Dieci cose che hanno lasciato il segno nel 2025

Il mio telefono è pieno di note, di appunti che scrivo quando sono in viaggio, frasi lasciate a metà che mi servono per immagazzinare momenti in bianco e nero e pezzi di vita che sennò verrebbero portati via dall’oblio della mia fretta quotidiana. E ogni anno comincio una nuova nota dal titolo “Viaggi”: una serie di elenchi numerati che hanno l’obiettivo di farmi ricordare quanti treni o aerei ho preso, in quali hotel (una sessantina quest’anno) ho dormito e in quali luoghi ho mangiato (ho provato più di duecento ristoranti). È più un gioco che faccio per me stessa e per vedere, a fine anno, quanto poco ho vissuto invece casa mia. Ora però ho deciso di far uscire dal telefono quella nota per fare una lista pubblica sulle dieci cose, esperienze o luoghi che hanno lasciato un segno nel mio 2025.
Il panettone che mi ha colpito
Partiamo dal tema più natalizio in assoluto, il panettone. Tanto, lo sappiamo… Possiamo permetterci di mangiarlo senza sensi di colpa sino alla Befana. Rispetto al passato, oggi siamo sommersi di panettoni artigianali, molto diversi a quelli a cui eravamo abituati nella nostra infanzia. I panettoni contemporanei hanno proprio un gusto e un aspetto totalmente diversi. Ecco perché ho amato particolarmente quello del pasticciere siciliano Giuseppe Amato; certo, anche in questo caso siamo di fronte a un prodotto artigianale, ma il suo è un panettone che ha esattamente il sapore che ti aspetti. Lo definirei quasi perfettamente vintage: profumato, alveolato il giusto, con una consistenza corposa e presente. Ovviamente sono andata sul classico: arancia candita e uvetta.
L’esperienza più territoriale
Rimaniamo sempre sul tema, visto che magari alcuni di voi devono ancora pensare al regalo in ritardissimo per quell’amica che ha già tutto. Quando sono andata via dalla Sardegna, tanti anni fa, l’ho fatto con quello spirito che accomuna tanti giovani emigrati sardi: «Qui non c’è niente». Credo sia la bugia più grande che ci siamo raccontati per generazioni. La prova è l’azienda creata da Maria Giovanna Carta, una donna, forte e tenace, che ha intuito come valorizzare il territorio e i suoi produttori. Mannos, che in sardo sono gli anziani, coloro che custodiscono l’esperienza e la saggezza, è una piattaforma dove si possono acquistare adozioni ed esperienze legate all’agroalimentare. Avete presente i classici cesti natalizi che regaliamo quando non abbiamo idee? Ecco, questa è una soluzione diversa, perché si basa su un’esperienza condivisa con artigiani, agricoltori e allevatori. E così si piò adottare un filare di Cannonau, una pecora o un campo di legumi, con la consapevolezza di aver davvero costruito un legame autentico e stretto con la Sardegna.
La cena che mi è rimasta nel cuore
Di ristoranti, trattorie, osterie ne ho provati davvero tanti, ma quella di Heros De Agostinis è stata, tra tutte, l’esperienza che mi ha toccato davvero nel profondo. Padre abruzzese, madre eritrea, tra i tavoli del ristorante Ineo dell’hotel Anantara Palazzo Naiadi, a Roma, prende forma una cucina che non ha bisogno di troppe parole per essere capita: un’anima forte, percepibile a ogni morso, personalissima, riconoscibile. De Agostinis è in grado di esplorare i sapori del mondo, tra spezie, profumi e sensazioni, tenendosi ancorato alla tradizione italiana, senza snaturarla in clichet forzati, ma anzi portandola a un livello geniale. Meraviglioso il carrello del pane, strepitosamente golosi e perfetti gli amuse-bouche che celebrano il pollo e la cucina casalinga italiana (il miglior pollo ai peperoni della mia vita), divertente la giardiniera, con un’acidità che invita al morso successivo, sempre croccante e vivo. Se non ci siete mai stati, mettetelo in lista per il 2026.
