Il vino smette di stare “in piedi”

Ci sono oggetti che raccontano un’epoca meglio di mille convegni, panel, slide con grafici incomprensibili e buffet di tramezzini tristi. La bottiglia di vetro, per esempio. Per decenni ha incarnato l’idea stessa di vino: peso, verticalità, gesto rituale, tappo che salta, etichetta che si mostra. Una piccola liturgia domestica che separava il quotidiano dall’eccezione. Oggi però quella bottiglia – almeno in Europa – comincia lentamente a perdere centralità. Non perché il vino stia scomparendo, ma perché sta cambiando il modo in cui lo beviamo, lo frequentiamo, lo facciamo entrare nelle nostre vite.
Nel frattempo, mentre noi del vino continuiamo a discutere di cru, parcelle, lieviti indigeni e lunghezze di macerazione, nelle cucine reali delle persone succede qualcosa di molto più semplice: sempre più spesso al posto della bottiglia compare una scatola con un rubinetto.
Il bag in box, per chi non lo frequenta, è esattamente questo: una sacca alimentare piena di vino, inserita in una scatola di cartone, con una valvola che permette di spillare il vino senza far entrare aria. Tradotto: il vino resta fresco per settimane dopo l’apertura, non servono cavatappi, non c’è vetro da smaltire ogni due giorni, pesa meno, si trasporta meglio, costa meno da spedire e – dettaglio non banale – ha un impatto ambientale decisamente inferiore rispetto alla bottiglia tradizionale.
Per anni lo abbiamo guardato con l’aria con cui si osserva una zia imbarazzante ai pranzi di famiglia: si sa che esiste, ma si preferisce non parlarne troppo. Era il vino “da cucina”, da campeggio, da consumo disinvolto, spesso associato a qualità modeste. Solo che, nel frattempo, il mondo è cambiato. E anche il vino.
I dati lo raccontano senza troppi giri di parole: il consumo di vino in Europa scende lentamente ma costantemente. Meno litri, meno frequenza, meno automatismi. Non è una crisi fragorosa, è una specie di lenta marea che si ritira. Si beve meno, si beve in modo più intermittente, si scelgono occasioni diverse. Il vino non è più la colonna sonora permanente della tavola, ma una presenza più selettiva, talvolta più fragile.
In questo scenario, il bag in box non fa rumore, non cerca glamour, non apre locali instagrammabili. Avanza piano, ma avanza. Spinto da motivazioni molto concrete: sostenibilità, praticità, riduzione degli sprechi, semplicità d’uso. Ma sotto questa superficie tecnica si muove qualcosa di più interessante: una trasformazione dell’immaginario.
Sempre più spesso il bag in box intercetta un consumo consapevole, domestico, quotidiano ma non banale. È il vino della cena improvvisata, del bicchiere dopo il lavoro, della tavola lunga con gli amici, del «ne bevo un po’ e basta». Non pretende celebrazione, non chiede attenzione rituale. È un vino che accetta di stare nella vita reale, non sul piedistallo. Ed è qui che la questione smette di essere tecnica e diventa culturale.
Forse non sta cambiando solo il contenitore. Sta cambiando l’idea stessa di qualità. Per decenni abbiamo educato il consumatore a riconoscere valore attraverso la rarità, la verticalità, la complessità, il prezzo, la sacralità del gesto. Oggi una parte crescente delle persone cerca altro: bevibilità, coerenza, leggerezza, sostenibilità, accessibilità. Non meno contenuto. Meno sovrastruttura.
In molti mercati europei il bag in box cresce proprio mentre la bottiglia arretra. Non perché il pubblico voglia semplicemente spendere meno, ma perché vuole bere diversamente. Vuole poter aprire un bicchiere senza aprire una cerimonia. Vuole continuità più che eccezione. Vuole libertà di gesto.
C’è un parallelo piuttosto evidente con quello che succede nella ristorazione contemporanea: meno formalismi, più fluidità, meno liturgie, più esperienza reale. Piatti vegetali, fermentazioni, cucine istintive, servizio informale ma curato. Il vino, se vuole restare dentro questo mondo vivo, deve accettare di cambiare postura. E il bag in box, nel suo essere orizzontale, discreto, funzionale, racconta molto bene questo passaggio.
Naturalmente non tutto il vino può – o deve – stare in una scatola. La bottiglia conserva un valore simbolico, estetico, narrativo che resta insostituibile. Nessuno sogna di stappare un grande Barolo da una valvola in plastica (almeno per ora). Ma forse dovremmo smettere di pensare che esista un solo contenitore legittimo per la qualità. Perché la qualità non è un oggetto. È una relazione.
E se oggi una parte crescente delle persone costruisce la propria relazione con il vino in modo più semplice, più domestico, più sostenibile, allora il bag in box non è una regressione. È un adattamento intelligente.
In un momento storico in cui il vino rischia talvolta di parlarsi addosso, di diventare un linguaggio un po’ autoreferenziale e un po’ fragile, forse il vero gesto contemporaneo di qualità è riportarlo dentro la quotidianità senza impoverirlo. Accettare che il valore non stia più solo nell’eccezione, ma nella coerenza con la vita reale delle persone.
Forse il vino non deve più “stare in piedi” su un piedistallo. Forse deve tornare a sedersi a tavola. E ogni tanto, senza sentirsi in colpa, può anche permettersi di stare in una scatola.
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