L’élite chavista in Spagna, e la proiezione esterna del regime del Venezuela

La presenza dell’élite chavista in Spagna non è il frutto di percorsi individuali scollegati, ma il risultato di una strategia precisa di proiezione esterna del potere venezuelano, costruita nel tempo attraverso incarichi diplomatici, legami familiari diretti e una presenza politica attiva sul territorio. Una figura centrale di questo sistema è Glenna del Valle Cabello Rondón, sorella di Diosdado Cabello, uno degli uomini più potenti del chavismo sin dall’epoca di Hugo Chávez. Diosdado Cabello è stato presidente dell’Assemblea Nazionale, numero due del regime per anni e oggi uno dei principali custodi dell’apparato di sicurezza e repressione venezuelano.
La scelta di affidare alla sorella un incarico diplomatico di rilievo in Spagna non è casuale, ma rientra nella logica di collocare persone di assoluta fiducia familiare e politica in posizioni sensibili all’estero. Glenna Cabello è console generale del Venezuela a Bilbao, ma la sua competenza territoriale si estende ben oltre i Paesi Baschi e include Cantabria, Navarra e La Rioja, tra le regioni economicamente più ricche e stabili della Spagna settentrionale. Questo significa che il consolato da lei guidato copre aree con un alto reddito pro capite, un tessuto imprenditoriale solido e comunità venezuelane inserite in contesti economici dinamici, rendendo la sede di Bilbao una piattaforma strategica e non un semplice ufficio periferico.
Il ruolo di Cabello non si limita all’attività amministrativa tipica di un consolato. Negli ultimi anni ha assunto un profilo pubblico fortemente politico, partecipando e promuovendo manifestazioni a sostegno del governo chavista, intervenendo apertamente contro le sanzioni internazionali e contro gli Stati Uniti, e invitando la comunità venezuelana residente in Spagna a mobilitarsi in difesa di Caracas. In diverse occasioni ha preso la parola in atti pubblici, ha letto documenti ufficiali delle istituzioni venezuelane e ha utilizzato il proprio ruolo diplomatico per veicolare messaggi politici chiari, trasformando il consolato in un punto di riferimento per l’attività di propaganda e legittimazione internazionale del regime. La sua presenza è stata visibile anche sul piano dei rapporti politici locali, con incontri ufficiali con esponenti di partiti e movimenti spagnoli che hanno espresso solidarietà alla posizione del governo venezuelano contro le presunte ingerenze straniere. Questi contatti hanno contribuito a normalizzare la presenza chavista nel dibattito pubblico locale, suscitando al tempo stesso forti critiche da parte di associazioni di venezuelani in esilio, che accusano il consolato di essere uno strumento politico piuttosto che un’istituzione al servizio dei cittadini.
Accanto alla dimensione diplomatica emerge una rete più discreta, ma altrettanto significativa, composta da familiari diretti dei vertici politici e militari chavisti stabiliti in Spagna senza incarichi ufficiali.
Un caso emblematico è quello di Alex Constantino Padrino Concha, medico attivo nel settore privato, nipote di Vladimir Padrino López, per oltre un decennio ministro della Difesa e considerato uno dei principali garanti della sopravvivenza del sistema chavista grazie al controllo delle forze armate. Pur non svolgendo attività politica, la sua presenza rientra nello stesso schema: i parenti dell’élite chavista conducono una vita stabile e protetta in Europa, lontano dalla crisi economica, sociale e umanitaria che ha colpito il Venezuela.
A questo si aggiunge il capitolo più opaco degli ex funzionari e imprenditori legati al regime, soprattutto nei settori dell’energia, delle infrastrutture e della finanza, che negli anni hanno trasferito in Spagna e in altri Paesi europei capitali accumulati durante il controllo statale su petrolio e appalti pubblici.
Alcuni di questi soggetti sono finiti sotto indagine per riciclaggio e corruzione, altri sono stati arrestati o estradati, segnando un cambiamento rispetto al passato, quando la Spagna era percepita come un rifugio sicuro e difficilmente penetrabile dall’azione giudiziaria internazionale. L’insieme di questi elementi mostra come la presenza chavista in Spagna non sia una diaspora casuale, ma una costruzione deliberata: incarichi consolari affidati a familiari fidati, estensione delle competenze su regioni economicamente forti, attività politica diretta sul territorio e una rete di relazioni personali ed economiche che ha permesso al regime di esportare protezione, stabilità e continuità mentre il Paese d’origine sprofondava nella crisi. In questo senso, la Spagna si configura come una retrovia strategica del potere chavista, uno spazio dove il sistema ha cercato di preservarsi e di mantenere margini di manovra anche di fronte a un crescente isolamento internazionale e a una pressione giudiziaria sempre più evidente.
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