L’egemonia armata degli Stati Uniti accelera la frammentazione dell’ordine mondiale

L’operazione Absolue Resolve in Venezuela fa parte della nuova Dottrina Donroe, annunciata dal vicepresidente James David Vance a Monaco il 14 febbraio 2025, ribadita il 23 settembre 2025 da Donald Trump davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite e poi confermata nella “National Security Strategy” (Nss) del 5 dicembre 2025, diffusa dalla Casa Bianca.
Si tratta di un’operazione non dissimile da quella «speciale» lanciata da Vladimir Putin contro l’Ucraina il 24 febbraio 2022, ma con una violenta efficacia militare sconosciuta alla Federazione Russa, le cui truppe sono da quasi quattro anni bloccate sul terreno, anche grazie alla resistenza del popolo ucraino e all’ampio sostegno internazionale.
Alla violenza dell’efficacia militare statunitense non corrisponde tuttavia il risultato strategico immaginato da Washington, perché è forte la possibilità di un lungo periodo di caos, se non di guerra civile, di cui subiranno le conseguenze non solo il popolo venezuelano, già ridotto allo stremo dalla dittatura di Nicolás Maduro, ma tutta l’america Latina e, più in generale, l’economia internazionale.
Quest’operazione è molto simile ad altre operazioni condotte dagli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale in Asia, nel Mediterraneo e in america Latina – nella logica egemonica di una grande potenza che si considera come il «gendarme del mondo» – che hanno aumentato il disordine internazionale, demolito il multilateralismo e il ruolo delle Nazioni Unite, e legittimato (ma la parola in sé è grottescamente tragica) interventi militari, contro il rispetto del diritto internazionale.
Più recentemente ci sono stati i bombardamenti israelo-statunitensi in Iran, in Qatar, nello Yemen e in Nigeria, l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 contro Israele e la risposta bellica di Israele con un’azione di sterminio, e non un atto di guerra. Le guerre coinvolgono infatti gli eserciti di due Stati, mentre Israele non riconosce quello palestinese, e il cosiddetto braccio armato di Hamas è formato da bande clandestine di terroristi, a cui si dovrebbe applicare il diritto penale internazionale e lo strumento Onu del peace enforcement, e non l’autodifesa di Israele.
Sono stati preannunciati interventi ancora contro l’Iran dagli Usa e da Israele, e dalla Cina contro Taiwan, che provocheranno devastazioni incalcolabili, stimolando emulazioni belliche in Asia, in Medio Oriente, in Africa e in america Latina – con quella che papa Francesco aveva chiamato l’8 gennaio 2024 una «terza guerra mondiale a pezzi destinata a trasformarsi in un conflitto globale» – senza dimenticare le minacce di Donald Trump contro altri Paesi del cosiddetto «emisfero occidentale», in particolare la Colombia di Gustavo Petro e il Messico di Claudia Sheinbaum Pardo, e contro la Groenlandia di Jens-Frederik Nielsen.
Non dobbiamo tuttavia rinunciare alla speranza o alla convinzione che la politica sciagurata di Donald Trump e degli altri autocrati nel mondo provochi controrazioni interne e internazionali tali da impedirle di realizzarsi come essa è stata preannunciata nella Nss.
Alcuni segnali importanti arrivano in effetti dall’altra parte dell’Atlantico, con gli intensi appelli del senatore democratico Bernie Sanders, le ultime elezioni statali e locali, a cominciare dalla città di New York e dal nuovo sindaco Zohran Mamdani, e le prime crepe nel fronte repubblicano in vista delle elezioni di Mid-Term nel novembre 2026. Vanno inoltre ricordate le crescenti proteste popolari in Iran, in un Paese che fu una volta la culla della grande cultura persiana.
L’Unione europea, che è ancora sulla carta (nel senso della Carta dei diritti fondamentali firmata a Nizza venticinque anni fa) uno Stato di diritto, deve uscire dal suo sonno e rivendicare con forza e determinazione i suoi valori e i suoi principi, al suo interno, verso tutti i Paesi candidati all’adesione e a livello internazionale, come elementi fondanti di tutti i partenariati internazionali strategici, a cominciare da quelli con il Mercosur e l’Unione Africana.
Bisogna iniziare da un’azione politica e culturale verso la società statunitense, che possiede anticorpi culturali e giuridici tali da poter neutralizzare l’era Trump e rilanciare nello stesso tempo l’idea dell’interdipendenza di John Fitzgerald Kennedy, del 1962, e della giustizia sociale di Martin Luther King, del 1963.
L’Unione europea deve uscire dal suo sonno, rivendicando insieme ai Paesi dell’america Latina la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici in Venezuela e l’organizzazione di libere elezioni presidenziali e legislative sotto un controllo internazionale, come non avvenne nel 2024, così come si devono esigere libere elezioni presidenziali e legislative in Ucraina e nei territori palestinesi dopo i cessate il fuoco.
Le elezioni, tuttavia, non bastano, perché non basta la democrazia rappresentativa se essa non è accompagnata e sostenuta dal ruolo della società civile organizzata e da politiche per realizzare una vera giustizia sociale e una democrazia economica, in coerenza con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, con principi, regole e istituzioni di garanzia che sono stati dimenticati nel “Patto per il Futuro” delle Nazioni Unite del settembre 2024.
L’Unione europea deve uscire infine dal suo sonno, riaprendo un percorso democratico e costituente verso il modello federale immaginato a Ventotene e dimenticando la via tortuosa e inefficace prevista a Lisbona, che contiene i principi inefficaci del potere di veto e dell’idea secondo cui i governi nazionali affermano di essere «i signori dei Trattati».
Scegliamo, per cambiare l’Europa e il mondo, le parole di Aristotele: logos, ethos e pathos.
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