Non aspettiamo più il Capodanno per esaurirci con i buoni propositi

Gen 1, 2026 - 06:30
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Non aspettiamo più il Capodanno per esaurirci con i buoni propositi

Anno nuovo, vita nuova. O forse sarebbe più corretto “giorno nuovo, vita nuova”. Lo racconta l’Atlantic, che spiega come l’ossessione per i buoni propositi legati al nuovo anno sia diventata quasi obsoleta: le buone intenzioni tornano ciclicamente durante l’intero anno, e non si concentrano più solo nell’arco dei primi mesi. 

Oggi avere propositi per l’anno nuovo può sembrare quasi anacronistico, con influencer che promuovono uno stile di vita più sano durante tutto l’anno: in primavera ci sono le corse per il “glow up” – un miglioramento estetico e professionale ispirato da vision board e lunghe liste di obiettivi, spesso irrealizzabili – e lo stesso accade d’estate. Sono accompagnati da altre sfide, più o meno assurde e più o meno drastiche, pensate per allenare la disciplina personale e per diventare “persone migliori”, come la Great Lock-In Challenge, 75-Hard Challenge, Dry January, Veganuary, la Winter Arc Challenge. La lista potrebbe continuare. 

Secondo un report dal Grand View Research – azienda che si occupa di statistiche di mercato – l’industria della crescita personale nel 2020 aveva raggiunto un valore di 38.24 miliardi di dollari. Le proiezioni future prevedono che entro il 2027 raggiungerà i 56.62 miliardi. All’interno di questa industria rientrano diverse categorie, come per esempio i manuali di autoaiuto, i ritiri di benessere, svariate tipologie di corsi online e motivatori personali.  

Molte persone sembrano aver perso interesse per i buoni propositi di Capodanno: la ricerca di miglioramento è costante, e non dipende più dal mese o dalla stagione. Un rapporto della società di analisi dei social media Brandwatch ha infatti rilevato che intorno al primo gennaio 2025, le menzioni dei buoni propositi sono diminuite del cinquanta per cento rispetto all’anno precedente. Il 49 per cento degli adulti di età compresa tra 18 e 29 si è prefissato almeno un proposito. Tra le persone di età compresa tra i 30 e 49 anni, invece, solo il 31 per cento si è fissato un obiettivo, mentre solo il 21 per cento degli over 50 si è impegnato a rispettarlo.

Il Capodanno non è sempre stato associato al raggiungimento di obiettivi personali. Anche in tempi più recenti, negli Stati Uniti, molti buoni propositi erano volti a imparare a vivere bene con gli altri. Secondo un sondaggio Gallup riportato nell’articolo dell’Atlantic dimostra come il proposito più diffuso nel 1947 riguardasse il «migliorare il carattere, essere più comprensivo, controllare il temperamento». L’anno scorso, invece, gli obiettivi personali riguardavano perlopiù l’esercizio fisico, la salute e la dieta.

Scollegare la gli obiettivi dall’inizio del calendario è una scelta ragionevole. «L’errore più grande che facciamo il 31 dicembre è pensare: cambia l’anno, cambio anche io, come se fosse un meccanismo automatico o semplice», ha spiegato a Fanpage lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Merigo. Per certi versi, infatti, il primo gennaio è il momento peggiore per porsi dei nuovi obiettivi: si può decidere di ricominciare in qualsiasi momento. Condividere dei propositi con altre persone può essere più efficace che farlo da soli. Tim Kurz, professore di psicologia all’Università dell’Australia Occidentale, ha spiegato che le abitudini sono schemi inconsci difficili da cambiare, e che vedere qualcuno nel nostro ambiente adottare un certo comportamento può spingerci a fare lo stesso.

Nel lungo periodo, i propositi che coinvolgono anche altre persone tendono a durare di più. Alcuni studi mostrano come la sola forza di volontà resista solo per un tempo limitato, messa a dura prova soprattutto nei periodi di stress. Il fallimento di un proposito è infatti dettato anche dalla tendenza umana di porsi troppo obiettivi, troppo astratti, e quindi più faticosi da raggiungere. Questo può spiegare perché un obiettivo più individuale abbia più probabilità di non essere portato a termine. 

Lo psicologo e divulgatore Luca Mazzucchelli spiega che la possibilità di fallire derivi anche dal fatto che nel porci degli obiettivi spesso non consideriamo i nostri valori, e cioè quegli elementi profondamente fondanti su cui costruiamo la nostra esistenza: tendiamo a porci degli obiettivi che però non rispecchiano i nostri desideri. I propositi condivisi, inoltre, possono essere utili perché riducono ciò che gli psicologi sociali chiamano do-gooder derogation, la deroga del benefattore, un fenomeno psicologico secondo cui le persone tendono a trovare fastidiosi coloro che adottano comportamenti più virtuosi dei loro.

E in questo senso, gli obiettivi condivisi possono ricordare quanto gli esseri umani siano profondamente connessi tra loro. La botanica e scrittrice potawatomi Robin Wall Kimmerer propone di spostare l’idea di crescità personale a una più ampia crescita collettiva, definendola “interesse personale espanso” e argomentando come il benessere personale dipenda anche dal benessere della propria famiglia, della propria terra, della propria comunità. Aiutare sé stessi potrebbe voler dire, innanzitutto, concentrarsi sul benessere di tutti. 

La giornalista Hannah Ewens in un articolo pubblicato sul Guardian, racconta proprio come questa rincorsa verso la crescita personale l’abbia portata all’esaurimento. Dopo aver partecipato a corsi di filosofia, gruppi di autoaiuto, manuali di respirazione, dopo aver provato con il sollevamento pesi o con metodi alternativi come la lettura dei tarocchi o terapie della luce, l’unica cosa ad aver ottenuto è stata un esaurimento. «Mi sono resa conto che stavo esagerando. Sapevo troppo. Avevo troppa consapevolezza. Stavo abbandonando il mio ego (bene?), ma ero più disconnessa che mai da ciò che volevo». Scrive che in un tardo pomeriggio, l’unica energia rimastagli, era quella di rilassarsi sul divano e scrollare i profili social dedicati al benessere. «Sapevo che avrei dovuto meditare, scrivere un diario o leggere, ma mi sentivo esausta. I segnali del mio corpo – arti pesanti, mente in subbuglio – mi dicevano che ero a un punto di saturazione. Perché meritavo un dottorato di ricerca sul nervo vago eppure, per certi versi, mi sentivo peggio di prima di iniziare tutto questo?».

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