Londra e il riconoscimento facciale in tempo reale
Negli ultimi anni Londra è diventata uno dei principali laboratori europei per l’uso di tecnologie di sorveglianza avanzata nello spazio pubblico. Tra queste, il Live Facial Recognition, ovvero il riconoscimento facciale in tempo reale, occupa una posizione centrale nel dibattito politico, giuridico e civile. Nato come strumento sperimentale per supportare le forze dell’ordine nella ricerca di persone ricercate, questo sistema è oggi al centro di una controversia che coinvolge tribunali, associazioni per i diritti civili e il governo britannico. Il ricorso presentato davanti all’Alta Corte mette in discussione non solo le modalità di utilizzo del riconoscimento facciale, ma anche il suo impatto sul concetto stesso di spazio pubblico in una metropoli complessa come Londra. La questione non riguarda esclusivamente la sicurezza, ma tocca temi fondamentali come la privacy, la proporzionalità dell’azione statale e il rapporto tra tecnologia e libertà individuali.
Cos’è il Live Facial Recognition e come funziona
Il Live Facial Recognition è una tecnologia basata su algoritmi di intelligenza artificiale in grado di analizzare i volti delle persone che transitano in uno spazio pubblico e confrontarli, in tempo reale, con immagini contenute in una banca dati della polizia. A differenza dei sistemi tradizionali di videosorveglianza, che registrano immagini da consultare successivamente, il riconoscimento facciale live opera istantaneamente, trasformando il volto umano in un insieme di dati biometrici codificati. Questi dati vengono poi confrontati con una watchlist composta da soggetti ricercati o considerati di interesse operativo.
Nel contesto londinese, il sistema è stato utilizzato principalmente dalla Metropolitan Police Service, inizialmente tramite furgoni mobili dotati di telecamere e successivamente attraverso l’installazione di dispositivi fissi su edifici e infrastrutture urbane. Il funzionamento dichiarato prevede che, nel caso in cui non vi sia alcuna corrispondenza con la watchlist, i dati biometrici vengano cancellati quasi immediatamente. Tuttavia, il semplice atto di acquisire e processare il volto di una persona, anche per pochi istanti, solleva interrogativi giuridici rilevanti, poiché il volto è considerato un identificatore univoco, al pari delle impronte digitali o del DNA.
Secondo i dati emersi nel procedimento giudiziario, nel solo 2025 il sistema è stato utilizzato centinaia di volte, con milioni di volti scansionati in aree ad alta densità come Oxford Circus e altre zone centrali della città. Questo passaggio da uso occasionale a impiego sistematico ha segnato una svolta significativa, trasformando il riconoscimento facciale da strumento sperimentale a componente strutturale delle strategie di sicurezza urbana. È proprio questa evoluzione che ha portato alcuni osservatori a parlare di un rischio concreto di normalizzazione della sorveglianza biometrica, in cui il controllo diventa parte invisibile ma costante della vita quotidiana.
Il dibattito non si concentra soltanto sull’efficacia tecnologica del sistema, ma anche sulla sua affidabilità. Studi indipendenti e casi documentati hanno mostrato come il riconoscimento facciale possa produrre falsi positivi, ovvero identificazioni errate, con conseguenze potenzialmente gravi per le persone coinvolte. In un contesto urbano eterogeneo come Londra, caratterizzato da un’elevata diversità etnica e sociale, questi margini di errore assumono un peso ancora maggiore, alimentando il timore che la tecnologia possa amplificare discriminazioni preesistenti invece di ridurle.
L’escalation dell’uso a Londra e il caso davanti all’Alta Corte
L’uso del riconoscimento facciale in tempo reale a Londra ha conosciuto una vera e propria accelerazione a partire dal 2023, quando la Metropolitan Police Service ha iniziato a impiegare il sistema con maggiore frequenza e in aree sempre più centrali della città. Quella che inizialmente veniva presentata come una tecnologia di supporto per eventi eccezionali o situazioni ad alto rischio è progressivamente diventata una prassi operativa, estesa a contesti ordinari come zone commerciali, stazioni e strade ad alta affluenza. Questo cambiamento ha attirato l’attenzione di organizzazioni per i diritti civili, che hanno iniziato a raccogliere dati e testimonianze sull’impatto reale del sistema.
