L’attacco di Trump al Venezuela e il ritorno delle potenze imperiali

Gen 6, 2026 - 01:30
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L’attacco di Trump al Venezuela e il ritorno delle potenze imperiali

I mezzi prefigurano i fini, sempre. L’attacco militare statunitense al Venezuela, annunciato e giustificato dall’amministrazione Donald Trump come operazione di «stabilizzazione», segna una svolta grave e pericolosa: non solo per il futuro del Venezuela, ma per l’intero assetto dell’ordine giuridico internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale.

Non può esistere pace senza diritto. E non può esistere diritto se anche le democrazie accettano di smantellarlo quando diventa scomodo per i propri interessi. Difendere l’ordine internazionale basato sulle regole non è idealismo astratto: oggi è l’unica forma di realismo politico lungimirante.

Il regime di Nicolás Maduro è un regime autoritario e criminale, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, repressione politica sistematica e distruzione delle istituzioni democratiche venezuelane, e ciò dobbiamo sempre ricordarlo. Su questo non esistono ambiguità né giustificazioni.

Proprio per questo diventa ancora più necessario dirlo con chiarezza: gli obiettivi dell’amministrazione Donald Trump non hanno nulla a che fare con la difesa della democrazia venezuelana, né con la tutela dei diritti del popolo venezuelano.

L’uso della forza contro un altro Stato, in assenza di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e fuori dai presupposti della legittima difesa previsti dall’articolo 51 della Carta Onu, configura un atto di aggressione. Un atto che mina uno dei principi fondativi dell’ordinamento internazionale: il divieto dell’uso unilaterale della forza.

I rapporti del Venezuela con il regime iraniano, per quanto reali e criminali, non costituiscono in alcun modo una base giuridica per un intervento armato. Siamo di fronte a una logica imperiale che il diritto internazionale aveva tentato di superare dopo il 1945: quella secondo cui le grandi potenze si arrogano il diritto di intervenire militarmente per ridisegnare governi, alleanze, confini e territori.

Il quadro che si delinea è ancora più inquietante. Mentre gli Stati Uniti colpiscono il Venezuela, prende forma uno scenario di tacita spartizione delle sfere di influenza globali: la Russia potrebbe rafforzare il proprio controllo sull’Ucraina senza una forte opposizione occidentale, innanzitutto europea, dato che Donald Trump ha dimostrato di non voler aiutare concretamente Kyiv; la Cina potrebbe muoversi verso Taiwan contando sull’assenza di una risposta internazionale credibile.

È la logica del do ut des geopolitico, in cui gli Stati più deboli diventano moneta di scambio tra potenze militari. Questo ritorno a un mondo dominato dalla forza segna la fine dell’ordine post-1945: un sistema in cui la sovranità degli Stati diventa selettiva, il regime change torna a essere strumento ordinario di politica estera e il diritto internazionale viene applicato solo quando conviene.

Il risultato è lo svuotamento progressivo, se non definitivo, delle Nazioni Unite come sistema di garanzia collettiva della pace e della sicurezza internazionale, se mai siano state in grado di essere garanzia di sicurezza. Quando le democrazie violano apertamente lo Stato di diritto internazionale, l’intero sistema di regole comuni entra in crisi.

Di Maduro non avremo certo nostalgia. Come Chávez, è stato un dittatore spietato. Ma proprio per questo la politica deve tornare a fare la sua parte, distinguendo tra la condanna dei regimi autoritari e il rifiuto della guerra come strumento di dominio.

Per questo Europa Radicale ribadisce la necessità assoluta di avviare un processo politico per la costruzione di una Organizzazione mondiale delle democrazie, fondata sul rispetto dello Stato di diritto, sulla separazione dei poteri, sulla tutela dei diritti umani e su un sistema di sanzioni automatiche contro tutti gli Stati che violano questi principi, indipendentemente dal loro peso geopolitico.

Gli Stati Uniti, che per decenni hanno rappresentato un riferimento, seppur imperfetto, per le democrazie globali, sotto la guida di Donald Trump sono diventati parte del problema. Spetta oggi all’Unione europea e ai Paesi europei assumersi la responsabilità di essere apripista e promotori di una nuova alleanza democratica, capace di difendere il diritto internazionale non con le parole, ma con scelte politiche coerenti.

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Redazione Redazione Eventi e News