L’Occidente tra paura della terza guerra mondiale e impossibilità di difendersi

Febbraio 14, 2026 - 21:30
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L’Occidente tra paura della terza guerra mondiale e impossibilità di difendersi

La sessantaduesima Conferenza sulla sicurezza di Monaco si è aperta ieri con una domanda che fino a poco tempo fa sarebbe stata impensabile: se Mosca attaccasse domani Narva, la città estone al confine con la Russia, gli Stati Uniti interverrebbero ancora? L’Articolo 5 della Nato – l’attacco a uno è attacco a tutti – funziona ancora dopo le minacce di Donald Trump alla Danimarca per Groenlandia, dopo le accuse di «smembramento» dell’Unione europea, dopo l’ambiguità verso Vladimir Putin? Nessuno può rispondere con certezza. E questo è già un fatto storico.

I numeri del sondaggio di Politico presentato alla vigilia della conferenza sono inequivocabili: il 46% degli statunitensi e il 43% dei britannici credono che la Terza guerra mondiale scoppierà entro cinque anni, ovvero entro il 2031. In Francia e Canada la maggioranza la considera probabile. Solo la Germania mantiene lo scetticismo, ma anche lì la percezione di insicurezza è in crescita vertiginosa rispetto a marzo 2025. La Russia è vista come la principale minaccia alla pace in Europa. Ma il dato più sorprendente è un altro: in Francia, Germania e Regno Unito, la seconda minaccia più citata sono gli Stati Uniti, ben prima della Cina. In Canada, l’America di Trump è addirittura la prima fonte di pericolo per la sicurezza nazionale.

Non si tratta di sentimenti passeggeri. Il Munich Security Report 2026, pubblicato questa settimana, definisce l’approccio dell’amministrazione Trump come wrecking-ball politics – politiche demolitrici. Per la prima volta in oltre ottant’anni, l’ordine internazionale costruito dagli Stati Uniti nel dopoguerra è under destruction, sotto demolizione. Multilateralismo, integrazione economica, difesa dei diritti umani: tutti i pilastri vengono smantellati sistematicamente.

Eppure, di fronte a questa percezione di pericolo crescente, l’opinione pubblica europea rifiuta di pagare il conto della sicurezza. Ed è qui che si consuma il paradosso più drammatico della conferenza. In linea teorica, la maggioranza dei cittadini in Francia, Germania, Regno Unito e Canada sostiene l’aumento della spesa per la difesa. Ma quando si spiega che questo significa più debito pubblico, tagli ad altri servizi o tasse più alte, il consenso crolla. In Francia passa dal 40% al 28%. In Germania dal 37% al 24%. Per i tedeschi, la difesa è diventata uno degli usi meno popolari del denaro pubblico, appena prima degli aiuti internazionali. «I leader europei sono in trappola», ha spiegato Seb Wride di Public First, l’istituto che ha condotto il sondaggio per Politico. «Non possono più contare sugli Stati Uniti, ma non possono neanche usarlo come argomento per investire di più in patria. E la pressione per risolvere urgentemente il problema cresce mentre il conflitto si avvicina».

A Monaco arrivano oltre cinquanta capi di Stato e di governo divisi su tutto. Il presidente francese Emmanuel Macron definisce l’amministrazione Trump «apertamente anti-europea» e parla di offrire l’ombrello nucleare francese a un’Europa che non può più affidarsi a Washington. Mark Rutte, segretario generale della Nato, replica che »chiunque pensi che l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti continui pure a sognare». Intanto, però, questa settimana la Nato ha annunciato un riassetto dei comandi che è molto più di una riorganizzazione tecnica: è un segnale politico preciso del disimpegno americano dall’Europa. Gli Stati Uniti cedono al Regno Unito il Joint Force Command di Norfolk, responsabile della sicurezza delle rotte transatlantiche, e all’Italia quello di Napoli per il fianco Sud. Washington mantiene solo il comando marittimo di Northwood.

Eppure, c’è un elefante nella stanza di cui a Monaco quasi nessuno parla. Alla riunione dei ministri della Difesa della Nato di giovedì, gli Stati Uniti non hanno mandato il segretario alla Difesa ma Elbridge Colby, il teorico del pivot to Asia, che vuole spostare le risorse americane dall’Europa all’Indo-Pacifico. Il messaggio di Colby è stato chiaro: l’Europa deve prendersi carico della propria difesa convenzionale. Ma non basta aumentare la spesa: servono outputs, non inputs – capacità belliche reali, non solo percentuali di prodotto interno lordo. E qui si apre il vero abisso. La deterrenza moderna non si misura in carri armati ma in intelligenza artificiale, sistemi autonomi, semiconduttori avanzati. L’Europa non controlla nessuno di questi strati tecnologici critici. L’EU Chips Act non ha prodotto risultati, l’olandese Asml è un gioiello isolato in una catena del valore che il continente non domina. L’Europa si trova davanti a un trilemma: costruire sovranità tecnologica (ma servono dieci anni), aumentare la dipendenza dalle piattaforme americane (ciò contraddice l’autonomia), o comprare sistemi di intelligenza artificiale da Washington (impossibile con un’amministrazione che minaccia lo «smembramento» dell’Unione europea). Colby chiede qualcosa che richiede fiducia negli Stati Uniti (non c’è più), tempo (non c’è), denaro (l’opinione pubblica dice no) e coordinamento tra 27 Paesi (difficilmente possibile).

A Monaco ci sono anche alcuni membri del Partito democratico statunitense, dal governatore della California, Gavin Newsom, alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez. Il loro messaggio agli europei è: resistere a Trump. Ma molti ormai credono che il vecchio ordine basato sulle regole sia finito, sostituito da un mondo dove le grandi potenze transigono e trasgrediscono. Tutto ciò è ben riassunto dalla situazione in Ucraina, con la guerra russa che sta per compiere quattro anni. Trump chiede un accordo di pace nei termini di Putin entro pochi mesi. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha dichiarato che «non è la nostra guerra». L’Europa deve decidere se aspettare il ritorno dei democratici nel 2028 o prepararsi a un mondo dove non può più delegare la propria sicurezza a Washington.

Il problema è che quel mondo richiede capacità – tecnologiche, industriali, finanziarie – che non esistono e non possono essere create nei tempi imposti dalla minaccia. Tra la paura della guerra e l’impossibilità di difendersi si consuma il dramma di un Occidente che non sa più cosa sia.

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