Il vino che ho amato
Se c’è una cosa che ho capito nell’ultimo anno, è che non ha senso dire, quando si parla di vino, «mi piace il rosso, non amo il Chianti, preferisco il vino siciliano a quello piemontese». Il vino è la somma di tante cose che finiscono dentro una bottiglia e la sua bellezza sta proprio nel riuscire a raccontare territori e persone, al di là delle categorizzazioni mentali di cui pensiamo di dover tener conto. Questo per dire che sono stata sempre una persona che «no, vi prego rosa no», eppure le mie convinzioni si sono dovute ricredere dopo un anno di studio matto e disperato della materia. Ed è per questo che il vino che ho amato di più quest’anno ha le sfumature di colore che mai avrei messo nel bicchiere. Il Baldovino Cerasuolo della Tenuta I Fauri dall’espressione sincera e territoriale di un grande classico abruzzese. Dentro c’è la storia di una famiglia che lavora insieme, generazione dopo generazione, sulle colline di Chieti: un progetto agricolo, dove il vino è il risultato di un equilibrio cercato ogni giorno tra terra, tempo e mani. Succoso, luminoso e invitante, attraversato da una freschezza viva e da una chiusura leggermente ammandorlata che invita al sorso successivo. Uno di quei vini che ti fanno davvero capire il significato di terroir.
L’oggetto che ho desiderato di più
Lo ammetto, senza vergogna: sono una che ama il caffè in modo ossessivo. Sono capace di pagare una tazza di caffè filtrato anche dieci euro senza battere ciglio e spesso, soprattutto quando mi trovo all’estero, passo ore a cercare e provare caffetterie tra le più diverse. Va da se che a casa ho una collezione di macinini, chemex, french press e qualsiasi altro aggeggio o macchina che mi permetta di godere della mia bevanda del cuore (non ho la macchina per cialde, mea culpa?). Ecco perché quando, quest’estate ho visto il carrello del caffè in un ristorante (appello ai ristoratori: fateci attenzione a questo benedetto caffè, che quasi nessuno gli dà il giusto peso), accanto alle diverse miscele, con in bella vista la macchina manuale per espresso, non ho avuto dubbi: la voglio! Funziona a leva: sei tu a dare la pressione, accompagnando l’acqua attraverso il caffè. Un gesto lento e preciso che restituisce tazze più personali, e dove tecnica e sensibilità fanno davvero la differenza. Unica pecca: il prezzo non è bassissimo.
La tendenza… che ho visto ovunque
Se fino a qualche anno (mese?) fa, chiunque ambisse a portare la propria cucina a un livello contemporaneo e figo (sì, diciamolo pure, sdoganiamo questo termine nel linguaggio giornalistico), scriveva almeno una voce nel menu con accanto la dicitura “Cbt”, cotto a bassa temperatura per i non addetti ai lavori, oggi imperano altri due verbi: quello del brasare e dell’utilizzare la brace ovunque. Per anni ci hanno stressato con questo Cbt sussurrato veloce, come se tutti dovessero capire di cosa loro stessero parlando, personale di sala e chef, dandosi un tono per una tecnica che quando è arrivata da noi, in altri paesi e altre cucine era diventata ormai patrimonio tradizionale. Ora cambia tutto. E brasiamo tutto. Anche gli spaghetti. Fateci caso, la prossima volta che andrete a mangiare fuori.
Lo staff che mi fatto capire che devo ancora fare questo lavoro
Si dice che le nuove generazione non vogliano più lavorare nel settore della ristorazione e dell’ospitalità, che le grandi cucine siano morte, che la passione è solo quella che rimane tra una puntata di Masterchef e l’altra. Beh, chi lo afferma allora non è mai stato al Fuoco Sacro, il ristorante del Petra Segreta, resort d’incanto, nascosto in un labirinto di stradine campestri a San Pantaleo, a pochi chilometri da Olbia. Non starò qui a dilungarmi sulla perfezione della cucina proposta dallo chef Alessandro Menditto, che, con la collaborazione di Enrico Bartolini, porta avanti un’idea gastronomica semplicemente perfetta e riconoscibile. E neppure sull’atmosfera che potreste vivere sedendovi in una sala affacciata direttamente sull’infinito. Forse, sono elementi che possiamo dare quasi per scontati. Ma la sala, quella sala, così pazzescamente e meravigliosamente giovane, è qualcosa che rimarrà nel vostro cuore. Ognuno di loro si muove come se danzasse una coreografia studiata per ore e ore, giorno dopo giorno. Nessuna sbavatura, forse qualche leggera emozione negli occhi dovuta alla giovane età, che rende ancora più bello assistere allo spettacolo del servizio. Ecco, Fuoco Sacro è il nome giusto per questo luogo, perché è davvero in grado di incanalare la passione e quel fuoco, che dovrebbe esserci per forza quando si sceglie di fare questo lavoro.