Il punto di svolta è arrivato con il ricorso presentato davanti alla High Court of Justice, in cui si chiede esplicitamente di stabilire limiti chiari e giuridicamente vincolanti all’uso del riconoscimento facciale live da parte della polizia. Secondo i ricorrenti, il problema non è soltanto tecnologico, ma strutturale: l’assenza di un quadro normativo specifico consentirebbe alle forze dell’ordine di ampliare l’uso del sistema senza un controllo democratico adeguato. In altre parole, la tecnologia starebbe correndo più velocemente del diritto.
Durante l’udienza, è emerso come l’attuale base giuridica dell’uso del riconoscimento facciale si fondi principalmente su linee guida interne della polizia e su interpretazioni generali della normativa sulla protezione dei dati. Questo approccio è stato definito “insufficiente” dai legali che rappresentano le associazioni civili, poiché non garantirebbe criteri chiari su quando, dove e perché la tecnologia possa essere utilizzata. In particolare, è stata messa in discussione la discrezionalità con cui vengono compilate le watchlist, che possono includere non solo persone ricercate per reati gravi, ma anche individui semplicemente “di interesse” per precedenti contatti con la polizia.
Un ruolo centrale nel ricorso è stato svolto dall’organizzazione Liberty, che da anni monitora l’impatto delle tecnologie di sorveglianza nel Regno Unito. Secondo Liberty, il riconoscimento facciale live rappresenta una forma di controllo preventivo che altera il rapporto tra cittadino e Stato, introducendo una logica di sospetto generalizzato. Il fatto che milioni di persone possano essere scansionate senza alcun motivo individuale specifico viene descritto come una violazione del principio di proporzionalità, cardine del diritto britannico ed europeo.
Nel corso del procedimento, i giudici hanno espresso preoccupazione per la mancanza di salvaguardie esplicite, sottolineando come l’uso di dati biometrici richieda un livello di tutela superiore rispetto ad altre forme di raccolta dati. Sebbene l’Alta Corte non abbia ancora emesso una decisione definitiva, le domande poste durante l’udienza hanno lasciato intendere che l’attuale modello operativo potrebbe non essere sostenibile nel lungo periodo. In particolare, è stata sollevata la questione se sia accettabile, in uno Stato di diritto, che una tecnologia così invasiva venga regolata principalmente attraverso policy interne invece che tramite una legge approvata dal Parlamento.
Privacy, diritti civili e il confine della sorveglianza di massa
Il nodo centrale del dibattito sul riconoscimento facciale live riguarda il concetto stesso di spazio pubblico e il modo in cui questo viene ridefinito dall’uso sistematico di tecnologie biometriche. A differenza delle telecamere tradizionali, che registrano immagini da analizzare eventualmente in un secondo momento, il riconoscimento facciale in tempo reale trasforma ogni passante in un soggetto potenzialmente identificabile, confrontando il volto con database costruiti e aggiornati dalla polizia. È proprio questa automazione dell’identificazione a sollevare le maggiori perplessità giuridiche ed etiche.
Secondo diversi esperti di diritto e protezione dei dati, il problema non risiede solo nella possibilità di errori tecnici, ma nel cambio di paradigma che la tecnologia introduce. Camminare per strada senza essere identificati è sempre stato considerato un presupposto implicito della libertà personale nelle democrazie occidentali. Con il riconoscimento facciale live, questa condizione viene meno, poiché l’anonimato nello spazio pubblico non è più garantito ma dipende dalla scelta discrezionale delle autorità. Anche quando non si viene fermati o segnalati, il semplice fatto di essere scansionati costituisce una forma di trattamento dei dati biometrici.
Un aspetto particolarmente discusso riguarda il rispetto del Data Protection Act 2018 e del quadro normativo derivato dal GDPR, che impone limiti stringenti all’uso dei dati sensibili, tra cui quelli biometrici. Le organizzazioni per i diritti civili sostengono che l’uso del riconoscimento facciale live violi il principio di minimizzazione dei dati, poiché coinvolge indiscriminatamente migliaia di persone non sospettate di alcun reato. Questo punto è stato più volte ribadito anche dall’Information Commissioner’s Office, che in passato ha chiesto maggiore trasparenza e controlli indipendenti sull’impiego di queste tecnologie da parte delle forze dell’ordine. In un suo intervento ufficiale, l’ICO ha sottolineato che la legalità dell’uso del riconoscimento facciale dipende non solo dalla finalità dichiarata, ma anche dalla proporzionalità e dalla necessità effettiva dell’intervento, elementi che devono essere dimostrabili caso per caso (Information Commissioner’s Office).
