tra 100 e 189 mg/dL, valori ben più alti rispetto alle attuali raccomandazioni per la prevenzione primaria (minore di 100 mg/dL).
Nelle popolazioni longeve (inclusi gli ultranovantenni) non si osserva, peraltro, una correlazione diretta tra colesterolo LDL elevato e mortalità cardiovascolare.
Questi dati, dunque, non negano che il colesterolo elevato sia un fattore di rischio nei giovani o nelle persone con altre comorbilità, ma indicano che l’associazione non è universale e varia sensibilmente in base all’età e al contesto clinico individuale.
Oltre il colesterolo: i marcatori di rischio da considerare
Tutto questo ci fa comprendere che limitarsi alla misurazione del colesterolo totale e/o LDL è insufficiente per valutare in modo accurato il rischio cardiovascolare. La ricerca più recente sottolinea l’importanza di un approccio più ampio e integrato, che consideri la valutazione di altri parametri clinici più avanzati, oggi considerati più predittivi e affidabili del rischio di eventi cardiovascolari. Tra questi:trigliceridi e/o rapporto di trigliceridi e LDL con HDL, apolipoproteina B (apoB), LDL ossidate (ox-LDL), proteina C-reattiva (PCR) e altri marcatori di infiammazione cronica. Completano il quadro di rischio omocisteinemia, insulinemia e indici di resistenza insulinica (HOMA-IR), così come altri marker metabolici.
Tutti questi parametri, benché spesso trascurati nelle analisi di routine, sono fondamentali per delineare un quadro più realistico della salute vascolare, nonché fornire il profilo di rischio cardiovascolare individuale.
Le statine: utili ma non universalmente indispensabili
Le statine sono una tra le classi di farmaci più prescritte al mondo per la riduzione del colesterolo LDL e della probabilità di eventi cardiovascolari, in particolare in soggetti ad alto rischio e in prevenzione secondaria (cioè nei pazienti con pregressi eventi ischemici o aterosclerotici). Questi farmaci sono realmente efficaci in specifici contesti clinici, ma non sono l’unica arma preventiva, né necessariamente indicati per tutti i pazienti a basso o medio rischio, in assenza di ulteriori fattori concomitanti (come diabete, ipertensione, infiammazione cronica o storia familiare precoce significativa). Va, inoltre, ricordato che, come ogni terapia farmacologica, anche le statine possono causare effetti avversi non trascurabili (miopatie, disturbi digestivi, alterazioni metaboliche e del microbiota, insulino-resistenza, disfunzioni cognitive transitorie, neuropatia, epatotossicità ecc.), che richiedono una valutazione personalizzata del rapporto rischio/beneficio.
È, quindi, importante sfatare il mito secondo cui “assumere statine equivale a garantire salute cardiovascolare”. Nonostante l’uso diffuso di questi farmaci, infatti, le malattie cardiovascolari restano la principale causa di morte nella popolazione occidentale, suggerendo che la prevenzione debba basarsi su un approccio multifattoriale e personalizzato, in cui il trattamento farmacologico sia complementare, e non sostitutivo, a un corretto stile di vita.
Stile di vita: la prima linea di prevenzione
La prevenzione a lungo termine delle malattie cardiovascolari non si gioca, dunque, esclusivamente sulle concentrazioni di lipidi plasmatici (grassi nel sangue), ma soprattutto sulla gestione di fattori modificabili dello stile di vita [4]. Vediamone alcuni tra i più importanti.
- Alimentazione di qualità, equilibrata e antinfiammatoria – ricca di fibra, sostanze antiossidanti (provenienti prettamente da fonti vegetali) e grassi “buoni” – come quella della Dieta Mediterranea, che è associata a riduzioni significative di mortalità cardiovascolare (e altre patologie croniche e neurodegenerative) e a un profilo metabolico più favorevole.
- Attività fisica regolare, fondamentale per migliorare sensibilità insulinica e ottimizzare il profilo lipidico.
- Controllo del peso e della composizione corporeamiratoalla riduzione del grasso viscerale.
- Riduzione dell’infiammazione cronica e dello stress ossidativo.
- Stop al fumo.
- Adeguato riposo e corretta gestione dello stress.
Contestualizzare il colesterolo nel quadro clinico individuale
Il colesterolo non è un pericolo da sconfiggere indiscriminatamente, ma un indicatore biologico la cui interpretazione deve essere contestualizzata nel quadro clinico individuale. Rispetto all’obiettivo unico di “abbassare il colesterolo” a tutti i costi, ridurre l’infiammazione sistemica, adottare uno stile di vita sano e attivo e valutare in modo integrato i marcatori di rischio sono strumenti più efficaci e duraturi per prevenire non solo le malattie cardiovascolari, ma anche quelle metaboliche, oncologiche e neurodegenerative.
Il messaggio, dunque, è chiaro: non è il valore numerico del colesterolo a determinare la salute, ma l’insieme delle nostre scelte quotidiane, che influiscono in maggior modo sulla promozione della salute e sulla nostra predisposizione genetica alle malattie.
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