Il sospiro di noi né pro né contro il Corona paladino della libertà di informazione

C’è una cosa che ha accomunato, in questi mesi in cui l’Italia invece di Sanremo ha guardato un tizio su YouTube che racconta i fatti degli altri, la curva dei pro-Corona e quella degli anti-Corona, e quella cosa è il sospiro di noi nel mezzo.
Noi nel mezzo, che ci accada di osservare quelli che «vai Fabrizio, stai cambiando il mondo», o quelli che «state legittimando un criminale», noi nel mezzo, minoranza non tifosa, sospiriamo sempre le stesse due parolette: anche meno.
La minoranza è minoranza, appunto, e gli italiani sono perlopiù schierati, contro Corona o per Corona. Ma, quel che è più grave e che vale la pena indagare e provare a spiegare, e vediamo se riusciamo a farlo senza citare Gaber e Berlusconi, è che gli italiani sono tutti Fabrizio Corona.
Piccolo flashback, utile anche a pubblicare io i miei messaggi prima che lo facciano i Corona di turno. È la sera del 15 dicembre. Fabrizio Corona – per la curva a favore: il Pier Paolo Pasolini che questo secolo può permettersi; per la curva contraria: il capro espiatorio che questo secolo si è scelto; per noi nel mezzo: Howard Beale, e se non avete visto “Quinto potere” mollate immediatamente quest’articolo e andate a mettervi in pari – fa la sua prima uscita contro Alfonso Signorini e quel demi-monde lì.
Alle nove e quarantadue di sera del 15 dicembre, scrivo alla mia amica che meno capisce il mondo questo messaggio: «Il fatto che Corona dica queste robe e non venga giù tutto dimostra che è proprio tutto finito, ma soprattutto che, come ti dico da secoli, è finito il concetto di reputazione». Alle nove e quarantatré la mia amica, tenerella, risponde: «Corona non è esattamente uno cui la gente dà credito».
Avanzamento di sei settimane e i misuratori di credito sono saltati: l’isteria intorno a Corona sta dalle parti del culto della personalità che nella prima metà degli anni Novanta circondava i pubblici ministeri di Mani Pulite. Naturalmente, come sempre quando si tratta di televisione (cioè: di società dell’immagine) e di culto della personalità (cioè: di modalità irrazionali) non conta niente se quel che Corona dice sia vero o no.
(Non vale solo per Corona e non vale solo per la televisione: non importa granché cosa ci sia scritto nell’abbastanza micidiale articolo del New York Magazine sulla salute di Trump, tanto comunque la foto che hanno usato per illustrarlo è tutto quel che serve per la suggestione).
Tornando alle accuse di Corona: secondo me se anche fosse tutto vero sarebbe un grandissimo «’sti cazzi». Chi se ne importa se un ambiziosetto di provincia va a letto col conduttore d’un reality perché pensa che partecipare gli cambierà la vita? Certo che è grave se lo crede, in questo decennio, ma il problema non è chi ha accesso alle sue mutande, il problema è quale scuola dell’obbligo non ha redento il suo cervello.
Chi se ne importa se un miliardario che crediamo etero è invece gay, se una conduttrice che crediamo etero è invece lesbica, se un matrimonio tra gente nota è un’intesa tra adulti e non la trama di “Cime tempestose” – davvero, chi se ne importa? Siamo nel 2026, essere busoni è quanto mai alla moda, la comare Cozzolino (versione barbaradursiana della casalinga di Voghera) è più di mondo di Paolo Poli, nessuno si formalizza per la sessualità altrui: perché continuiamo a fingere che ci siano rivelazioni che possono danneggiare reputazioni, nelle notizie di letto di Tizio e di Caia?
Ed è qui che si arriva al vero nocciolo della questione, che è: hanno tutti torto. Accade sempre più spesso, nei dibattiti contemporanei, ma mai come questa volta hanno avuto tutti torto. Ha torto Fabrizio Corona, naturalmente, che pubblica messaggi privati. Non perché sia o non sia legale: ha torto come hanno torto da trent’anni tutti i giornalisti che lo fanno (avendo ottenuto quei messaggi dall’ambizione dei pubblici ministeri invece che da quella dei destinatari).
Hanno torto perché il contesto è importante, e se io dico che Tizio è un coglione in pubblico e se lo dico in privato le mie affermazioni hanno una valenza diversa. Certo, si può decidere che sia educativo far capire che le brutte parole non si dicono neanche in privato, se parliamo di bambini di otto anni.
Ma se parliamo di adulti, che sia la influencer che inveisce contro Mattarella con le sue amiche, o Alfonso Signorini che chiede a Tizio di fargli questo e quello, anche un cretino capisce che quelle robe non sono state scritte per il pubblico. Poi le leggiamo, certo, perché siamo impiccioni, ma gli ultimi a poter fare la morale a Corona sono quei giornalisti che negli anni si sono accaniti su messaggi privati altrui. E che, curiosamente, la morale sono i primi a fargliela.
Hanno torto Signorini e i suoi avvocati, che prima – mentre io mi chiedevo perché non denunciassero un simile sputtanamento, sei settimane fa – si fingono morti, andreottianamente convinti che una smentita sia una notizia data due volte. Poi, quando si rendono conto che il pubblico è fatto di comari che vogliono sapere da Corona ogni pruriginoso dettaglio, quando capiscono che «Corona non è uno cui la gente dà credito» era un’interpretazione non proprio a fuoco, vanno a chiedere un intervento urgente, neanche Corona fosse Cecilia Sala.
