Silvana Armani firma la sua prima sfilata Armani Privé
Silvana Armani, per la prima volta alla guida di Armani Privé, ne ridisegna i confini con una femminilità pragmatica che Giorgio, nella sua ascesi stilistica, aveva talvolta sublimato fino all’astrazione. Lei riporta la Couture a terra, la rende non solo sofisticata ma portabile, trasformando l’abito da corazza difensiva a pelle osmotica, capace di respirare con chi lo indossa.
Il totem di questa transizione è la Giada. La materia viva che Confucio definiva «la virtù resa tangibile». È una scelta dirompente: dimenticate il rigore del greige, qui la palette esplode in una mineralogia dell’anima. Il verde abissale, il rosa lattiginoso, il bianco caldo si fondono con il grafismo netto del nero, creando armonia. È la metafora perfetta di Silvana stessa: una durezza resiliente fuori, una morbidezza accogliente dentro.
Le silhouette si fanno liquide. I tailleur subiscono una destrutturazione radicale: le giacche sono svuotate di ogni gravità e accarezzano le spalle. Il gioco del trompe l’œil sui taschini è un vezzo intellettuale, un sorriso cucito su tessuti che scorrono come mercurio. I bustini non costringono, ma abbracciano, dialogando con pantaloni dal taglio maschile che rivendicano la libertà.
Non ci sono tacchi a spillo a perforare la passerella; c’è la falcata sicura di chi non ha bisogno di elevarsi per essere all’altezza. Le tuniche longuette si aprono in spacchi che sono finestre di sensualità funzionale, mentre i pullover piangono lacrime di frange preziose, tintinnando una musica ad ogni movimento.
E nel finale, mentre l’applauso monta non come atto dovuto ma come forma di ammirazione, dopo l’abito da sposa – l’ultimo disegnato da Giorgio in persona – Silvana alza lo sguardo verso quel punto cieco del backstage, dove l’ombra di Giorgio sembra ancora vibrare. Non serve l’immaginazione per sentire la sua voce, quel timbro asciutto che risuona nella cassa toracica prima che nelle orecchie. Il Re, colui che non regalava mai complimenti gratuiti, secondo Silvana, oggi le avrebbe detto «Hai fatto un bel lavoro». E non sarebbe stato nel torto. Assolutamente.
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