Il rischio di una sorveglianza di massa normalizzata è un altro tema ricorrente. Diversi studi accademici evidenziano come la presenza costante di sistemi di identificazione automatica possa avere un effetto dissuasivo sul comportamento dei cittadini, limitando di fatto la libertà di movimento e di espressione. Partecipare a una manifestazione, frequentare determinate aree o semplicemente incontrarsi in luoghi pubblici potrebbe essere percepito come più rischioso, soprattutto per minoranze etniche o gruppi già soggetti a controlli sproporzionati. Le statistiche sugli errori di identificazione, che colpiscono in misura maggiore persone con la pelle scura o donne, rafforzano queste preoccupazioni.
Nel dibattito londinese, il riconoscimento facciale live viene spesso paragonato a una sperimentazione sociale su larga scala, avviata senza un consenso pubblico esplicito. A differenza di altre misure di sicurezza, come i controlli ai varchi o la presenza fisica degli agenti, questa tecnologia opera in modo invisibile e continuo, rendendo difficile per i cittadini comprendere quando e come vengono monitorati. La mancanza di segnaletica chiara e di informazioni accessibili sul funzionamento del sistema è stata più volte criticata, anche perché impedisce un esercizio consapevole dei propri diritti.
Confronto internazionale e modelli di regolamentazione
Il caso britannico non è isolato e si inserisce in un contesto internazionale in cui governi e tribunali stanno cercando di definire limiti chiari all’uso del riconoscimento facciale in tempo reale. Proprio il confronto con altri Paesi evidenzia come Londra e il Regno Unito si trovino in una posizione relativamente avanzata nell’adozione operativa di queste tecnologie, ma ancora incerta sul piano normativo. In molte giurisdizioni, infatti, la scelta è stata quella di fermarsi o di procedere con maggiore cautela.
Nell’Unione europea, il dibattito è stato incardinato attorno all’European Union Artificial Intelligence Act, il primo tentativo di regolamentazione organica dell’intelligenza artificiale. Il testo, nella sua versione più recente, tende a vietare o limitare fortemente l’uso del riconoscimento facciale biometrico in tempo reale negli spazi pubblici, consentendolo solo in circostanze eccezionali, come la ricerca di persone scomparse o la prevenzione di minacce terroristiche imminenti. Anche in questi casi, l’uso è subordinato ad autorizzazioni giudiziarie preventive e a controlli stringenti sulla durata e sull’estensione geografica delle operazioni. Questo approccio riflette una visione più restrittiva, fondata sull’idea che la tutela dei diritti fondamentali debba prevalere sui benefici potenziali in termini di sicurezza (Commissione europea – AI Act).
Negli Stati Uniti, il quadro è ancora più frammentato. In assenza di una legge federale unitaria, sono stati singoli Stati e città a intervenire. Metropoli come San Francisco, Boston e Portland hanno imposto divieti espliciti all’uso del riconoscimento facciale da parte delle autorità locali, citando il rischio di discriminazioni e violazioni della privacy. Al contrario, altre città e agenzie federali continuano a sperimentare queste tecnologie, soprattutto in ambito aeroportuale e di controllo delle frontiere. Il risultato è un mosaico normativo che rende evidente come il consenso politico e sociale sull’argomento sia tutt’altro che raggiunto.
Anche in Asia il panorama è estremamente eterogeneo. In Paesi come il Giappone e la Corea del Sud, il riconoscimento facciale è utilizzato prevalentemente in contesti commerciali e di sicurezza privata, con un forte accento sulla consensualità dell’utente. In altri contesti, come la Cina, l’impiego estensivo di sistemi biometrici nello spazio pubblico rappresenta invece un pilastro delle politiche di controllo sociale, dimostrando come la stessa tecnologia possa assumere significati e funzioni radicalmente diversi a seconda del sistema politico e giuridico in cui viene inserita.
