Che cos'è il Board of Peace di Trump e quali sono i suoi veri obiettivi

Gen 25, 2026 - 16:30
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Che cos'è il Board of Peace di Trump e quali sono i suoi veri obiettivi

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Sul palcoscenico globale del World Economic Forum di Davos, è stato presentato nei giorni scorsi un nuovo organismo internazionale: il Board of Peace (Consiglio per la Pace), promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ma di cosa si tratta e quali sono le sue vere intenzioni?


L’ambiente elvetico, tradizionalmente riservato ai grandi dossier economici e geopolitici, è stato così teatro di un annuncio che promette di ridefinire il ruolo delle potenze mondiali nella gestione dei conflitti e nella tutela della sicurezza collettiva.

Ma cosa si intende realmente per Board of Peace? Quali sono gli obiettivi dichiarati? E quali implicazioni concrete potrebbe avere questa iniziativa sulla diplomazia internazionale? Per comprendere appieno il significato e le potenziali conseguenze di questo organismo, occorre analizzarne struttura, finalità, adesioni e critiche.

Che cos’è il Board of Peace

Il Board of Peace è stato descritto come un organismo internazionale con l’intento di ridurre tensioni, mediare controversie e facilitare processi di pace tra Stati in conflitto. Secondo quanto presentato a Davos, il suo approccio si basa non solo sulla diplomazia tradizionale ma anche su strumenti economici, tecnologici e persino culturali. La logica dichiarata è semplice: unire risorse politiche e materiali per promuovere stabilità laddove la violenza e le crisi persistono da anni.

A differenza di organizzazioni preesistenti come l’ONU o la NATO, il Board di Trump si propone di essere più agile e meno burocratico, in grado di prendere decisioni operative rapide e adattarsi alle dinamiche mutevoli dei conflitti contemporanei. La proposta enfatizza la flessibilità operativa e una gestione meno vincolata da regole rigide, che secondo i promotori limiterebbero l’efficacia degli interventi.

Gli scopi dichiarati

Tra gli obiettivi principali del Board of Peace, presentati dal presidente Trump e dai suoi sostenitori, emergono:

Mediazione diretta nei conflitti

Promuovere trattative tra governi in guerra o con tensioni acute, facilitando il dialogo con l’obiettivo di trovare soluzioni negoziate.

Riduzione delle minacce armate

Coordinare sforzi per prevenire escalation militari, soprattutto in aree instabili come Medio Oriente, Africa e Asia meridionale.

Sostegno economico alla pace

Offrire incentivi economici e investimenti per favorire la stabilità: dalle ricostruzioni post-conflitto fino a programmi di sviluppo che riducano le cause strutturali delle tensioni sociali.

Cooperazione tecnologica e informativa

Sfruttare tecnologie emergenti per monitorare cessate il fuoco, gestire crisi umanitarie e contrastare disinformazione pericolosa.

Preservare l’ordine internazionale

Rafforzare quello che i promotori definiscono “ordine basato su regole condivise”, contro derive unilaterali o escalation incontrollate.

In estrema sintesi, il Board di Peace si presenta come una sorta di cabina di regia alternativa, dove potenti nazioni possano coordinarsi in modo più efficace rispetto agli strumenti multilaterali tradizionali.

I membri fondatori: chi c’è e chi manca

Al lancio di Davos, Trump ha annunciato che diverse nazioni hanno già aderito all’iniziativa. Tra queste figurano gli Stati Uniti, ovviamente, insieme ad alcuni Stati europei e asiatici che condividono l’idea di un approccio più “pragmatico” alla pace e alla sicurezza globale.

Tuttavia, va sottolineato che al momento non tutte le principali potenze mondiali hanno confermato un impegno ufficiale. Alcuni Paesi storicamente centrali nella diplomazia multilaterale, come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non hanno dato segnali inequivocabili di adesione formale. Anche l’Italia al momento non ne fa ancora parte. Questo solleva interrogativi sulla reale influenza e sulla capacità operativa iniziale del Board of Peace.

Inoltre, emerge un profilo piuttosto selettivo delle adesioni: tra gli Stati partecipanti prevalgono nazioni con assetti politici affini o con interessi convergenti su specifiche crisi regionali. È dunque plausibile che il progetto, almeno nei primi mesi, si concentri su iniziative localizzate piuttosto che su un impegno globale uniforme.

