La maggioranza sull’Ucraina è unita, e si chiama fuori da qualunque responsabilità

Gli ucraini bersagliati dai droni e dai missili russi lunedì sera avevano ragioni più serie per stare in ansia, e dubito che fremessero nell’attesa di scoprire come si sarebbe risolta la querelle sull’aggettivo «militari», da mettere o da togliere nel titolo del decreto-legge, che anche per il 2026 autorizza il governo italiano a inviare aiuti a quello di Kyjiv.
Lo spettacolo, ancora una volta, inscenato tra i lealisti e i filo-russi della maggioranza era rivolto a un pubblico in parte domestico e in parte internazionale, ma in ogni caso decisamente extra-ucraino. D’altra parte, per la compagine di governo, non meno che per l’opposizione del cosiddetto Campo Largo, l’avanzata del Russkiy Mir nel vecchio cortile di casa sovietico del Cremlino non è considerata una questione di vita e di morte per l’Italia e per l’Europa, ma uno sfortunato incidente a catena, in cui evitare di essere direttamente coinvolti, grazie a una fortunata distanza di sicurezza geografica, che ci metterebbe in ogni caso al riparo dalle conseguenze di qualunque catastrofe. Quanta stupida e malriposta fiducia.
Dopo che il tira e molla si è risolto a vantaggio della componente non leghista – c’è «militari» nel titolo, alleluia – la Lega ha comunque rivendicato di avere rallentato, anche se non arrestato, il sostegno militare e imposto la priorità e la preponderanza degli aiuti civili a Kyjiv, e ora si appresta a reiterare la tenzone sul voto in Parlamento del decreto e sulla sostanza degli aiuti da inviare effettivamente all’Ucraina.
Il resto della maggioranza ha rivendicato la continuità di una linea di sostegno, anche militare, al governo di Volodymyr Zelensky, senza però mancare di omaggiare le impazienze negoziali di Donald Trump, compreso il suo riconoscimento della generosità di Putin per l’Ucraina e della sincerità dei propositi di pace del Cremlino.
Quelle di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, da una parte, e della Lega, dall’altra, non sono però posizioni opposte, destinate a deflagrare in uno scontro aperto, ma due parti nella medesima commedia. Il sostegno militare italiano alla resistenza ucraina è da quattro anni poco più che simbolico (l’Italia è al 25° posto, nel ranking dei Paesi donatori) e, nell’ultimo anno, si era già ulteriormente ridotto.
L’unica strategia del governo in carica, condivisa nel gioco delle parti fra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini, è quella di dare a Zelensky il minimo indispensabile per non finire fuori gioco con la coalizione europea, ma di non dare abbastanza da risultare invisi a Trump e da venire accomunati, da parte della Russia, ai Paesi cosiddetti volenterosi.
A Meloni e Tajani va benissimo galleggiare sulle incertezze di Trump, senza sfidarlo e senza contraddirlo, fino a che la resistenza di un fronte europeo, indisponibile a regalare la vittoria a Putin e pronto a sostenere finanziariamente oggi e militarmente domani l’Ucraina, renderà impossibile lo showdown statunitense contro Zelensky e il perfezionamento del piano di spoliazione bilaterale dell’Ucraina con la Russia.
A Salvini va benissimo lucrare la rendita del trumpiano doc, che vuole esattamente quel che Trump farebbe se i congiurati europei non boicottassero i suoi progetti di pace, e assicura comunque alla Casa Bianca il sostanziale allineamento italiano alla linea «anti-volenterosa» e il disimpegno preventivo rispetto a ogni responsabilità per la sicurezza dell’Ucraina del presente e del futuro.
La terza via tra Trump e l’Europa, tra Friedrich Merz e Viktor Orbán e tra la Russia e l’Ucraina, non è però un’opzione politica. La posizione italiana riflette unicamente quel che la maggioranza e il grosso dell’opposizione pensano che serva loro: tenersi alla larga dalle sabbie mobili ucraine e compiacere un elettorato che l’impostura pacifista a reti unificate ha educato al free riding strategico. Dir loro che non esistono paci gratis sarebbe oltremodo impopolare.
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