Rosarno, l’altra faccia della raccolta delle arance: migliaia di braccianti senza un tetto

Febbraio 12, 2026 - 16:00
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Rosarno, l’altra faccia della raccolta delle arance: migliaia di braccianti senza un tetto

lentepubblica.it

A Rosarno la stagione della raccolta riapre l’emergenza abitativa. Tra sgomberi, tendopoli e diritti internazionali, il nodo irrisolto dell’accoglienza.


Con l’avvio della raccolta di arance e mandarini, la Piana di Gioia Tauro torna a riempirsi di lavoratori stagionali. Sono circa quattromila, secondo le stime più recenti, e arrivano in prevalenza dall’Africa subsahariana occidentale. Restano per cinque mesi, dall’inizio di novembre fino alla primavera, quando i campi si svuotano e la stagione agrumicola si conclude.

A cambiare, negli anni, sono stati i numeri e le rotte migratorie. Non è cambiata, invece, la questione che più pesa sulle loro vite: trovare un tetto sotto cui dormire.

Affitti negati e ripari di fortuna

Per la maggioranza di questi braccianti l’accesso al mercato immobiliare è quasi impossibile. I proprietari che accettano di affittare a lavoratori stranieri stagionali sono pochissimi. Le ragioni sono molteplici: diffidenza, timori legati alla durata limitata dei contratti, pregiudizi radicati. Il risultato è che, anche quando il soggiorno è regolare e il contratto di lavoro esiste, la casa resta un miraggio.

Così, anno dopo anno, si ripropone lo stesso scenario: baracche costruite con materiali di recupero, lamiere, legno, teli di plastica. Oppure rifugi ricavati in edifici abbandonati, casolari agricoli in disuso, masserie cadenti nelle campagne. Una realtà raccontata anche da Il Post nell’articolo dell’11 febbraio 2026 dedicato alla situazione abitativa dei migranti a Rosarno, che descrive come molti lavoratori si arrangino in strutture precarie prive di servizi essenziali.

Durante i mesi di punta, tra ottobre e aprile, la pressione sugli insediamenti informali aumenta sensibilmente. Le aree di San Ferdinando e il casolare di contrada Russo diventano poli di concentrazione umana in cui si intrecciano lavoro agricolo, marginalità e vulnerabilità sociale.

La tendopoli come unica alternativa

Nonostante il numero complessivo di presenze sia diminuito rispetto agli anni precedenti – anche per effetto della crisi che ha colpito il comparto agrumicolo dal 2020 in poi – chi arriva oggi nella Piana si trova davanti a un ventaglio di possibilità estremamente ristretto.

Per molti la soluzione più immediata, e spesso l’unica, è la tendopoli di San Ferdinando.

Secondo un recente rapporto dell’Osservatorio Rosarno di MEDU (Medici per i Diritti Umani), si tratta in gran parte di giovani uomini impiegati come stagionali, provenienti soprattutto dall’Africa occidentale. Vivono in tende o moduli abitativi temporanei, in un contesto che negli anni è stato oggetto di sgomberi, incendi e interventi emergenziali.

Dal 2023 nella tendopoli non sono più attivi in modo stabile né un presidio sanitario pubblico, né un distaccamento dei Vigili del Fuoco, né un punto di Polizia. Una carenza che pesa in modo drammatico quando si verificano emergenze. Giuseppe Pugliese, attivista impegnato sul territorio, racconta che quest’anno un giovane lavoratore ha contratto una polmonite grave: solo grazie all’intervento delle organizzazioni umanitarie, come Emergency e MEDU, è stato trasportato in ospedale in tempo utile. Senza quell’assistenza, le conseguenze sarebbero potute essere fatali.

L’equivoco dell’irregolarità

C’è un dato che contraddice uno dei luoghi comuni più diffusi: la quasi totalità dei lavoratori presenti è in regola con il permesso di soggiorno. Secondo il rapporto di MEDU, il 92 per cento delle persone intervistate possiede un titolo valido.

Nel dettaglio:

  • il 33 per cento ha un permesso per lavoro subordinato, quota in forte crescita rispetto al 2022;
  • il 29 per cento beneficia della protezione speciale;
  • il 18 per cento è titolare di protezione sussidiaria;
  • il 9 per cento è richiedente asilo;
  • il 3 per cento possiede un permesso di lungo soggiorno;
  • un ulteriore 3 per cento rientra nei cosiddetti “casi speciali”;
  • il 2 per cento ha ottenuto lo status di rifugiato;
  • il 2 per cento è in attesa di occupazione;
  • l’1 per cento svolge lavoro autonomo.

Non si tratta, dunque, di persone “clandestine”, ma di lavoratori e richiedenti protezione che vivono una frattura evidente tra il riconoscimento giuridico e le condizioni materiali di esistenza.

