La settimana corta, e il valore del tempo nelle nuove economie

Negli ultimi anni un numero crescente di ricerche internazionali ha sviluppato le intuizioni sul tempo della professoressa Ashley Whillans, psicologa alla Harvard Business School: non soltanto una risorsa limitata, ma una leva fondamentale per il benessere individuale e collettivo.
Questo tema, dal 2019 a oggi, ha assunto una centralità ancora maggiore, spinto da trasformazioni tecnologiche, sociali e culturali che stanno ridefinendo i significati stessi di “lavoro”, “vita” e “ricchezza”.
Un recentissimo studio intitolato “Time Well Spent: A New Way to Value Time Could Change Your Life”, a firma di Leslie Perlow, professoressa di Leadership alla medesima Harvard Business School, propone un modo di misurare il valore del tempo fondato su tre dimensioni soggettive: gioia, realizzazione e senso, evidenziando come anche una singola ora settimanale dedicata ad attività ad alto valore personale possa produrre miglioramenti misurabili nel benessere percepito.
Non è quindi la quantità di tempo libero a determinare maggiore felicità, ma la sua qualità: ciò che il tempo permette di essere, non soltanto di fare.
The Atlantic ha pubblicato l’anno scorso un articolo “What True Wealth Looks Like”, a firma di A.C. Brooks (coautore insieme alla più famosa Oprah Winfrey del best seller “Build the life you want” – 2023) dove viene richiamata l’idea che la vera ricchezza del futuro risiederà nella capacità di “comprare tempo” liberando ore per dedicarsi a relazioni, cura personale, creatività.
Cassie Mogilner Holmes, professoressa di Marketing e processo decisionale comportamentale alla Anderson School of Management dell’Università della California e nota studiosa dei rapporti tra tempo, denaro e felicità, rafforza questa visione evidenziando come le persone che scelgono il tempo al posto del denaro manifestino maggiore serenità e connessioni sociali più solide.
Il mondo aziendale sta iniziando ad adattarsi abbracciando la settimana lavorativa di 4 giorni senza riduzione di salario.
Il recente studio “Work time reduction via a 4-day workweek finds improvements in workers’well-being” – il più grande del suo genere avendo coinvolto 2.896 dipendenti di 141 società negli Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda – guidato dalle professoresse Wen Fan e J.B. Schor, evidenzia come, lavorando quattro giorni su sette, si siano registrati miglioramenti nel burnout, nella soddisfazione sul lavoro, nella salute mentale e nella salute fisica portando un miglioramento della capacità lavorativa, associate a una diminuzione della fatica.
I risultati indicano che le settimane lavorative di 4 giorni che preservano il reddito sono un intervento organizzativo efficace per migliorare il benessere dei lavoratori e migliorare l’efficienza organizzativa costringendo, tra l’altro, le aziende a rivedere i loro processi organizzativi.
Un’analisi del 2024 dell’Università di Cambridge, condotta nell’ambito dello studio “Work-Time Reduction and Wellbeing Outcomes in OECD Countries”, conferma questo spostamento valoriale mostrando come la riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario generi effetti positivi su produttività, salute mentale e coesione sociale.
Nei Paesi che hanno sperimentato forme di settimana corta senza diminuzione di salario – Islanda, Regno Unito, Danimarca – i benefici sono stati superiori alle aspettative, con un aumento della soddisfazione di vita fino al 25% e contestuale riduzione significativa dello stress percepito.
Peraltro, meno tempo al lavoro non significa necessariamente meno risultati: l’efficienza cresce quando il tempo viene vissuto come risorsa e non come vincolo.
Di fronte a queste evidenze, diventa chiaro che il paradigma denaro-tempo è entrato in una nuova fase.
L’equilibrio vita-lavoro è ormai un fattore competitivo, soprattutto per le nuove generazioni: attrarre e trattenere talenti passa attraverso la promessa di tempo, non solo di reddito.
Il tempo diventa una valuta ad alto rendimento, capace di generare benessere psicologico, salute, creatività, qualità delle relazioni e – in ultima analisi – anche migliori performance economiche.
Forse, più che chiederci come guadagnare di più, dovremmo iniziare a chiederci come liberare – e vivere meglio – il nostro tempo.
“L’uomo moderno consuma tempo invece di viverlo” scriveva Erich Fromm nel suo “Avere o essere” del 1976.
Tutto ciò mi fa venire in mente il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, che, rispondendo al mercante che vendeva pillole per calmare la sete che facevano risparmiare 53 minuti alla settimana, disse: «Io, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana».
Il tempo, più ancora del denaro, è la dimensione in cui si costruisce la nostra felicità futura a favore di tutti, comprese le aziende e la relativa produttività.
È tempo di rendercene conto.
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