L’agriturismo dove riandrei
In un anno di piatti ne ho visti e provati tanti. Dai ristoranti lussuosi alle semplici di trattorie di famiglia, passando per una lunga lista di quelli che io definisco “ristoranti wannabe”: quei luoghi senza senso, dove si costruiscono eccessi, costruzioni finte e arzigogolate. Ecco, quello che forse mi è rimasto più addosso è un piatto di maltagliati ai ceci. Semplici, cremosi, con un pomodoro arrostito che profumava di orto e rosmarino. Niente effetti speciali, ma un gusto nitido e coerente, in un luogo, l’agriturismo Maccari a Montalcino, dove ogni dettaglio è una dichiarazione d’amore per la terra. La trattoria Pura Crocus è un’estensione della campagna: si mangia su tavoli che affacciano sui filari, si dorme in camere essenziali, si beve una birra allo zafferano fatta in casa. La cuoca, Imma Cordella, non cerca di stupire: cucina come si dovrebbe sempre fare, con rispetto, misura, materia viva. Ed è lì che ho capito che la vera rivoluzione oggi è questa: togliere, non aggiungere. Rimettere al centro quello che vale, senza travestimenti. Far parlare la semplicità, e farlo bene.
La rivoluzione culturale che mi ha dato speranza nel futuro
Questo per me è stato un anno dove il vino ha giocato un ruolo importante. E dove soprattutto ho imparato che non è solo territorio, ma anche coraggio. E che ci sono donne, giovani, preparate, ostinate, che in silenzio stanno cambiando le regole di un mondo ancora, purtroppo, troppo maschile. E non perché sia la realtà fattuale delle cose, ma perché è un mondo che si presenta ancora così. È invece esiste un’Italia fatta di donne giovani che hanno scelto di restare, o tornare in vigna, spesso in contesti familiari dove il vino si faceva da sempre, ma si raccontava con voci maschili. Sbarbatelle è il progetto che più di altri ha saputo restituire dignità e visibilità a queste storie: non solo perché raccoglie più di cento produttrici sotto in quarant’anni, ma perché dà corpo a un’idea diversa di filiera, più orizzontale, consapevole, concreta. Una comunità di donne che costruisce uno spazio nuovo con il lavoro, l’identità, la coerenza. Che sanno che la terra si ascolta prima di essere domata, e che la comunicazione è uno strumento potente, ma deve poggiare sulla sostanza. Il mondo del vino resta, per molti versi, conservatore. Ma è proprio da queste voci che può partire un cambio di passo. E forse, in parte, sta già accadendo. Vigne condotte con cura maniacale, scelte enologiche precise, il vino, per loro, è relazione: con la terra, con il tempo, con chi lo beve. Ed è impossibile non emozionarsi davanti a tanta consapevolezza. A loro, alle Sbarbatelle, devo uno dei momenti più belli di questo 2025: quello in cui ho capito che il futuro del vino italiano ha davvero un volto nuovo.
La Spa che mi ha fatto innamorare
A cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, c’è bisogno di rituali, di rigenerasi per cercare di partire con il piede giusto. Se ancora state cercando un luogo per prendervi qualche giorno lontano dal mondo e da dedicare totalmente a voi stessi, il mio consiglio si chiama Villa Petriolo. Siamo a Cerreto Guidi, a pochi chilometri da Vinci, e qui ho capito che il lusso vero è fatto di pause e di silenzi. Di quella luce liquida che scivola sulle colline della Toscana e ti entra dentro mentre sei lì, in sospensione tra acqua calda e ulivi, nella Spa panoramica che si affaccia sul paesaggio. Mi aspettavo un wine resort elegante (e lo è, in ogni dettaglio), ma non immaginavo di trovarci un’idea così intima di benessere. Tutto profuma di equilibrio: la cucina, curata e radicata nel territorio, i vini, la cura per l’ambiente, perfino l’architettura, che tiene insieme passato e futuro. Ma è stato quel momento lì, immersa nell’acqua, con gli occhi pieni di verde e il corpo finalmente calmo, a restarmi addosso. Un modo diverso di raccontare l’accoglienza, più sottovoce, più profondo, potremmo dire.
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