Corte Costituzionale valuta l'illegittimità del differimento sul TFS dei dipendenti pubblici

Febbraio 13, 2026 - 23:00
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Corte Costituzionale valuta l'illegittimità del differimento sul TFS dei dipendenti pubblici

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Al centro del dibattito giuridico ed economico nazionale torna, purtroppo, l’annosa questione del Trattamento di Fine Servizio (TFS) per i dipendenti pubblici.


La genesi del problema risiede in un pacchetto di riforme succedutesi tra il 1997 e il 2010 (leggi 79/1997 e 140/1997, integrate dal d.l. 78/2010), attraverso le quali lo Stato ha progressivamente introdotto il differimento e la rateizzazione delle indennità di fine rapporto per i lavoratori del settore pubblico. Originariamente concepite come misure temporanee di emergenza per salvaguardare la stabilità dei conti pubblici, tali norme sono diventate via via strutturali, creando un enorme squilibrio tra i lavoratori privati – che percepiscono il Tfr in tempi rapidi – e i dipendenti statali, costretti a lunghe attese prima di incassare la prima tranche.

La Corte Costituzionale affronta il tema dell’illegittimità differimento del TFS dei dipendenti pubblici

La questione è approdata nuovamente dinanzi alla Corte Costituzionale a seguito delle ordinanze di rimessione dei Tar Marche, Lazio e Friuli-Venezia Giulia. I giudici amministrativi hanno sollevato dubbi di legittimità costituzionale in relazione agli artt. 36 e 117 della Costituzione, ravvisando una lesione del diritto a una retribuzione proporzionata e una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Consulta, già intervenuta con le sentenze 159 del 2019 e 130 del 2023, aveva precedentemente definito il differimento come una misura non più giustificabile, limitandosi però a lanciare un monito al legislatore senza dichiarare l’incostituzionalità formale, proprio per evitare un collasso istantaneo delle finanze pubbliche.

La difesa dello Stato e dell’Inps poggia su un pilastro economico di natura sistematica. L’Avvocatura dello Stato sottolinea che l’attuale disciplina garantisce un essenziale bilanciamento di interessi, dove la tutela del risparmio previdenziale individuale deve convivere con la sostenibilità dell’intero sistema. Un accoglimento totale delle istanze dei ricorrenti comporterebbe infatti un esborso immediato stimato dall’Inps in circa 15,6 miliardi di euro solo per coprire il pregresso nel prossimo biennio. Tale cifra, secondo i legali dell’Istituto, potrebbe destabilizzare gli equilibri di bilancio.

L’aspetto più critico della vicenda

L’aspetto che però suscita maggiore polemica riguarda la memoria difensiva depositata dall’Inps, che introduce elementi di economia comportamentale e psicologia finanziaria per giustificare la dilazione dei pagamenti. L’Istituto ha sostenuto che l’erogazione rateale del TFS agirebbe come una forma di tutela per il pensionato, citando studi che evidenzierebbero la tendenza umana all’irrazionalità nelle scelte di spesa quando si riceve un’ingente somma di denaro in un’unica soluzione. Secondo questa visione, la rateizzazione fungerebbe da strumento protettivo contro gratificazioni immediate e impulsive, garantendo una maggiore stabilità economica nel lungo periodo.

Questa posizione ha suscitato una reazione durissima da parte dei legali dei ricorrenti. La difesa dei lavoratori ha definito queste tesi come offensive per la dignità di professionisti che hanno servito lo Stato per decenni, spesso padri di famiglia sessantenni che attendono la liquidazione per finalità concrete e del tutto razionali, come l’estinzione di un mutuo o il sostegno economico ai figli. Sostenere che il pagamento rateale serva a “proteggere” il pensionato da una presunta incapacità di gestire ingenti somme di denaro significa, di fatto, considerare come bambini professionisti che per anni hanno amministrato la giustizia, curato pazienti o diretto uffici pubblici con elevati livelli di responsabilità.

Gli interventi da un Governo che da un lato aggiunge ma dall’altro toglie

Nel tentativo di accogliere il precedente monito della Consulta, il Governo è intervenuto con la Legge di Bilancio 2025, la quale prevede un’accelerazione marginale dei tempi di pagamento. A partire dal 2027, l’attesa per la prima rata passerà da 12 a 9 mesi. Tuttavia, questa riduzione di un trimestre è stata accompagnata da un contro-altare fiscale penalizzante, ossia l’annullamento della detassazione precedentemente prevista per le somme fino a 50.000 euro. Tale mossa è stata aspramente criticata dai rappresentanti dei lavoratori, poiché comporterebbe un onere aggiuntivo medio di circa 750 euro a carico di ciascun beneficiario.

In assenza di un meccanismo di rivalutazione monetaria che compensi l’erosione causata dall’inflazione durante i mesi di attesa, il danno economico per i pensionati pubblici rimane significativo. La Corte Costituzionale si trova ora di fronte a un bivio: accettare la timida iniziativa legislativa come un primo passo verso la normalizzazione, oppure dichiarare definitivamente illegittima una prassi che trasforma il TFS in un prestito forzoso e gratuito che i lavoratori concedono allo Stato, privandosi della facoltà di pianificare il proprio futuro post-lavorativo con le risorse legittimamente accumulate.

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