Bambino morto dopo il trapianto di cuore, caposala terapia intensiva: “La morte di Domenico è una sconfitta”
“Viviamo come un fallimento non aver restituito nelle braccia della mamma il bambino. È un grande dolore, ma credetemi: abbiamo fatto di tutto e anche di più per Mimì. Lo ricordo bene: era vivace, allegro. Ma era soprattutto il bambino che dovevamo restituire alla mamma e questo non è avvenuto nonostante tutti i nostri grandi sforzi”. Così in una intervista a ‘La Repubblica’ Giovanni Bufalino, caposala della terapia intensiva della Uoc di Cardiochirurgia Pediatrica e delle Cardiopatie Congenite del Monaldi di Napoli, dove è morto ieri Domenico, il bambino di due anni sottoposto a un trapianto di cuore con un organi che si è poi rivelato danneggiato.
“Quello che potevamo fare l’abbiamo fatto. Forse anche qualcosa in più. Per noi è stato un dramma cambiare già nei giorni scorsi il pensiero – cioè trasformandolo da speranza ad evento infausto – del percorso intrapreso per questo bambino. Sicuramente non era iniziato nel migliore dei modi, comunque, il nostro sforzo era sempre votato alla soluzione migliore per il bambino”, ha continuato. “Ci abbiamo creduto sempre” di poter salvare Domenico “perché per noi il miracolo è una cosa che se deve succedere, dobbiamo essere pronti a cogliere l’attimo. Ci siamo dedicati anima e corpo e ci credevamo fino a quando abbiamo avuto la sentenza che non ci sarebbe stato un futuro per il bambino, ha continuato raccontando che “gli bagnavamo spesso le labbra con una goccia d’acqua, sistemavamo la gambina più dritta per farlo stare più comodo, per cercare nei limiti del possibile di alleviare qualsiasi sofferenza. Sapevamo che il piccolo era sotto sedazione e quindi non avvertiva dolore. Ma in quei momenti non ci pensi. Domenico era un paziente molto particolare, l’Ecmo ci vincola anche da un punto di vista di mobilizzazione: per due mesi, ben 60 giorni, è stato attaccato a un macchinario”.
In merito al rapporto instaurato con la mamma Bufalino spiega “si cercava di confortarla. La mamma cercava comprensione. Voleva suo figlio. E credo che abbia avvertito la nostra forte vicinanza. Cercava nei nostri occhi la speranza di poter riportare a casa Mimì. Ma non siamo riusciti a restituirglielo. In ospedale capita che le cose non vadano come ti auguri. Ma un caso come questo ti segna davvero per tutto quello che di negativo c’è stato. Abbiamo avuto anche una pressione mediatica quotidiana”.
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