L’allarme degli eurodeputati prima del voto in Ungheria: “A rischio libertà ed equità delle elezioni”

Aprile 9, 2026 - 22:30
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L’allarme degli eurodeputati prima del voto in Ungheria: “A rischio libertà ed equità delle elezioni”

Bruxelles – In vista delle elezioni in Ungheria di domenica prossima (12 aprile), nell’Unione Europea crescono i timori che il voto non si svolga nel rispetto dei principi di democrazia, libertà ed equità stabiliti dai trattati comunitari. E a metterlo nero su bianco – in una lettera indirizzata alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e al commissario per la Democrazia, la Giustizia, lo Stato di Diritto e la Protezione dei consumatori, Michael McGrath – sono cinque membri del Parlamento Europeo: la relatrice del report sulla situazione dello Stato di diritto in Ungheria votato dall’Eurocamera lo scorso novembre, l’olandese Tineke Strik (Verdi), e i relatori ombra Michal Wawrykiewicz (polacco del PPE), Krzysztof Śmiszek (polacco del S&D), Sophie Wilmes (belga di Renew Europe) e Konstantinos Arvanitis (greco di The Left). “Desideriamo portare alla vostra attenzione”, esordiscono gli eurodeputati rivolgendosi a von der Leyen e McGrath, “una serie di recenti sviluppi in Ungheria che sollevano seri dubbi sul fatto che le elezioni parlamentari di aprile possano svolgersi in un contesto elettorale realmente libero ed equo, in linea con il principio di democrazia sancito dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea”.

Il primo tema affrontato nella missiva – nonché una delle questioni che più hanno dominato queste ultime settimane di campagna elettorale – è quello di una possibile interferenza russa nel voto ungherese, finalizzata non solo a “fornire sostegno – in forma occulta – alla campagna elettorale del partito di governo Fidesz (la formazione politica fondata e guidata da Viktor Orbán, primo ministro dell’Ungheria dal 2010, ndr)”, ma anche a indebolire quella di TISZA, il partito guidato dal leader dell’opposizione Péter Magyar. “Tutti segnali”, prosegue la lettera, “di una competizione elettorale squilibrata e di una vera e propria interferenza nella capacità dell’opposizione di condurre una campagna in modo sicuro ed efficace”.

Limitandosi a riportare le informazioni riferite da “autorevoli inchieste giornalistiche basate su fonti della sicurezza nazionale di diversi Paesi europei”, gli europarlamentari sottolineano come l’operazione sarebbe gestita interamente dal servizio di intelligence militare della Russia, sotto la supervisione del primo vice capo di Stato Maggiore del presidente Vladimir Putin. Addirittura, i funzionari dietro l’operazione agirebbero direttamente dall’ambasciata russa a Budapest, “sotto copertura diplomatica o di servizio”. Come ha sottolineato Strik nel corso di un briefing con la stampa, “si tratta di uno schema molto simile a quello che la Russia ha già utilizzato in occasione delle elezioni parlamentari in Moldavia” nel settembre del 2025.

Secondo i firmatari, ciò che è particolarmente grave in questa vicenda è il trattamento riservato dal governo Orbán al giornalista investigativo Szabolcs Panyi, autore della principale inchiesta che ha svelato i legami occulti tra Budapest e Mosca e – secondo gli eurodeputati – “oggetto di un’intimidazione statale di gravità senza precedenti”. Un rapporto dell’Ufficio per la Protezione della Sovranità (un controverso organismo ungherese con potere di indagine su potenziali interferenze straniere nella vita politica del Paese, già alla base di una procedura d’infrazione avviata dalla Commissione Europea nel febbraio del 2024, ndr) lo ha designato come nemico dello Stato, permettendo così al governo di avviare contro di lui un procedimento penale per presunto spionaggio. “Il tutto”, sostengono gli europarlamentari, “è stato accompagnato da una campagna pubblica che lo dipingeva come una minaccia per la nazione”, nonostante “la lunga e solida esperienza di Panyi nel documentare in modo credibile l’infiltrazione di interessi russi nel processo decisionale e politico dell’Ungheria, inclusi i recenti contatti ad alto livello tra funzionari ungheresi e russi riguardo alle sanzioni dell’UE” contro alcuni personaggi vicini al Cremlino.

Un altro fenomeno che, stando alla lettera odierna, rischia di inficiare la regolarità del processo elettorale è quello del voto di scambio, pratica che Fidesz porterebbe avanti sopratutto nei confronti di individui “economicamente vulnerabili e marginalizzati“. Il ‘do ut des’ non avverrebbe solo tramite la classica offerta di denaro, ma anche attraverso “la fornitura di generi alimentari di base, bestiame o stupefacenti, nonché altre forme di coercizione come minacce di interruzione dell’acqua o dell’elettricità o sottrazione dei figli“. Parlando ai giornalisti, Strik ha definito questi comportamenti delle vere e proprie “pratiche mafiose che vanno avanti in modo sistematico da molto tempo” e ha sottolineato l’effetto combinato che esse producono insieme alle numerose riforme del sistema elettorale che Orbán ha realizzato in sedici anni di dominio politico al fine di trasformare l’Ungheria in una “autocrazia elettorale“.

“Il sistema di voto”, ha spiegato Strik, “è stato così pesantemente distorto a vantaggio del partito di governo che TISZA avrebbe bisogno di ottenere almeno il 3-4 per cento di voti in più rispetto a Fidesz per eguagliarne il numero di seggi, e tra il 5 e il 6 per cento per avere una pattuglia di parlamentari sufficiente a ottenere una maggioranza semplice”.

Alla luce di tutto ciò, secondo gli europarlamentari, la Commissione ha il dovere di garantire che le elezioni di domenica siano “libere, eque, adeguatamente monitorate e pienamente conformi al principio di democrazia. I modi per farlo sono molteplici, dall'”utilizzo immediato del Centro Europeo per la Resilienza Democratica e di tutte le strutture UE di monitoraggio e analisi della disinformazione e delle interferenze straniere” alla “stretta collaborazione con l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e il suo Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR)”.

“L’UE”, concludono i cinque eurodeputati, “non può difendere credibilmente la democrazia al di fuori dei suoi confini, se non reagisce quando l’integrità delle elezioni al suo interno è messa seriamente in discussione”.

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