La strana visione food di Meloni

Gen 1, 2026 - 06:30
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La strana visione food di Meloni

Questo è un articolo de Linkiesta Magazine 03/25 – Senza alternativa. Si può acquistare qui.

Sovranità alimentare è un’espressione che da slogan politico è diventata titolo ministeriale, suggellando la scelta del governo Meloni di presidiare il cibo come se fosse un confine. Lo testimoniano alcuni provvedimenti bandiera che parlano più di protezione che di apertura. La tutela delle filiere rischia di trasformarsi in un recinto che limita innovazione e competitività.

La sovranità alimentare propugnata dal governo Meloni è stata il primo passo a segnare la strada: da parola d’ordine a intestazione istituzionale, ha trasformato il vecchio Mipaaf in Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Non è solo maquillage: inserire la parola sovranità nel frontespizio sposta l’asse del discorso pubblico, legittima un approccio difensivo e prepara il terreno a norme che presidiano l’identità prima ancora dei mercati. È un atto linguistico e politico insieme: chi decide i nomi decide anche le cornici di significato dentro cui discutiamo, vale in tutti i campi della conoscenza, e il cibo non fa eccezione.

Infatti le politiche di questo governo nel settore enogastronomico sono state il riflesso perfetto di questa prima dichiarazione di intenti. Emblematico il caso della carne sintetica, vietata in Italia con una legge che impedisce produzione, importazione e commercializzazione. Anche in questo caso la scelta delle parole è una dichiarazione di intenti. «Sintetico» evoca artificiale, innaturale, opposto alla tradizione. A livello internazionale si parla, invece, di carne «coltivata» o «cell-based», termini che suggeriscono ricerca e innovazione. La semantica diventa politica, e indirizza la percezione pubblica prima ancora che il dibattito scientifico abbia spazio. Così l’Italia si pone in trincea, blindando il suo modello alimentare e sottraendosi a un confronto aperto con una tecnologia che, piaccia o no, altri Paesi in tutto il mondo stanno già esplorando come possibile risposta alle grandi sfide globali: sostenibilità, sicurezza alimentare, riduzione dell’impatto ambientale.

Lo stesso vale per il disegno di legge contro l’Italian sounding. È sacrosanto combattere chi finge italianità per trarne profitto, ma il rischio è di ridurre la partita a una guerra meramente simbolica più che a un progetto concreto di educazione dei consumatori e di presidio dei mercati internazionali. Difendere il marchio Italia è pretestuoso, anche perché dovremmo inquadrare da chi e da che cosa lo stiamo difendendo. Tutelare sarebbe la parola giusta da usare, ma ricordando sempre che questo non deve diventare l’unico obiettivo di un governo. E non dovrebbe andare a scapito di una strategia capace di sostenere l’evoluzione del settore.

Questa mancanza di strategia e di visione propositiva è dimostrata anche dal caso dei vini dealcolati, che racconta ancora meglio l’ambivalenza del modello. Dopo anni di ritardo rispetto a Francia, Spagna e Germania, anche l’Italia ha finalmente aperto alla produzione di vini a bassa o nulla gradazione. Ma lo ha fatto con una scelta che ha escluso in modo categorico le denominazioni Dop e Igp. Una mossa che da un lato preserva la reputazione di etichette storiche, ma dall’altro impedisce a quelle stesse denominazioni di esplorare le enormi possibilità di mercati in crescita, come quello dei consumatori più attenti alla salute o alla moderazione dei consumi. Così il protezionismo si traduce in conservazione, e la conservazione rischia di trasformarsi in immobilismo.

Nella stessa logica si inseriscono due mosse simboliche. La prima è l’etichettatura obbligatoria per i prodotti a base di insetti, che prevede avvisi ben visibili e scritte di allerta. Una scelta che non informa, ma scoraggia e disincentiva, quasi a trasformare una categoria di alimenti legittimamente autorizzata dall’Unione europea in un tabù da cui tenersi alla larga. La seconda è la candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale Unesco, che il governo ha deciso di sostenere con forza dopo che altri esecutivi avevano esitato. Un’operazione di puro marketing istituzionale che celebra la nostra tavola come simbolo identitario, ma che al tempo stesso rischia di cristallizzarla in un’idea di purezza statica, immobile, più adatta a un museo che a un’idea di futuro dinamico.

Il messaggio politico del governo Meloni è chiaro: il cibo italiano è un patrimonio da difendere. Ma la domanda da farsi è se questa difesa a oltranza, così fortemente conservatrice, non finisca per lasciare il Paese in panchina mentre altrove si gioca la partita del futuro. Perché proteggere significa anche scegliere di non cambiare. E in un mondo che corre, la vera minaccia non sono la carne «sintetica», il vino senza alcol o gli insetti commestibili. La vera minaccia è l’incapacità di innovare senza tradirsi.

Unendo tutti i tasselli, il disegno del governo appare nitido: presidiare il racconto dell’Italia a tavola tanto quanto i suoi prodotti. Il punto è quanto questo racconto, così irrigidito in chiave identitaria, possa costare in termini di apertura, sperimentazione e competitività. Tutelare (non proteggere) non è sbagliato; è sbagliato farlo al prezzo di rinunciare al futuro.

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