L’India vuole contare di più anche alle Olimpiadi

Come può la nazione più popolosa del mondo, che da sola conta per poco meno di un quinto della popolazione dell’intero pianeta, aver vinto un solo oro olimpico individuale in centotrent’anni di storia, a fronte di una presenza regolare e costante addirittura da prima della proclamazione dell’indipendenza? Fu infatti Dorabji Tata, figlio maggiore di Jamsetji, fondatore di una delle principali dinastie industriali del paese, Tata Group, a pagare di tasca propria per la partecipazione di sei atleti indiani alle Olimpiadi di Anversa 1924. Da questa prospettiva potremmo parlare a giusto titolo di India come nazione meno sportiva del mondo, superata nelle vittorie addirittura da minuscoli isolotti caraibici. Una contraddizione che a cadenza ciclica genera una gigantesca gogna globale, e che ha delle spiegazioni.
L’India che si appresta a diventare la terza economia del mondo in relazione al PIL nominale ha infatti un PIL procapite ancora bassissimo. Una povertà materiale endemica che ha sempre reso impossibile investire in maniera adeguata nello sport. Ne è nata anche una visione fatalistica. Nel caos che è l’India, nelle strade delle sue grandi città fittamente popolate di uomini, mezzi, animali e deiezioni, nella coesistenza di sacche di povertà estrema e di estrema innovazione come a Bengaluru, nella giungla affollata di divinità dei suoi testi religiosi, in una nazione in cui la religione è ancora sostanza di tutte le cose e non un passato azzerato dal secolarismo, non può darsi alcuno sport, che al contrario è misura, organizzazione, strutturazione, progettazione, standardizzazione, secolarizzazione.
Un dirigente sportivo indiano, negli anni Ottanta del secolo scorso, ebbe a dire che agli indiani mancava l’attitudine allo sport, e per spiegare la mancata sportivizzazione dell’India qualcuno si è richiamato anche ai testi religiosi, in cui la componente sportiva è minima e riservata unicamente alla casta degli ksatrya guerrieri e al loro allenamento fisico per la guerra. L’unica eccezione è il cricket, perché è stato possibile replicarlo letteralmente ovunque senza che la povertà potesse agire da ostacolo
Non è ovviamente solo una questione di scarse risorse e pochi investimenti, ma anche di disorganizzazione e istituzioni sportive estrattive, in un problema endemico a tutta la struttura amministrativa pubblica indiana, segnata da inefficienze, nepotismo e corruzione. Nella sua biografia, pubblicata nel 2011, il primo e unico atleta indiano capace di vincere un oro olimpico in una gara individuale, il leggendario tiratore Abhinav Bindra, vincitore a Pechino 2008 nella carabina ad aria compressa da 10 metri, dedicava uno dei capitoli più forti e polemici alla sua vittoria “nonostante”. Nonostante il disinteresse del governo federale e di quelli statali.
Nel suo primo libro sulla storia del cricket in India scritto nel 1999 Guha parlava con amarezza dell’impossibilità per il suo paese di seguire il cammino di sviluppo delle tigri asiatiche, che sarebbe diventato di lì a breve anche quello della Cina. Questo il tormento ossessivo di Modi: far raggiungere all’India lo status di paese economicamente e industrialmente sviluppato, risolvendo i suoi enormi problemi materiali e rendendola un attore geopolitico centrale negli equilibri regionali e globali.
Non stupisce che una delle sue prime progettualità politiche, lanciata appena salito al potere, sia stata la Swacch Bharat Mission, un programma nazionale per la costruzione di bagni, fognature e sistemi di depurazione delle acque reflue, per ovviare al problema delle defecazioni all’aria aperta riguardanti circa 600 milioni di cittadini indiani nel 2014, con le annesse complicazioni batteriologiche e sanitarie. Però l’ambizione di Modi è molto più ampia. Come nella piramide di Maslov, gettare le fondamenta partendo dal soddisfacimento dei bisogni primari per poi aggiungere mano a mano tutti gli altri gradini, fino alla sommità: fare dell’India una superpotenza sportiva capace di figurare nella Top Ten del medagliere olimpico, specchio di un’India superpotenza in termini genera
(…) Il puntale della piramide masloviana è il progetto di ospitare le Olimpiadi estive del 2036 con tanto di candidatura di Nuova Delhi già annunciata, primo vero test per esibire al mondo le trasformazioni di un’India finalmente superpotenza e per provare a entrare per la prima volta nella Top Ten del medagliere. Per ora, nell’attesa, va bene propagandare anche i World Police & Fire Games disputati nel 2025 a Birmingham in Alabama, dove l’India ha vinto più di 600 medaglie, e festeggiare l’assegnazione dell’organizzazione dei Giochi del Commonwealth del 2030, nell’anno del centenario di questa storica competizione.
Tratto da “La partita del potere” di Moris Gasparri, Egea, 134 pagine, 14,25 euro
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