L’Unione delle competenze: la nuova roadmap formativa europea per il lavoro che verrà
Incontriamo a Milano Mario Nava della Commissione europea per un aggiornamento sul progetto legato all’Unione delle competenze, programma che dovrebbe delineare le linee guida anche agli atenei italiani. Ma non solo…
L’Europa fa i conti con le sue competenze lavorative e dalla scorsa primavera ha rilasciato una sorta di roadmap – sintetizzata all’interno del progetto dell’Unione delle competenze – da cui si apprendono alcuni interessanti consigli rivolti a chi deve intraprendere un percorso di studio, ma anche per le istituzioni che dovranno adeguare i propri piani di studio a quello che sono le linee guida del mercato: doppia transizione ecologica e digitale in primis.
Uno dei consigli più vividi arriva da Mario Nava della Commissione europea. Un bocconiano che forse potremmo definire un po’ il padre del programma Unione delle competenze.
Approfittando della vetrina delle Olimpiadi invernali a Milano, Nava è salito sul palco del teatro della Triennale (ora trasformata in Casa) invitato a parlare da Claudia Colla, capo della rappresentanza regionale della Commissione europea a Milano e, oltre a sviscerare i numeri della situazione lavorativa all’interno della Ue, Nava ha lanciato un consiglio: “prendete spunto dallo sport e allenatevi tutti i giorni“.
Sono pronte le accademie a creare un long life learning del genere?
Nava che copre la carica di direttore generale per l’area Employment, Social Affairs and Inclusion a Bruxelles ha specificato che sta incontrando via via i rettori delle università italiane.
Da qui si intende che un cambio di paradigma va fatto sul campo formazione dei professori universitari. Tutti. Come dire più discipline scientifiche anche all’interno dei corsi umanistici?
Ma non è la sola azione prevista dall’ Unione delle competenze che è pensata per superare frammentazioni nazionali, carenze croniche di professionalità e disallineamenti tra domanda e offerta di lavoro.
L’obiettivo è chiaro: garantire all’Unione una forza lavoro preparata, mobile, inclusiva.
Perché serve un’Unione delle competenze
Il documento parte da una constatazione netta: l’Europa soffre di gravi carenze e lacune di competenze, soprattutto nei settori strategici.
Mancano tecnici qualificati, professioni Stem, competenze digitali avanzate, ma anche figure intermedie fondamentali per l’industria, l’agricoltura, l’edilizia, l’energia e i servizi alla persona.
A questo si aggiungono il calo demografico, l’invecchiamento della popolazione attiva e una competizione globale sempre più aggressiva per attrarre talenti.
Il risultato è un paradosso: posti di lavoro disponibili e, allo stesso tempo, imprese – soprattutto Pmi – che non riescono ad assumere. Ovviamente il documento nulla ha a che fare con la differenza di stipendi che i vari Paesi Ue offrono.
Ma questo è lasciato al libero mercato. I cervelli in fuga hanno diritto alla migliore mobilità possibile.
Le professioni chiave per il futuro europeo
La roadmap della Commissione non elenca semplicemente nuovi lavori, ma individua ecosistemi di competenze. Tra le figure strategiche emergono:
- professionisti delle tecnologie green e circolari
- tecnici e ingegneri per energie rinnovabili, reti e mobilità sostenibile
- specialisti in digitale, intelligenza artificiale, cybersecurity e dati
- professioni sanitarie e dell’assistenza, sempre più centrali in una società che invecchia
- competenze ibride, capaci di integrare sapere tecnico, pensiero critico, alfabetizzazione digitale e capacità imprenditoriali
Accanto alle competenze hard, la Commissione riconosce il valore crescente delle competenze per la vita: cittadinanza attiva, resilienza, capacità di adattamento, alfabetizzazione mediatica e finanziaria.
Elementi cruciali anche per la tenuta democratica e sociale dell’Unione.
Quattro pilastri per un nuovo mercato del lavoro europeo
L’Unione delle competenze si articola in quattro grandi filoni d’azione. Il primo riguarda il rafforzamento delle basi educative, a partire dalla scuola, per contrastare il declino delle competenze di base evidenziato anche dai dati Pisa.
Il secondo pilastro punta sulla riqualificazione continua degli adulti, attraverso microcredenziali, conti individuali di apprendimento e partenariati pubblico-privati.
Il terzo asse è forse il più europeo: la circolazione delle competenze. Rendere titoli, qualifiche e competenze riconoscibili e trasferibili in tutto il mercato unico significa permettere alle persone di muoversi e alle imprese di assumere senza ostacoli burocratici.
Infine, il quarto pilastro guarda all’esterno: attrarre e trattenere talenti, anche da Paesi terzi, per compensare il calo demografico e rafforzare la capacità innovativa europea.
Un cambio di paradigma culturale
Più che un elenco di misure, l’Unione delle competenze rappresenta un cambio di paradigma: investire nelle persone diventa una scelta strategica al pari della politica industriale o climatica.
La transizione ecologica, senza competenze adeguate, resta sulla carta. E la competitività europea, senza capitale umano formato e valorizzato, rischia di indebolirsi.
Per l’Italia – e per il sistema produttivo che GreenPlanner osserva da vicino – questa strategia è anche un invito a ripensare formazione, orientamento e lavoro come parti di un unico ecosistema.
Un ecosistema in cui scuola, università, imprese, territori e istituzioni dialogano per costruire professioni capaci di futuro.
L'articolo L’Unione delle competenze: la nuova roadmap formativa europea per il lavoro che verrà è stato pubblicato su GreenPlanner Magazine.
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