Ha torto il giudice, che inibisce a Corona la messa in onda d’un’altra puntata su Signorini, ma non dico che ha torto perché crea un precedente per cui si può ritenere diffamatorio qualcosa che ancora non è stato detto. Certo, anche quello è un problema. Ma, per me, è un problema minore rispetto a quello, d’immagine, che crea se passa la linea che i messaggi di Raul Bova li puoi pubblicare senza che nessun giudice ti dica niente, i messaggi di Fedez li puoi pubblicare senza interventi né urgenti né ordinari, ma se c’è di mezzo Mediaset, presto: provvedimento d’emergenza.
Può una delle più grandi aziende culturali italiane non avere ancora compreso che, se quello fa Masaniello, tu devi fare il re magnanimo, mica il malgoverno oppressivo?
Il giudice milanese è colpevole anche nei confronti di noialtri, pubblico pettegolo, che ci siamo a causa del suo provvedimento sorbiti una puntata in minorissimo di Corona, che ha dovuto allungare il brodo dilatando ancora di più le frasi, e ha fatto l’indignato perché, signora mia, nel mondo dello spettacolo son tutte disposte a darla per far carriera, finendo per risultare un Gianni Baget Bozzo coi tatuaggi.
C’è, nella puntata semivuota di “Falsissimo”, uno straziante Claudio Lippi che in un paio di punti rimette a posto il moralismo un tanto al chilo di Corona, rispondendo «saranno anche cazzi suoi» a non so più quale insinuazione sessuale, e soprattutto pittando un tentativo di Me Too con uno scambio che sembra uscito da una pièce di Yasmina Reza: «Però se l’è fatta» «È lei che si è fatta fare».
Hanno tutti torto, ma il giudice e Signorini hanno più torto di tutti, perché a una sola esca non dovevano abboccare come tonni, ed è quella cui hanno abboccato in pieno: fare di Corona un martire, un eroe, un paladino della libertà di informazione (che è il nome presentabile del concetto «diritto di farci i cazzi altrui»). Corona è lì che dice che il suo caso è come l’editto bulgaro, che lui è come Biagi, come Santoro, e non c’è nessuno a ridergli in faccia, un po’ perché il format non prevede contraddittorio, ma molto perché i fessi di Mediaset sono riusciti a passare da vittime a carnefici. Corona martire della libertà di informazione, e Fedez e Bova paladini della tolleranza. Bel capolavoro, Signorini.
Nota a margine. A un certo punto della puntata semivuota, parlando di uno che non so chi sia, Corona dice, trascrivo alla lettera: «Era il re del circolino, un po’ come la Soncini ora, un po’ come Marchetti, questi giornalisti radical chic woke che scrivono in modo che non si capisce un cazzo del giro» (anacoluti come nell’originale) (mi scuso con Corona che dovrà guglare «anacoluto»).
Ora. Due piccolissime cose. La prima è che immagino Corona, come in una scena di un film di Blake Edwards, strabuzzare gli occhi sul mio ultimo articolo che lo riguardava (Corona è evidentemente uno che ti legge solo quando parli di lui), e cercare disperatamente di catalogarlo: è a favore? È contro? Aldo Grasso si capisce che è contro, questa stronza fa apposta a scrivere difficile. È una grande scena di commedia, spero che qualcuno ne faccia qualcosa.
La seconda questione. A me piacerebbe sostenere che solo uno speciale analfabetismo può farti dire che sono woke (cioè: attenta a non ferire le minoranze con parole non concordate), può farti dire che sono radical chic (cioè: multimilionaria con idee d’estrema sinistra), può farti pensare ch’io somigli a Simone Marchetti, direttore di Vanity Fair, che m’è pure simpatico ma col quale ho in comune quanto con Branko o con Carlo Cracco.
Mi piacerebbe, ma la verità è che ogni giorno vedo accostamenti a casaccio fatti da gente che non distinguerebbe una pagina di Gadda da una di Natalia Ginzburg, e che in genere è andata a scuola più di Corona. Mi piacerebbe dire che solo Corona può essere così ciuco, ma la verità è che «radical chic» viene continuamente usato – da gente che diversamente da Corona è pagata per saper usare le parole – per definire insegnanti di Lettere col mutuo che portano avanti istanze estremiste quali «sarebbe meglio non sparare in faccia agli immigrati».
Il guaio che affligge noi nel mezzo è la consapevolezza che c’è in effetti qualcosa che abbiamo tutti quanti – io, Marchetti, Corona, Signorini: nessuno si senta escluso – in comune. Siamo dei miracolati che in un secolo di mediocri hanno ruoli che in tempi più esigenti si sarebbero solo potuti sognare.
In un secolo più esigente Corona avrebbe scaricato cassette della frutta, Marchetti avrebbe tenuto compagnia a qualche nobildonna annoiata, Signorini avrebbe lavato le scale, e io avrei cucito corredini per l’infanta di corte. È andata così: siamo arrivati molto dopo il crepuscolo degli dèi e il declino delle élite, e ora eccoci qui: siamo tutti Corona, nessuno si senta offeso.
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