Tutte le strade portano in un konbini, in Corea del Sud

L’esperienza di navigazione sui social, guidata dagli algoritmi, può trasformarsi in una sequenza di contenuti sempre più specifici. Accade spesso con i viaggi: dopo aver cercato una destinazione su Instagram, si viene intercettati da una quantità crescente di video sulle attrazioni da non perdere, i cibi da assaggiare, i monumenti da visitare. Tra questi compaiono inevitabilmente anche i suggerimenti dedicati ai luoghi «frequentati dai locals».
Nel caso della Corea del Sud, tra immagini di kimchi e passeggiate nel villaggio Hanok di Bukchon a Seoul, ricorre un tipo di contenuto molto riconoscibile: quello dedicato a cosa fare quando «si ha fame alle tre del mattino». L’esito è sempre lo stesso: una sosta in un konbini.
La parola konbini è un’abbreviazione di konbiniensu sutoa, termine giapponese che sta per convenience store: piccoli negozi aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, capillarmente diffusi nelle principali città del Nord America e dell’Australia, molto meno presenti in Europa, ma che in Asia sono diventati un luogo di culto. La locuzione italiana più adatta a descriverli è negozi di vicinato, ma forse è un’espressione che non riesce a contenere tutto il loro esuberante immaginario simbolico.

I konbini in Giappone elevano il ruolo di pubblico esercizio a fenomeno sociale, e proprio da qui hanno iniziato a spuntare a Taiwan, in Thailandia, nelle Filippine, a Singapore e, come anticipato, in Corea del Sud. Tra gli scaffali dei piccoli negozi si possono acquistare cibi pronti e bevande, oggetti di uso quotidiano, sbrigare commissioni come inviare pacchi, ritirare soldi da un Atm, fare fotocopie (e un tempo anche inviare fax). Per la loro ramificazione e per la quantità di servizi offerti sono diventati un elemento cardine della vita quotidiana, tanto che stime recenti della Japan Franchise Association parlano di circa 56.000 konbini in tutto il Paese nel 2025, con una piccola crescita dello 0,6 per cento rispetto al 2024.
Oggi molte di queste attività sono diventate superflue, e l’elemento trainante dei konbini è diventato il cibo. Sempre la Japan Franchise Association stima che, nell’anno appena concluso, il 63,2 per cento delle vendite è imputabile a prodotti alimentari freschi e prodotti confezionati, rispettivamente il 36 per cento e il 27,2 per cento: andare in un konbini per comprare un onigiri o un bento fa tanto parte della vita quotidiana dei giapponesi in pausa pranzo quanto di quella dei turisti che vogliono vivere un’esperienza da locals.
In Giappone i konbini arrivano con la 7-Eleven, azienda statunitense nata nel 1927 grazie all’intuito di commercianti di ghiaccio, che negli anni Settanta decide di esportare il suo business di minimarket sempre aperto. A Tokyo la filosofia cambia leggermente, dando priorità ai cibi freschi e ampliando i servizi accessori. La crescita degli anni successivi è prorompente, tanto che nel 1988 nasce la Seven-Eleven Japan che, solo tre anni dopo, acquisisce parte della casa-madre, diventandone azionista di maggioranza. Nel mentre, la società giapponese entra a far parte della holding locale Seven & I Holdings che nel 2005 acquista definitivamente la 7-Eleven made in USA che stava vivendo una complessa crisi finanziaria.

Tornando alla Corea del Sud, qui i konbini sono un’importazione dal Giappone, un po’ per la naturale influenza della cultura del Sol Levante, un po’ per l’intuizione della Lotte, un chaebol (che in italiano possiamo tradurre come conglomerato industriale famigliare) specializzato in food-beverage e retail, ma anche in entertainment, sport e servizi immobiliari. Come però spesso accade in un Paese che tende agli eccessi, qui il culto dei konbini ha forse superato l’originale nipponico.
Un numero che racconta molto bene il fenomeno: la Korea Convenience Store Industry Association nel 2023 stimava la presenza di 55.200 convenience store, in un Paese che conta circa 52 milioni di abitanti. Un konbini ogni 950 persone. Una presenza costante: ogni poche centinaia di metri è possibile vedere un’insegna di GS25, CU e, naturalmente, 7-Eleven, come elemento imprescindibile del contesto urbano.

In Corea del Sud i konbini sono un elemento fondamentale della vita sociale – e non è un caso se fanno da contesto e motore narrativo a molti k-drama, serie televisive che stanno avendo un grandissimo successo, al pari del k-pop e della skin-care. Ancora una volta, c’entra il cibo: in quasi tutti gli store è allestito un corner con microonde, bollitore, tavoli e sedie in cui mangiare prodotti istantanei. Si sceglie una tra le decine e decine di tipologie di ramyeon, pollo fritto o tteokbokki a disposizione, si scalda, ci si siede e si mangia nel negozio. Un pasto confortevole a pochissimi won.
Un altro prodotto ricorrente sono dei bicchieri di plastica di diverse dimensioni – S, M, L, XL – colmi di ghiaccio chiusi dentro dei congelatori a pozzetto: si compra il bicchiere, si sceglie una bevanda della stessa misura tenuta all’interno di contenitori iper-pop, si versa e si porta in giro. Sia d’estate, quando le temperature arrivano a quaranta gradi, sia d’inverno, con il termometro che può scivolare intorno a meno quindici, le strade sono piene di persone che stringono tra le mani bibitoni coloratissimi: cocomero, mango, yuzu, mikan (un mandarino locale), kabosu (altro agrume della zona), uva kyoho, blueberry, solo per citare qualche gusto.

I konbini sono anche legati alla cultura del bere locale, qui dove l’ubriacarsi tra colleghi e amici è un vero e proprio rito codificato. I frigoriferi sono pieni di birre coreane come Cass e Terra, oltre che di soju, un distillato tradizionale, e delle più recenti highball, lattine già miscelate con distillati e soda, anche queste di origine giapponese. Per una logica quasi chirurgica, se 7-Eleven, CU e GS25 offrono tutto il necessario per ubriacarsi, nei loro scaffali si trovano anche i rimedi all’hangover. Prodotti come pillole o gelatine, che ultimamente il governo sta cercando di normare in modo più stringente, che promettono di far passare, o almeno attutire, i classici sintomi del dopo-sbornia.
I konbini in Giappone, ma soprattutto in Corea del Sud, sono una stella polare della vita di città: per un pasto veloce, una bibita fredda, la ricarica della tessera della metropolitana, l’acquisto di un oggetto di prima necessità, o, ovviamente, mangiare uno spuntino alle tre del mattino..
Foto di Costanza Musto
L'articolo Tutte le strade portano in un konbini, in Corea del Sud proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0






