Cosa sta succedendo tra Cloudflare e Agcom, e perché ci riguarda tutti

Se vi steste chiedendo chi ha avuto il peggior rientro dalla pausa natalizia, credo che difficilmente potrete competere con Cloudflare. L’8 gennaio, l’Agcom ha comunicato una sanzione di oltre 14 milioni di euro alla società statunitense per violazione delle norme antipirateria.
Ma andiamo per ordine. Prima di entrare nel vivo di cosa stia succedendo davvero, cerchiamo di capire cosa sia Cloudflare, perché è fondamentale per l’Internet e in che modo, un suo eventuale shutdown per il mercato italiano sarebbe quantomeno problematico.
Cloudflare non è un sito, non è un social, nemmeno un semplice provider. È una rete che, distribuita sul territorio globale, permette prima di tutto – attraverso la sua CDN (Content Delivery Network) – di velocizzare il caricamento di siti web e piattaforme che dipendono dalla rete Internet e di collegare facilmente le richieste degli utenti a relativi server – attraverso i servizi DNS. Il suo funzionamento tecnico però è fondamentale per capire perché abbia giocato un ruolo chiave nella faccenda legata all’anti-pirateria. Immaginiamo di dover diffondere una lettera in una busta a molte persone: potremmo recapitarla personalmente a chiunque sia interessato non ottimizzando i tempi con cui arriverà l’informazione, oppure potremmo chiedere a chi la riceve di crearne alcune copie e distribuirle a sua volta, velocizzandone la diffusione. Cloudflare si pone quindi a metà tra il contenuto originale e il lettore finale, come un postino spesso agnostico sul contenuto della busta, ma che conosce perfettamente gli indirizzi e come distribuire al meglio contenuti e richieste.
In questo modo si ottiene un altro enorme vantaggio: la fonte primaria – il server, per i più tecnici – può essere protetta da attacchi esterni perché nascosta dalla maschera fornita da Cloudflare, che a sua volte protegge gli utenti e la connessione fra le due parti attraverso i molti servizi della sua infrastruttura. I servizi DNS di Cloudflare risolvono le richieste (ovvero traducono i nomi di dominio in indirizzi IP dei server) e le indirizzano nella maniera corretta, indipendentemente dal contenuto. Agcom ha introdotto la piattaforma Piracy Shield, da cui i player di servizi Internet accreditati devono ottenere i dati di risorse bloccate e – entro 30 minuti – impedirne nuovi accessi per limitare la diffusione di contenuti piratati.
Secondo Matthew Prince (il Ceo di Cloudflare), un ente quasi-judicial – senza controllo giudiziario e quindi indipendente – non dovrebbe avere la possibilità di bloccare contenuti in maniera poco trasparente, senza un controllo e diritto di difesa. La questione qui non è se fosse giusto o meno bloccare uno specifico contenuto piratato. La questione è che bloccando una rete globale come questa si rischia di permettere a uno Stato di regolare Internet anche all’infuori dei propri confini.
Ricordate il down del mese scorso in cui molti servizi web non funzionavano? Colpa di Cloudflare e di un errore nella loro rete. Quando parliamo di un possibile ridimensionamento o ritiro di Cloudflare dal mercato italiano, il problema non è “un servizio in meno”, ma un intero strato di Internet che viene a mancare. Moltissimi siti, applicazioni e servizi digitali – dai portali istituzionali agli e-commerce – dipendono quotidianamente dalla sua Rete. Senza una CDN come Cloudflare questi servizi diventano più lenti, più costosi e soprattutto più esposti ad attacchi DDoS.
Guardando oltre il singolo caso, il quadro si complica. Se la linea dell’Agcom dovesse consolidarsi, anche altre CDN e provider infrastrutturali potrebbero trovarsi davanti alla stessa scelta: adeguarsi a richieste di blocco rapide e centralizzate, oppure ridurre o cessare i servizi in Italia. Il rischio è quello di un Internet sempre più frammentato per confini nazionali, dove reti globali devono sottostare a regolamentazioni locali incompatibili tra loro. Il risultato non sarebbe una Rete più sicura, ma più fragile, meno neutrale e meno universale.
La questione, alla fine, non è stabilire se le contestazioni sul diritto d’autore siano legittime o meno, né se Cloudflare abbia torto o ragione. Il punto centrale è come queste contestazioni vengono fatte valere e la vera domanda è se siamo pronti ad accettare un Internet in cui l’accesso alle informazioni dipende sempre più da blocchi preventivi e sempre meno da processi trasparenti.
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