La saggezza di Di Caprio, e l’idiozia di fare fact-checking a Teheran

Gen 13, 2026 - 19:30
 0
La saggezza di Di Caprio, e l’idiozia di fare fact-checking a Teheran

Sono giorni che penso a come parlare dell’immagine più potente di queste settimane, quella della ragazza che dà fuoco a una foto dell’ayatollah e ci si accende una sigaretta, e solo ieri ho capito e non mi capacito d’averci messo tanto. La chiave interpretativa era lì, davanti a tutti: Leonardo DiCaprio.

Le immagini della ragazza iraniana sono state commentate in molti modi, nessuno dei quali sensato. Non è iraniana, lo è ma vive all’estero, è un video di anni fa, no è un video di adesso, è intelligenza artificiale, è un trend di TikTok, è tua cugina calabrese. Io non vorrei sempre dirvi che siete scemi, ma se pensate che i simboli funzionino previo fact-checking non siete sveglissimi.

A dicembre il New Yorker ha scritto che Oliver Sacks, forse il più celebre neurologo del Novecento, inventava i dettagli delle storie attraverso le quali i lettori non specializzati hanno imparato a conoscere il cervello umano. Leggevo e pensavo: e quindi?

Mi rendo conto che l’esempio farà di me la criptonite dei polemisti da due lire, ma: non avrebbe nessuna importanza se Anna Frank non fosse esistita. La forza delle storie sta nelle storie, persino in quest’epoca balorda in cui tutti si sentono l’investigatopo che indaga i dettagli e sbugiarda i fingitori. La forza delle storie sta nelle storie, non nella verifica incrociata dei particolari di cronaca. E neanche nei dati statistici, o nelle regolette dei mestieri inventati di quei derelitti che v’insegnano a essere comunicatori efficaci. Se ci fosse un metodo scientifico per ottenere una comunicazione efficace, si avrebbero solo prodotti di successo. E invece è quasi solo il contrario.

E poi ogni tanto arriva Oliver Sacks che è consapevole di scrivere «variazioni di me stesso»; o Gustave Flaubert che quell’Emma lì era lui; o la ragazza che si fa venire in mente che, se le dai fuoco, una foto diventa un accendino – e ci fanno capire qualcosa del mondo. Non è perché non li addormenterebbero le analisi geopolitiche, che ai bambini si leggono invece le fiabe: è perché sono più utili a capire la realtà. (Sacks scrisse al fratello che “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” era «un libro di favole»).

Nessuno di noi ha mai capito niente del mondo da un saggio, in compenso siamo tutti prima o poi stati folgorati da un personaggio o da un dialogo in un film o in un romanzo. Il paziente raccontato da Sacks in “Risvegli” non aveva davvero citato la pantera di Rilke che era invece una fissazione dell’autore? Non importa poi molto: il paziente era un personaggio di Sacks, decideva lui cosa fargli dire.

Abbiamo creduto per più di cinquant’anni a un bugiardo e la scienza e i romanzi sono due tornei diversi? Non so mica, il lunghissimo articolo del New Yorker è pieno di dubbi disseminati negli anni, ma se il libro della sua infanzia sui numeri primi che Sacks aveva regalato ai gemelli autistici non si trovava in nessun catalogo, e tuttavia abbiamo continuato ad ascoltare le storie di Sacks, significa che aveva ragione lui quando citava Picasso: «L’arte è la bugia che svela la verità». (Il protagonista del “Falò delle vanità” diceva che l’unico modo di far trionfare la verità è mentire).

Domenica sera la poracrista che presentava i Golden Globe ha detto che Leonardo DiCaprio aveva un sacco di riconoscimenti, dall’Oscar in giù, e li aveva ottenuti tutti prima che la sua fidanzata compisse trent’anni. DiCaprio ha riso, perché non stai trent’anni nel mondo dello spettacolo senza capire che quando ti inquadrano devi ridere.

Poi si è scusata, era una battuta da due lire, ma lei non sapeva su cosa far battute, non si sa niente di lui. Ha citato un’intervista del 1991, un questionario che il DiCaprio diciassettenne compilò per una rivista per adolescenti, come quella in cui più si era aperto: «Il tuo cibo preferito è ancora “pasta, pasta e altra pasta”?». DiCaprio ha annuito, e di nuovo ha riso, perché poche cose mettono più di buonumore un professionista che sapere d’aver fatto bene il proprio lavoro, e se sei l’ultimo divo del cinema il tuo lavoro non l’hai fatto bene se ti premiano: l’hai fatto bene se nessuno sa niente di te.