Stati e leader che hanno firmato/aderito al Board

Alla cerimonia di Davos (22 gennaio), i rappresentanti di circa 20 paesi hanno firmato la carta costitutiva, tra cui:

  • Argentina – Presidente Javier Milei
  • Armenia – Primo Ministro Nikol Pashinyan
  • Azerbaigian – Presidente Ilham Aliyev
  • Bahrain – Sheikh Isa bin Salman Al Khalifa
  • Bulgaria – Primo Ministro Rosen Zhelyazkov
  • Ungheria – Primo Ministro Viktor Orbán
  • Indonesia – Presidente Prabowo Subianto
  • Giordania – Vice Primo Ministro Ayman Safadi
  • Kazakhstan – Presidente Kassym-Jomart Tokayev
  • Kosovo – Presidente Vjosa Osmani
  • Mongolia – Primo Ministro Gombojavyn Zandanshatar
  • Marocco – Ministro degli Esteri Nasser Bourita
  • Pakistan – Primo Ministro Shehbaz Sharif
  • Paraguay – Presidente Santiago Peña
  • Qatar – Primo Ministro Sheikh Mohammed bin Abdul Rahman Al Thani

Altre adesioni/partecipazioni in fase di definizione

Secondo le liste parziali disponibili e dichiarazioni di governo:

  • Alcuni paesi del Medio Oriente e Asia (come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia, Qatar) hanno confermato la volontà di aderire o partecipare formalmente.

Russia e Cina sono stati invitati ma non hanno confermato una adesione formale entro il 24 gennaio.

Chi ha rifiutato l’adesione

Diversi grandi paesi occidentali e partner tradizionali degli USA non hanno aderito finora:

  • Italia – non parteciperà al momento (per questioni di compatibilità costituzionale).

Francia, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Slovenia e altri paesi europei hanno rifiutato o non confermato l’ingresso.

Le reazioni internazionali

La presentazione del Board of Peace ha suscitato un ampio ventaglio di commenti nelle capitali mondiali e tra gli analisti di politica estera.

Da un lato, alcuni governi occidentali e osservatori favorevoli hanno espresso apprezzamento per un tentativo di innovare la diplomazia multilaterale, indicando come positivo il tentativo di creare un organismo operativo più snello rispetto alle istituzioni tradizionali.

Dall’altro, tuttavia, numerose critiche si levano sia da esponenti politici sia da esperti. I critici sostengono che il Board possa diventare uno strumento di influenza geopolitica piuttosto che di pace condivisa. In altre parole, l’accusa è che dietro la retorica della stabilità si nascondano obiettivi strategici: consolidare alleanze politiche, estendere l’influenza statunitense in aree sensibili, o creare un contrappeso istituzionale alle organizzazioni già esistenti.

Accuse di duplicazione di sforzi, concorrenza con l’ONU e possibili tensioni diplomatiche con potenze che preferiscono canali di mediazione indipendenti sono state espresse in sedi ufficiali e informalmente da diverse capitali.

Riflettori accesi sulle reali intenzioni

Al centro del dibattito non c’è solo la struttura o i programmi, ma soprattutto le motivazioni politiche del Board. La leadership statunitense insiste nel definire l’iniziativa come un contributo efficace alla pace mondiale. Tuttavia, alcuni critici ritengono che essa serva soprattutto a ridefinire il ruolo globale di Washington dopo anni di tensioni internazionali, utilizzando l’agenda della pace come strumento di soft power più che come piattaforma neutrale di mediazione.

Esiste, in aggiunta, la preoccupazione che un organismo così dominato da paesi con pesi economici e militari maggiori possa marginalizzare voci di Stati più piccoli, limitando così la rappresentatività e l’equità delle soluzioni proposte.

Opportunità o nuovo equilibrio di potere?

Il Board of Peace si configura come un progetto ambizioso e potenzialmente trasformativo. Se riuscirà a mediare conflitti e a generare stabilità, potrebbe rappresentare un utile complemento alle istituzioni internazionali esistenti. Tuttavia, la sua concreta efficacia dipenderà non solo dalle adesioni e dalle risorse impiegate ma anche dalla capacità di operare con trasparenza, equilibrio e rispetto delle diversità geopolitiche.

In assenza di un consenso globale e con critiche già avanzate da più parti, resta da vedere se questo nuovo organismo potrà davvero contribuire a un mondo più pacifico o se finirà per essere la riedizione di equilibri di potere già esistenti sotto una veste riformata.

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