Sgomberi e gestione dell’emergenza

Nel corso degli anni, le autorità hanno più volte disposto lo sgombero degli insediamenti informali per ragioni di sicurezza e ordine pubblico. Gli interventi si sono spesso concentrati sull’eliminazione delle baracche considerate pericolose o degradate, specialmente dopo episodi di incendio.

Il quadro normativo italiano consente lo sgombero di immobili occupati abusivamente, sia attraverso provvedimenti dell’autorità giudiziaria sia con ordinanze sindacali contingibili e urgenti, ai sensi dell’articolo 54 del Testo Unico degli Enti Locali. Tuttavia, la giurisprudenza nazionale ed europea ha progressivamente chiarito che tali misure devono rispettare alcuni principi fondamentali: proporzionalità, tutela della dignità umana e previsione di soluzioni alternative per le persone vulnerabili.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, richiamando l’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare), ha più volte sottolineato che gli sgomberi non possono avvenire senza un adeguato bilanciamento tra interesse pubblico e diritti individuali, soprattutto quando riguardano persone in condizione di estrema fragilità.

In Italia, inoltre, la Corte Costituzionale ha ribadito che la tutela della salute (articolo 32 della Costituzione) e la dignità della persona costituiscono limiti all’azione amministrativa. Ciò significa che liberare un’area da un insediamento informale senza offrire alternative abitative rischia di spostare il problema altrove, aggravando la marginalizzazione.

Tendopoli e occupazione del territorio: tra legalità e diritti sociali

Le tendopoli nascono spesso come risposta temporanea a una situazione straordinaria. Con il passare degli anni, però, diventano strutture semi-permanenti. Questo genera un cortocircuito: da un lato si parla di emergenza, dall’altro si assiste a una stabilizzazione di fatto.

L’occupazione di edifici abbandonati o terreni agricoli è formalmente illegittima, ma il diritto non può essere letto in modo isolato rispetto al contesto sociale. Quando il mercato immobiliare esclude sistematicamente una categoria di persone e le istituzioni non riescono a garantire alloggi adeguati, il fenomeno assume una dimensione strutturale.

La normativa italiana sull’accoglienza dei richiedenti asilo – in particolare il decreto legislativo 142/2015, che recepisce le direttive europee – prevede l’accesso a strutture dedicate durante l’esame della domanda. Tuttavia, molti dei lavoratori stagionali presenti a Rosarno hanno già concluso il percorso di accoglienza o ne sono usciti per lavorare. In assenza di politiche abitative specifiche, finiscono per scivolare in una zona grigia.

Il diritto internazionale alla protezione

Sul piano internazionale, il diritto d’asilo è sancito dall’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e trova concreta applicazione nella Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati. L’Unione Europea, attraverso il Sistema Europeo Comune di Asilo, ha stabilito standard minimi per l’accoglienza, l’esame delle domande e la protezione dei beneficiari.

Il principio cardine è il non-refoulement: nessuno può essere rimandato in un Paese dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Ma la protezione non si esaurisce nel divieto di espulsione. Le direttive europee impongono agli Stati membri di garantire condizioni di vita dignitose ai richiedenti asilo, comprese sistemazioni adeguate e accesso ai servizi sanitari.

Anche il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali riconosce il diritto a un livello di vita adeguato, che include l’abitazione. Non si tratta di un diritto assoluto a una casa di proprietà, ma di una garanzia contro situazioni di estrema precarietà incompatibili con la dignità umana.

Oltre l’emergenza: una questione strutturale

La vicenda della Piana di Gioia Tauro mostra una contraddizione evidente: lavoratori indispensabili per la filiera agricola vivono in condizioni indegne in un territorio che trae beneficio dal loro lavoro. Il settore agrumicolo, pur attraversando una fase di contrazione, continua a dipendere in larga misura dalla manodopera straniera.

Affrontare il problema esclusivamente in termini di ordine pubblico o di emergenza stagionale non basta. Servono politiche integrate che mettano insieme lavoro, abitazione, trasporti e tutela sanitaria. Alcune esperienze locali hanno tentato di sperimentare soluzioni abitative diffuse, coinvolgendo comuni e associazioni, ma i numeri restano insufficienti.

La questione, in definitiva, interroga il rapporto tra legalità formale e giustizia sostanziale. Sgomberare una baraccopoli può essere necessario per ragioni di sicurezza, ma senza alternative concrete si rischia di perpetuare un ciclo di esclusione.

Riconoscere il diritto internazionale alla protezione significa andare oltre il semplice permesso di soggiorno: vuol dire garantire condizioni compatibili con la dignità della persona. In un’Europa che si fonda sulla tutela dei diritti fondamentali, la sfida non è solo gestire i flussi migratori, ma assicurare che chi lavora, contribuisce e rispetta le regole non sia costretto a vivere ai margini.

Nella Piana degli agrumi, ogni inverno, questa sfida torna a farsi urgente. E ricorda che il tema dell’accoglienza non riguarda soltanto chi arriva, ma la qualità democratica di chi accoglie.

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