Il confronto internazionale rafforza una delle tesi centrali emerse davanti all’Alta Corte britannica: non è la tecnologia in sé a essere incompatibile con lo Stato di diritto, ma l’assenza di regole precise. Dove esistono limiti chiari, controlli indipendenti e un coinvolgimento trasparente delle autorità giudiziarie, il rischio di abusi si riduce. Al contrario, in contesti in cui l’uso è lasciato a linee guida interne o a decisioni operative poco verificabili, cresce la possibilità che il riconoscimento facciale diventi uno strumento di sorveglianza generalizzata.
Scenari futuri nel Regno Unito dopo il giudizio dell’Alta Corte
L’esito del procedimento davanti all’Alta Corte rappresenta un passaggio cruciale per il futuro del riconoscimento facciale in tempo reale nel Regno Unito. Qualunque sia la decisione finale, il caso ha già prodotto un effetto rilevante: ha portato il tema fuori dagli ambienti tecnici e lo ha collocato al centro del dibattito pubblico. Se i giudici dovessero stabilire che l’attuale utilizzo del Live Facial Recognition necessita di limiti più stringenti, il governo sarebbe chiamato a intervenire con una legislazione primaria, ponendo fine alla fase di sperimentazione regolata da linee guida interne e prassi operative.
Uno degli scenari più probabili è l’introduzione di un quadro normativo che definisca con precisione ambiti, durata e finalità dell’uso del riconoscimento facciale. Questo potrebbe includere l’obbligo di autorizzazione preventiva da parte di un giudice, limiti geografici circoscritti e criteri più rigorosi per la composizione delle watchlist. In tal caso, Londra continuerebbe a utilizzare la tecnologia, ma all’interno di un perimetro più chiaro e controllabile, riducendo il rischio di derive arbitrarie. Un simile modello avvicinerebbe il Regno Unito agli standard più restrittivi adottati in altri ordinamenti democratici, senza rinunciare del tutto agli strumenti tecnologici.
Un secondo scenario, meno probabile ma comunque possibile, è una forte riduzione o sospensione dell’uso del riconoscimento facciale live in attesa di una legge specifica. Questa opzione sarebbe coerente con una lettura particolarmente severa dei principi di proporzionalità e necessità, soprattutto alla luce della natura sensibile dei dati biometrici. In questo caso, la pressione politica e mediatica potrebbe spingere il Parlamento ad affrontare il tema in modo più strutturato, aprendo un confronto pubblico sulle condizioni di accettabilità sociale della sorveglianza biometrica.
In parallelo, il governo ha già manifestato l’intenzione di estendere l’uso del riconoscimento facciale ad altre forze di polizia in Inghilterra e Galles, trasformando Londra in un modello da replicare a livello nazionale. Proprio questa prospettiva rende la decisione dell’Alta Corte particolarmente rilevante: una pronuncia che imponga limiti stringenti nella capitale avrebbe effetti a cascata su tutto il Paese. In questo senso, il caso londinese non riguarda solo una città, ma il modo in cui il Regno Unito intende bilanciare sicurezza e diritti fondamentali nell’era dell’intelligenza artificiale.
Vivere a Londra sotto le telecamere: domande frequenti
Il riconoscimento facciale live è sempre attivo a Londra?
No, al momento viene utilizzato in operazioni specifiche e in determinate aree, ma il numero di interventi è cresciuto rapidamente negli ultimi anni.
La polizia conserva i volti di chi viene scansionato?
Secondo quanto dichiarato, i dati delle persone che non corrispondono alla watchlist vengono cancellati quasi immediatamente, ma il trattamento iniziale dei dati biometrici avviene comunque.
È legale essere scansionati senza consenso?
È proprio questo uno dei punti al centro del ricorso: la legittimità del trattamento dei dati biometrici nello spazio pubblico senza consenso esplicito è oggetto di valutazione giudiziaria.
Chi controlla l’uso di queste tecnologie?
Attualmente il controllo si basa su linee guida interne e sulla normativa generale in materia di protezione dei dati, con il ruolo di vigilanza dell’Information Commissioner’s Office.
Cosa potrebbe cambiare dopo la sentenza?
Potrebbero essere introdotti limiti più stringenti, una legge specifica o, in alternativa, una riduzione dell’uso del riconoscimento facciale live.
Le immagini utilizzate sono su Common free license o tutelate da copyright. È vietata la ripubblicazione, duplicazione e download senza il consenso dell’autore.
The post Londra e il riconoscimento facciale in tempo reale first appeared on Londra Da Vivere : il più grande portale degli italiani a Londra.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




