Volontariato e terzo settore possono rigenerare le comunità e i legami sociali

Analizzando i numeri del Rapporto Istat 2025, il terzo settore si rivela in continua crescita, anche in quanto a posti di lavoro, generando oggi, in Italia, un valore pari a circa il 4,4 per cento del Pil – pure grazie all’aiuto di milioni di volontari ogni anno. Il non profit funziona anche perché promuove realmente, in maniera non artificiale, la partecipazione attiva dei cittadini, dando forma e sostanza a senso civico e cultura della solidarietà. Una lezione, per quel che più è assente all’interno della vita politica in senso stretto, partitica in testa, in balìa di barriere all’entrata, logiche chiuse e meccanismi cooptativi che spingono sull’acceleratore del disinteresse e della distanza.
Chiunque voglia dare forma a un’offerta politica non può ignorare tema e insegnamenti che ne derivano, nei tempi odierni che, tra sfiducia generalizzata e instabilità complessiva, caratterizzano il nostro Paese – e oltre. La terza via del terzo settore raggruppa circa trecentosessantamila enti attivi nel non profit – con la sola fetta iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore che supera i centotrentamila (dati sul 2024 dell’ultimo Rapporto dell’Osservatorio Runts, che segnalano anche qui uno sviluppo, rispetto alla difficile situazione economica).
Sul piano occupazionale, il terzo settore impiega quasi novecentoventomila persone, con una forte presenza femminile, dove i giovani under-35 si avvicinano al venti per cento. La distribuzione delle realtà, pur maggiormente presenti al Nord-Ovest e nel Centro, evidenzia che il tasso di crescita maggiore si registra nelle regioni del Sud. Questa complessiva riflessione parte da un rilevante convegno svoltosi, meno di due mesi fa, a Perugia: «Per un Manifesto di Rigenerazione. Il ruolo politico del Volontariato e del Terzo Settore nella crisi della politica», organizzato dalla Comunità di Capodarco dell’Umbria con la collaborazione di Base Italia e Rete Europea del Volontariato, nel palazzo dell’Assemblea legislativa umbra.
L’evento, moderato dal direttore di Vita, Stefano Arduini, e nato dal tentativo di ripensare la politica come atto di cura e responsabilità condivisa, ha affrontato senza retorica l’importanza di queste questioni per la politica – ponendo inoltre l’accento sulla profonda crisi che sta vivendo l’ecosistema dei servizi sociali e sociosanitari. L’ambizione più generale, prima e ultima, è quella di rilanciare il ruolo civile e politico di terzo settore e volontariato, intese come forze di rigenerazione, capaci di ricostruire partecipazione democratica e legami sociali.
Per riprendere le parole di Riccardo Sollini, direttore generale della Comunità di Capodarco dell’Umbria, «oggi la politica appare spesso prigioniera dell’impossibilità: non possiamo permettercelo, non si può fare, frasi che diventano un alibi collettivo per non scegliere. Ma la politica è proprio il luogo delle scelte. È il coraggio di immaginare un domani possibile, di guardare oltre la paura e di rimettere al centro persone e comunità».
Pensare a terzo settore e volontariato come attori politici veri e propri è un esercizio da compiere, soprattutto quando la partecipazione civica e sociale è appunto ridotta al minimo e l’allocazione di risorse vive le sue difficoltà strutturali, circondati dai balbettii di razionalizzazione e programmazione.
Davanti alla fragile situazione sistemica, emergono i luoghi in cui riscoprire il valore dell’esserci e la cura dei rapporti sociali, nella pratica di gestione di responsabilità civica: da qui un percorso di ripartenza pubblica può iniziare a tracciarsi.
Tutto questo, d’altronde, è fare politica nel senso più alto e ampio del termine, costruendo ponti sociali e intergenerazionali, restituendo una centralità di primo piano a chi si attiva, si impegna e partecipa.
Secondo Marco Bentivogli, coordinatore nazionale di Base Italia e tra i relatori del convegno, «rigenerare la politica significa ripartire dalle comunità reali: volontariato e lavoro sociale devono tornare ad essere la frontiera dove si apprende che nessuno si salva da solo e che la democrazia vive solo se è partecipata. Da essi bisogna imparare a ricostruire legami, condividendo responsabilità e sperimentando forme nuove di welfare e di cittadinanza attiva, che la politica, da sola, non riesce più a generare e in taluni casi soffoca. Se vogliamo uscire dalla crisi della rappresentanza, dobbiamo riconoscere a volontariato e terzo settore non un ruolo “supplente”, ma costituente: qui si forma una politica diversa, che nasce dall’ascolto, dalla cura e dal lavoro concreto nelle periferie esistenziali e sociali».
Dall’incontro si è aperto un percorso di confronto e politica condivisa, con la volontà di ripartire dai territori, dove le persone siano protagoniste: il giusto metodo per articolare compiti e capacità della società civile, che dovrà sempre più essere capace, nell’anno che si apre, di incrociare l’agenda del terzo settore con quella della politica, riempendo spazi di confronto oggi immobili o addirittura inesistenti. Facendo rete, cercando di rendere vive quelle collaborazioni in grado di generare crescita e cambiamento diffuso, mirando a limitare quei deficit di partecipazione e di contributo, personale ed effettivo ma condiviso, senza mai perdere di vista la speranza.
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