Il cambiamento climatico e noi

Gen 21, 2026 - 10:30
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Il cambiamento climatico e noi

Noi cambiamo il clima, il clima inesorabilmente cambierà le nostre abitudini. Che cosa significa per il mondo del vino? Attualmente, le regioni viticole più rinomate sono collocate in fasce o nicchie geografiche piuttosto ristrette che le rendono automaticamente più sensibili agli effetti del clima rispetto a quanto normalmente avviene per altre colture di natura più estensiva. In generale, lo stile di un vino di una determinata regione è funzione del clima di “base”, mentre la “variabilità” annuale di questo clima di “base” condiziona le differenti “vendemmie”. Pertanto, i cambiamenti di clima, che alterano la media annuale e anche le variazioni in aumento e in diminuzione dalla media, hanno l’indiscutibile potenzialità di far mutare lo stile, la personalità, l’importanza di un vino. Quindi se cambia il clima, cambia tutto.

Abbiamo messo in fila, punto per punto, ciò che il settore enologico può fare per andare incontro al cambiamento e non subirlo passivamente, provando al contempo anche a fare qualcosa di buono per il pianeta.

La nostra memoria è relativamente corta: se chiediamo a un agricoltore anziano come sta cambiando il clima ci dirà probabilmente che gli eventi catastrofici ci sono sempre stati. Il fatto è che il bravo vecchietto avrà anche ragione, ma è la frequenza, la tempistica e l’intensità di questi eventi a essere cambiata. Questo per parlare di eventi che sono facilmente rilevabili da noi umani sulla nostra pelle, mentre un aumento di temperatura di uno, 1,5 o due gradi annuale è più difficile da rilevare nella vita di tutti giorni e nella nostra percezione.

Ci sono due concetti fondamentali da capire: adattamento e mitigazione. Il primo è quello che noi possiamo fare per adattarci a quello che sta succedendo. La mitigazione è quello che noi possiamo fare per moderare gli effetti del cambiamento climatico e per rallentarlo o ridurlo.

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Possibili adattamenti e mitigazioni
Rinunciamo a zone che in passato erano estremamente vocate ma che in futuro non lo saranno più. Spostiamo i vigneti in zone più fresche o più in altitudine, oppure nelle zone che erano vocate per determinati vitigni iniziamo a piantare altre varietà più resistenti agli sbalzi termici o più resistenti al caldo.

Raccolta e gestione delle acque: se è vero che in alcune aree piove molto di più, piove in tempi sempre più brevi e sempre più concentrati, per poi passare a periodi estremamente siccitosi, l’acqua va raccolta e conservata quando c’è, per essere usata quando non c’è e serve. Allo stesso tempo bisogna efficientare i sistemi di irrigazione, evitando perdite nel percorso e utilizzando l’acqua solo per irrigare la coltura che a noi interessa, eliminando gli sprechi.

E poi: favorire una reale biodiversità in vigneto con sistemi come l’agriforestazione, ma anche favorire la copertura del suolo e agire sul suo microbiota, con due risultati principali: ridurre l’evapotraspirazione di acqua dal suolo, riducendo il suo impoverimento di azoto e carbonio, in sostanza la sua perdita di fertilità, e aumentarne al tempo stesso la capacità di ritenzione idrica. Ricordiamo che un punto percentuale in più di sostanza organica è in grado di trattenere un’enorme quantità di litri di acqua. Un suolo vivo e attivo è anche in grado di sostenere meglio le piante, degradando meglio la sostanza organica e fissando nel contempo il carbonio nel terreno.

Non dobbiamo dimenticare che il cambiamento climatico – quindi piogge più frequenti nel periodo vegetativo e umidità più alta, oppure all’opposto siccità prolungate che creano stress abiotici alle viti – indebolisce la vite stessa, costringendoci a intervenire in maniera più frequente contro le normali malattie o parassiti. È perciò fondamentale riconsiderare la necessità di coltivare la vite solo ed esclusivamente in territori idonei. Pensare alla vocazione di un terreno non solo legandola agli aspetti qualitativi dell’uva che produce, ma anche e soprattutto alla sua sostenibilità economica e lavorativa. Se un terreno, in passato anche vocato, alle condizioni attuali impone un’eccessiva quantità di trattamenti e di interventi da parte dell’uomo, i conti vanno fatti bene perché probabilmente potrebbe non essere più sostenibile dal punto di vista economico ma anche lavorativo.

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Illuminazione
Chi mi conosce sa bene che ho sempre fatto fatica ad approcciarmi a vini difettosi dal punto di vista analitico e gustativo. Il vino che mi ha dato modo di ripensare profondamente a questa mia visione didattica è stato sicuramente il Brunello di Montalcino Riserva Case Basse 1982 di Gianfranco Soldera, bevuto per la prima volta in compagnia di un amico enologo nel lontano luglio 2014 e riassaggiato dopo dieci anni sempre con la stessa persona, rimanendo sempre, entrambi, sbalorditi. Perché vi dico questo? Perché il vino in questione è un rosso dalla formidabile concentrazione e potenza, con un naso di incredibile complessità che riesce a reggere e rendere addirittura intrigante un’acidità volatile superiore a un grammo litro espresso in acido acetico. Lo faceva dieci anni fa, quando aveva trentadue anni dalla vendemmia, e lo ha fatto qualche sera fa, a più di quarant’anni.

Perché è così importante questa caratteristica? Perché il novantacinque per cento dei vini in cui sia presente una quantità così alta di acido acetico saprebbe sostanzialmente di aceto. Perché qui non succede? Perché la concentrazione, la struttura, l’eleganza, la polpa di questo vino non solo sono in grado di reggere questa quantità di acido acetico, ma ne traggono addirittura beneficio regalando note fresche e fruttate.

Da lì ho cominciato a ragionare sul fatto che molto spesso esistono vini cattivi con analisi perfette, e vini eccezionali con analisi imperfette. Da quel momento, quando penso e seguo un vino, cerco di distaccarmi dalla pura analisi chimica, nonostante abbia un ruolo che rimane fondamentale, ma cerco di combinare quello che leggo con quello che sento. Alla fine non è l’analisi che conta, ma l’emozione che ti regala.

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Redazione Redazione Eventi e News