Il bullismo strategico trumpiano, e la difesa delle ragioni dello stato di diritto globale

Gen 7, 2026 - 08:30
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Il bullismo strategico trumpiano, e la difesa delle ragioni dello stato di diritto globale

Il libidinoso gusto con cui adulano i bulli della storia e ne scherniscono i bullizzati fa pensare che, dietro l’esibita freddezza dell’analisi, vi sia un sentimento di rivalsa o di vendetta a muovere i campioni nazionali del cosiddetto realismo geopolitico. Chi vi viene in mente: i Lucio Caracciolo e i Mario Sechi? Chissà come mai.

Il bersaglio di questi compiaciuti Machiavelli televisivi e di tutti i loro compari politico-mediatici è il medesimo della destra Maga, cioè la complessa infrastruttura di regole, patti e istituzioni, a un tempo troppo liberale e troppo progressista, che dal secondo dopoguerra l’Occidente euroatlantico ha provato faticosamente a costruire, attraverso un processo in cui stato di diritto e società aperta sono passati dall’essere i connotati delle democrazie nazionali al divenire il fondamento, per così dire “costituzionale”, delle relazioni internazionali.

Questo è avvenuto prima tra i Paesi che, nella stagione di Yalta, si definivano come il mondo libero e poi, successivamente, tra quelli che, pur senza adottare un sistema democratico, accettavano di condividere un insieme di principi di cooperazione politica e competizione economica, per tutti potenzialmente profittevole, da cui era escluso il ricorso alla violenza, alla sopraffazione e alla violazione degli accordi sottoscritti.

Il percorso che ha portato dalla vittoria dell’Occidente nella Guerra Fredda alla globalizzazione politico-economica dell’ordine internazionale non è stato né lineare né programmato, ma certamente epocale, e la sua inaspettata battuta d’arresto, pochi anni dopo l’apparente trionfo della caduta del Muro di Berlino, ha comportato un brusco cambiamento delle relazioni politiche, sia tra gli Stati sia all’interno degli Stati.

A determinarlo è stata l’impressione, diffusa nelle opinioni pubbliche e alimentata dalle retoriche nazionaliste, che questa dinamica espansiva delle relazioni multilaterali avesse portato a un sostanziale svuotamento o a un’usurpazione della sovranità e delle capacità di controllo democratico dei fondamentali processi economico-sociali. 

A questa impressione si è aggiunta la persuasione, intuitivamente naturale, ma empiricamente falsa e propalata da narrazioni cospiratorie che tutte le relazioni tra gli Stati, non meno che tra gli uomini, siano a somma zero e che quindi quel che alcuni guadagnavano altri inevitabilmente perdevano. E poco importa che i dati dicano il contrario, cioè che non c’è mai stata nella storia dell’umanità tanta giustizia e libertà, tanto pane materiale e companatico immateriale di felicità e di crescita civile per miliardi di persone come nei decenni che ci stiamo lasciando alle spalle.

Non è stato un caso che quello che Einaudi chiamava «l’idolo immondo» del nazionalismo sia tornato a essere fondamento delle relazioni globali proprio nel momento in cui gli stati nazione hanno cessato di essere uno strumento servibile per il governo di fenomeni – tecnologici, ecologici, demografici – irreversibilmente transnazionali e l’ordine internazionale è precipitato in una condizione di guerra latente tra grandi imperi in conflitto sul perimetro dei rispettivi spazi vitali.

Non è stato un caso neppure che i trionfatori del sistema globalizzato, cioè gli Stati Uniti d’America, si siano convinti di essere stati derubati da quella globalizzazione che il soft power e l’hard power a stelle e strisce aveva imposto all’ordine internazionale e che l’Unione europea, mentre propiziava per centinaia di milioni di persone una crescita senza precedenti, sia diventata il bersaglio di ogni sorta di recriminazione vittimista proprio da parte dei suoi beneficiari.

I reazionari di destra e di sinistra che si compiacciono della fine del diritto internazionale, come se si fosse svelato un inganno e la storia fosse tornata alla salutare normalità dei rapporti di forza dichiarati, festeggiano comprensibilmente la rivincita che la storia sta concedendo a tutti quelli che – nazionalisti, comunisti, antiliberali rossobruni – non solo prevedevano, ma tifavano per la fine dell’ordine globale democratico e dei suoi capisaldi.

Quanti si vogliono invece impegnare a salvare il salvabile, cioè l’Europa, nell’attesa e speranza che l’America si svegli dall’incantesimo trumpiano, non devono raccontarsi balle consolanti – stiamo perdendo e forse se ne uscirà, ma solo con lacrime e sangue – e non devono lasciare campo libero alle balle del nemico, che si chiami Trump, Putin o Xi. Difendere lo stato di diritto, anche sul piano internazionale, non significa affatto adagiarsi sulla vecchia burocrazia normativa delle relazioni tra gli uomini e gli stati, né rinunciare alla deterrenza e al presidio armato delle regole. 

Perché la forza del diritto non capitoli davanti al rivendicato diritto della forza arbitraria e indiscriminata deve diventare semplicemente più forte della violenza che vuole schiacciarla. Chi non capisce che la resistenza dell’Ucraina è l’alfa e l’omega della battaglia per la libertà, nel mondo nuovo dei predatori senza vergogna e delle prede senza difesa, è oggettivamente alleato di quanti pensano che l’Ucraina debba capitolare, proprio perché la sua vittoria metterebbe in discussione la fatale e necessaria conversione dell’ordine globale in una giungla di violenze inferte e subite. 

Anche l’operazione speciale venezuelana del gangster in chief va giudicata con questo metro. Il principale problema di diritto non è che le forze americane abbiano violato la sovranità di uno stato canaglia e catturato un dittatore sanguinario, ma che questa effrazione non sia stata compiuta per liberare i venezuelani e il mondo da un regime di ladri e assassini, ma per metterlo al servizio degli interessi delle compagnie petrolifere americane. 

Quando nel 1999 la Nato decise di bombardare la Serbia per impedire che il Kosovo diventasse un’enorme Srebrenica, violando la legalità internazionale onusiana al servizio dell’aggressore e imponendo il principio dell’interventismo umanitario fece una straordinaria operazione di diritto, ovviamente avversata dalla sinistra pacifista, oggi putiniana e dalla destra nazionalista, oggi trumpiana: tutto si tiene.

Le bombe di Trump su Caracas invece sono solo lo strumento di un regolamento di conti in una faida tra delinquenti e poco importa che uno dei due sia l’uomo più potente del mondo e per questo ritenga di essere legittimamente anche il giudice del bene e del male.

In ogni caso, facciamocene una ragione. Per difendere quel che resta dello stato di diritto e dell’Occidente post Seconda Guerra Mondiale dobbiamo accettare di combattere la guerra che gli è stata dichiarata, dall’interno e dall’esterno. Ed è una guerra in cui conteranno le cannoniere, ma altrettanto le idee. Quando una delle anime nere del trumpismo, Stephen Miller, dice candidamente che sulla Groenlandia la Danimarca non ha alcun diritto, perché gli Stati Uniti sono l’unica potenza della Nato non si limita a notificare il disegno della Casa Bianca, ma vuole giustificarlo ideologicamente: l’etica della violenza diventa filosofia della storia.

In questo quadro, dover affrontare il sorriso sarcastico dei Caracciolo e dei Sechi, mentre domanderanno in favore di telecamera: «Volete mandare i marò a difendere la Groenlandia?» sarà veramente il minore dei prezzi da pagare in questa guerra civile d’Occidente.

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