Il caso Fazolo, e la sottile differenza tra libertà di parola e legittimazione istituzionale

Partendo da un articolo pubblicato sul Riformista a firma Matteo Hallissey, presidente di +Europa e Radicali Italiani, si è scoperto che Alberto Fazolo, ex combattente filorusso in Donbas, è stato invitato dal Movimento 5 Stelle a parlare di violazione di diritto internazionale alla Camera dei Deputati. Il 15 gennaio è stato infatti ospitato alla Sala Stampa della Camera un evento dal titolo “L’ultimo sfregio al diritto internazionale: l’aggressione Usa al Venezuela”, promosso dalla deputata Cinquestelle Stefania Ascari. Fazolo ha avuto il compito di moderare la conferenza, nella quale, come suggerisce il titolo, si è criticata in maniera accesa e feroce la violazione del diritto internazionale.
Ciò sembra essere però difficilmente compatibile con posizioni e comportamento di un ex volontario italiano combattente di una milizia filorussa e putiniana, che ha fatto parte del battaglione Prizrak (“Fantasma”), tesserino numero 2156 delle Forze Armate della Nuova Russia e riconosciuto nei circoli filorussi con il soprannome Nemo. Arruolarsi in una formazione armata straniera è illegale nel nostro Paese: nella speranza che l’onorevole Ascari chiarisca al più presto la situazione, l’episodio suggerisce più riflessioni.
Dall’indagine conoscitiva del 2022 del Copasir “sulle forme di disinformazione e di ingerenza straniere, anche con riferimento alle minacce ibride e di natura cibernetica”, che tanto rumore aveva fatto in Italia (con riguardo in particolare alla levata di scudi verso le “liste di proscrizione” dei putiniani d’Italia), gli eventi pubblici che hanno fornito spazi ai propagandisti del Cremlino si sono moltiplicati – in aperto contrasto, tra l’altro, con il Regolamento europeo (sempre del 2022) finalizzato a contrastare e restringere l’influenza distorta della macchina di guerra ibrida russa.
L’articolazione della guerra disinformativa fa sì che la capillarità della controinformazione si attivi e potenzi nelle contingenze più rilevanti, manipolando le percezioni per fissare una realtà presunta in momenti decisivi, capace di generare convinzioni date e precise critiche diffuse a livello di scelte internazionali e posizionamenti interni.
Il tema straborda, come nel caso di Fazolo, nel momento in cui determinati esponenti vengono addirittura invitati in spazi istituzionali. La questione è tra le più rilevanti perché in aperto conflitto con il principio della libertà di parola, che in verità, da ultimo, tutela.
Non si nega, infatti, ai Fazolo di propagare personalmente le proprie, per quanto distorte, teorie (nemmeno nei media e in canali privati, che rispondono alla propria coscienza e missione di professionalità riguardo al campo da offrire), ma questa stessa libertà non può determinare il diritto di ricevere uno spazio istituzionale, appunto, che implica un riconoscimento e una dignità unica, nella sua sacralità. Il discrimine, quando le argomentazioni sono palesemente maneggiate e capaci di arrecare danni pubblici, sta molto qui, nel mezzo a disposizione, in grado di raggiungere scale più ampie, investito di una ammissione identificativa. A corollario, diventa sempre più incomprensibile come certe forze politiche dello spettro italiano continuino a ricostruire la storia internazionale recente secondo lenti di manifesta copertura ideologica, che niente hanno a che vedere con un esercizio – pure dovuto, da parte dei partiti – di corretta disamina sui fatti. Non riescono nemmeno a cogliere, nella loro visione delle relazioni internazionali, limiti e incongruenze di posizioni e letture avanzate nell’ambito dell’interpretazione di politica estera, finendo per avallare dottrinali proselitismi preconfezionati.
Sul piano strettamente politico, poi, mai criticando abbastanza determinati invasori, ai quali viene riservato un trattamento non solo decisamente discutibile, ma soprattutto del tutto differente rispetto a situazioni assolutamente comparabili, se non specularmente simmetriche o addirittura peggiori. Magari pure discutendo retoricamente di resistenza, non guardando mai però all’imperialista che si ha a fianco.
Il Paese merita di più, una politica più seria e più responsabile, soprattutto sui temi degli Esteri e delle alleanze. Ne va della nostra sicurezza, intellettuale e cognitiva e dunque spaziale e fisica, connessa al filo inevitabile della corretta informazione su fatti e ricostruzioni, in modo particolare dentro e tramite le istituzioni, la cui difesa dipende in primo luogo da quelle persone e quelle forze che le compongono e dovrebbero animare.
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