Nessun disgraziato pagato per insegnare alle aziende e ai personaggi a comunicare è in grado di spiegar loro che la comunicazione più efficace è spesso l’assenza di comunicazione, che nessuno ti desidera se sa tutto di te, se ti accendi il telefono in faccia per dire tutto dei tuoi amori e dei tuoi gusti, se non vedi l’ora di rispondere a ogni domanda. Due domeniche fa l’inserto culturale del Sunday Times aveva in copertina DiCaprio e Paul Thomas Anderson. L’intervistatore raccontava che nel 2013, in un’altra intervista, aveva riferito a DiCaprio una cattiveria che aveva detto su di lui George Clooney, e quello aveva risposto: «Io non parlo delle persone ai giornali».

Non importa quanti DiCaprio o quanti Checco Zalone seguano la linea di Oliver Sacks («Sono sempre cortese ma non do mai confidenza»): nessuno prenderà esempio, perché il non detto è che, per non occupare tutti i canali tutti i social tutti i podcast tutti i tg nel terror panico che il pubblico si dimentichi di te, devi avere quella fiducia nella tua memorabilità che ti dà solo un talento mostruoso.

L’altro giorno una lettrice ha linkato un articolo che come sempre non ricordavo d’aver scritto. Era l’autunno del 2022, e le attrici si tagliavano le doppie punte in solidarietà alle donne iraniane. Scrivevo che era ridicolo non rendersi conto che il punto non è tagliarsi i capelli: è farlo in un posto in cui se mostri la chioma ti frustano. Il difetto delle nostre solidarietà occidentali – che potremmo definire con un aggettivo esatto ma ormai insopportabile: performative – è che esprimendole non rischiamo niente. Non ci costano niente, e quindi non valgono niente. In questi giorni avevo i social pieni di gente che diceva «e allora perché non manifestate per l’Iran?» alla stessa gente che mesi fa aveva irriso perché manifestava per la Palestina. Ora, io sono d’accordo che le manifestazioni per la Palestina fossero ridicole, ma mi pare ovvio che lo saranno anche quelle per l’Iran: è la logica percezione, il ridicolo, se pensi che avvolgersi in bandiere di Paesi dei quali non si sa nulla e andare a farsi un giro in piazza sia una forma di esibizionismo e poco altro. Se invece vuoi decidere per chi abbia senso farlo e per chi no, significa che non stai criticando il concetto di performance vanesia: stai dicendo che non ti stanno simpatici quelli con cui si solidarizzava quel giorno.

Mentre DiCaprio era abbastanza sicuro di sé e del proprio talento da fottersene del consenso, da non dire quanto era contrario alle multinazionali cattive mentre andava in barca con Bezos, da non ripostare i meme sulle buone cause, da non raccontare che sogna una famiglia come tutti gli attori scarsi pronti a farsi fotografare con bambini in braccio, sulla passerella d’arrivo alla premiazione Mark Ruffalo si fermava a parlare con tutti quelli che erano lì per fare domande frivole, dando però risposte contrite.

Il governo pensa alle multinazionali e non ai poveri (chissà quand’è l’ultima volta che i poveri hanno finanziato un film con Ruffalo). La gente sta male, hanno ucciso una donna per strada, io sto male (per dimostrarcelo, Mark indossava una giacca da cameriere di ristorante di pesce). Non posso fingere oltre, il presidente non ha moralità, e questo cosa fa di noi?

Sembrava, Ruffalo, le italiane del ceto medio riflessivo che usano i social per dettagliare la loro insonnia. Qualche anno fa non dormivano pensando alle navi di profughi. L’anno scorso non dormivano pensando a Gaza. Mai una che non dorma perché ha la menopausa, sono sempre i problemi del mondo che le tengono sveglie. È sempre per eccesso di generosità (in neolingua: empatia), che non dormono.

Certo che la ragazza che si accende la sigaretta con l’immagine dell’ayatollah dev’essere iraniana, ma non perché il fact-checking e le verifiche giornalistiche e i fatti prima delle opinioni: perché altrimenti non funziona la drammaturgia. Altrimenti è solo una di noi che diamo mostra di stare dalla parte dei buoni senza che ci servano, per farlo, né coraggio né talento.

Non avere talento è terribile in tutti i settori, ma in quello della comunicazione si vede di più e fa più male. Tutte quelle professioniste che si sono tagliate la frangia in solidarietà alle iraniane con le luci giuste, e poi arriva una ragazza sconosciuta, e mentre si accende la sigaretta ha una piccola ciocca che le balla davanti alla faccia, e non riesci a staccare gli occhi perché pensi che a te, mediamente goffa, quella ciocca prenderebbe fuoco, e lei invece ha tutto sotto controllo, e se Pantène dovesse assumere qualcuno non potrebbe essere che lei. Non come gesto solidale verso la diaspora iraniana, ma per un evidente talento. Di quelli che Hollywood non ha più trovato dopo DiCaprio, e Teheran dopo Farah Diba.

L'articolo La saggezza di Di Caprio, e l’idiozia di fare fact-checking a Teheran proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Redazione Eventi e News