Il Wrapped 2025 del lavoro

Dicembre 29, 2025 - 21:26
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Il Wrapped 2025 del lavoro

Anche stavolta in Italia chiudiamo l’anno con la discussione sul lavoro ferma ai bonus, agli sconti fiscali, ai centimetri di cuneo fiscale rosicchiati per aumentare i salari, ai contratti rinnovati ma riferiti all’anno che si chiudeva un anno fa. Con le solite crisi industriali irrisolte, altre nuove che si aggiungono alla lista, e i soliti salari bassi fermi dove li avevamo lasciati.

Il disegno di legge di bilancio per il 2026, in un Paese con il tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa, non spicca in creatività. Le poche misure sul lavoro previste sono più o meno le stesse che si potevano trovare nelle leggi di bilancio di dieci anni fa.

Breve recap. Ci sono incentivi all’assunzione per l’occupazione giovanile, femminile e nel Sud sotto forma di esonero parziale dai contributi previdenziali a carico dei lavoratori. Ci sono gli interventi sulle tasse in busta paga: la seconda aliquota Irpef scende dal 35 al 33 per cento, gli aumenti contrattuali sono tassati al 5 per cento, i premi di risultato e il lavoro notturno e festivo sono sottoposti a tassazione agevolata. Il bonus per lavoratrici sale da 40 a 60 euro al mese, ma devi avere almeno due figli e un reddito non superiore a 40mila euro. Il congedo parentale si può prendere fino a 14 anni di età del figlio, ma non cambia la durata.

Nell’anno che si chiude, la ministra del Lavoro Marina Calderone si è vista poco o pochissimo. Giusto il tempo per partecipare ai convegni dei colleghi consulenti del lavoro, annunciare qualche app, piattaforma o decreto d’emergenza sulla sicurezza dopo l’ennesima morte sul lavoro. Ora abbiamo Siisl, AppLi, una piattaforma per l’autoimpiego giovanile e pure un Osservatorio sull’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro.

sindacati litigano ancora tra loro se scioperare o no. Quest’anno la Cgil ha promosso, e fallito, il referendum per abolire parti del Jobs Act e ripristinare l’articolo 18. La Cisl ha ottenuto la legge sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese (ma nessuno se n’è accorto) e l’ex segretario Luigi Sbarra è entrato pure nel governo. La Uil di Bombardieri fino a un certo punto ha seguito la Cgil, poi ha preso le distanze.

Intanto sembrerebbe partito un nuovo tavolo tra sindacati e Confindustria per lavorare sulla rappresentanza e bloccare la proliferazione dei cosiddetti contratti pirata. Proprio nell’anno in cui il correttivo al codice degli appalti ha scardinato il sistema di conteggio della rappresentatività previsto nel Testo unico, finendo guarda caso per favorire il nuovo discusso “contratto multi-manufatturiero”, tenuto a battesimo da Calderone, definito “pirata” dai sindacati e criticato persino da Brunetta.

Quanto ai salari, le due tifoserie “salario minimo versus contrattazione collettiva” sono rimaste immobili. Affossata la legge sul salario minimo delle opposizioni, non si è però riformata la contrattazione come il governo prometteva. Con effetti paradossali, per cui nel collegato lavoro del governo c’è una norma che prevede che se la contrattazione collettiva non funziona o è in ritardo l’autorità statale provveda a fissare uno standard retributivo minimo. Insomma una legge del governo che dà la ragione alle opposizioni. Che però non se ne sono accorte e hanno votato contro.

Nel frattempo, si sono rinnovati parecchi contratti, ma certo non abbiamo recuperato tutta l’inflazione accumulata. Il fiscal drag ha contribuito ad annullare gli aumenti e il potere d’acquisto è sceso.

Ma il 2025 è stato finalmente l’anno in cui la questione salariale italiana si è imposta nel dibattito pubblico. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto più volte sul tema. Si è parlato anche di salari minimi locali adeguati al costo della vita, da Milano a Bologna. Ed è intervenuta più volte la magistratura a fare ordine.

Sul fronte politico e sindacale, però, nulla si è mosso. E anche quest’anno in Italia non si è tenuto uno sciopero sui salari bassi. Eppure le retribuzioni contrattuali in termini reali sono ancora inferiori dell’8,8 per cento rispetto a gennaio 2021. E dalla metà del 2025 i salari offerti nelle nuove posizioni di lavoro hanno pure smesso di crescere rispetto al 2024.

D’altronde le debolezze italiane dietro i bassi salari restano tutte lì a guardarci. Con la produttività del lavoro che continua a calare, ma nessuno se ne occupa. Per aumentare la produttività, servirebbero investimenti in innovazione, ricerca, formazione, nuove competenze e una pubblica amministrazione all’altezza. Ma neanche l’enorme mole di soldi del Pnrr è riuscita a farci fare il salto di qualità.

Eppure quest’anno l’occupazione è aumentata e abbiamo toccato altri record – nonostante restiamo nella parte bassa della classifica, se non agli ultimi posti. Ma si tratta soprattutto di nuovi occupati over 50 che restano al lavoro più a lungo anche per effetto dell’aumento dell’età pensionabile. E il paradosso è che Meloni, alla fine, se c’è una persona che quest’anno deve ringraziare è Elsa Fornero, firmataria della nota riforma delle pensioni. Nessuno dica a Salvini che se la legge fosse stata cancellata, come da lui promesso, il governo di centrodestra non potrebbe contare su risultati così positivi sul lavoro.

Ma il paradosso, per giunta, è questi record occupazionali sbandierati sui social dai politici possono pure finire per alimentare il cortocircuito dei salari fermi. Visto che il costo del lavoro è relativamente più conveniente, molte imprese quest’anno hanno preferito assumere invece di investire in macchinari, innovazione e digitalizzazione. Così la produttività continua a scendere e i salari non crescono.

Ora, non servirà l’oroscopo per prevedere che parleremo di bassi salari pure nel 2026. Anche perché il Pnrr finirà e pure la crescita del Paese sarà messa a dura prova. Nessuno si sta occupando di cosa accadrà nell’era post Pnrr. Ma le elezioni politiche del 2027 sono alle porte e il 2026 sarà certamente l’anno delle grandi promesse.

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