Il trasformismo di Mbs sta spiazzando gli Stati Uniti

Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, ha deciso da tempo di sgusciare come un’anguilla tra le mani degli Stati Uniti e di terremotare gli equilibri del Medio Oriente con una sua specialità nella quale si sta dimostrando tanto spregiudicato quanto esperto: il cambio di rotta di 180 gradi. Nove anni fa, infatti, dopo avere conquistato i pieni poteri con un vero e proprio golpe di palazzo a Riyad, si era presentato come baricentro di una poderosa «trincea sunnita» contro l’Iran: ha così costruito una sorta di Nato del Golfo in funzione anti Pasdaran, ha fatto giustiziare il leader religioso sciita Nimr al Ninmr, ha rotto i rapporti diplomatici con Teheran e poi col Qatar e ha rafforzato al massimo l’alleanza interaraba contro i Fratelli Musulmani. Poi, tra il 2021 e il 2023 ha cambiato rotta, ha sterzato di 180 gradi e nel marzo 2023, con l’interessata mediazione della Cina, ha ripreso i rapporti diplomatici con gli ayatollah iraniani e ha addirittura accolto a Riyad con tutti gli onori nel novembre 2023 il presidente iraniano Ebrahim Raisi. Nel frattempo, nel dicembre 2022, ha stretto un partenariato strategico con la Cina, siglato a Riyad da Xi Jinping, col che ha mandato un messaggio pesante a Washington: se non accedete alle nostre pesanti richieste, noi usciamo dal campo occidentale di alleanze.
Negli ultimi mesi, infine, la svolta netta più clamorosa: bin Salman ha infatti incrinato l’alleanza storica dell’Arabia Saudita con gli Emirati Arabi Uniti, baricentro per trent’anni dell’assetto del Golfo, schierandosi con i loro avversari sia nei teatri di guerra nello Yemen, che in Sudan, che in Libia, e ha stretto un’alleanza militare con il Pakistan, unico paese islamico dotato di bomba atomica e con la Turchia.
Di fatto, ha così rotto la tradizionale trincea sunnita contro i Fratelli Musulmani e ora va addirittura a braccetto, innanzitutto in Siria, con un Recep Tayyip Erdogan che ambisce a essere riconosciuto come il leader mondiale della Fratellanza. Nel frattempo, mentre nel settembre 2023, stava per aderire agli Accordi di Abramo con Israele, che aveva sponsorizzato sin dal 2020, ora li boicotta, formalmente a causa della guerra di Gaza, in realtà perché intende tenersi le mani libere.
Questa spregiudicata linea ondivaga del reggente saudita imbarazza non poco gli Stati Uniti, abituati da 80 anni a una consonanza assoluta con la casa regnante degli al Saud, che faticano a comprenderne gli sviluppi, soprattutto per quanto riguarda la crisi di Gaza.
Di certo, è evidente che bin Salman non ha nessuna intenzione di avere alcun rapporto con Israele fino a quando al governo ci sarà Benjamin Netanyahu e questo non solo per ragioni di politica interna. Solo dopo una eventuale svolta di governo a Gerusalemme, con l’uscita dell’ultradestra suprematista ebraica, sarà infatti possibile per i sauditi davanti alla platea araba riprendere a tessere la tela degli Accordi di Abramo. Accordi, peraltro, sempre più necessari e non per ragioni astratte.
La firma del 27 gennaio del poderoso accordo di libero scambio tra Unione europea e India rende infatti indispensabile che il consistente flusso di merci per quasi 400 miliardi di dollari dell’import-export tra Europa e subcontinente indiano possa usufruire di nuove e possenti infrastrutture. Da qui, la firma di un protocollo nel settembre del 2023 per maxi-investimenti per centinaia di miliardi nella nuova Via del Cotone, volutamente alternativa e antagonista alla cinese Via della Seta. Siglato da Francia, Germania, Italia, India, Unione europea, Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, il progetto, chiamato Imec (India Middle East Europe Economic Corridor) intende tagliare del 40% i tempi per il trasporto merci costruendo grandi e nuovi raccordi ferroviari che attraversino la penisola arabica sfociando in Israele e in Giordania e grandi porti in India, nel Golfo Arabico e, appunto in Israele e Giordania. Attraverso questo nuovo, enorme e modernissimo corridoio verranno trasportate nei due sensi non solo merci, ma anche idrogeno verde, e verranno stesi cavi sottomarini per la trasmissione di dati e di energia elettrica.
È ovvio, però, che per la piena realizzazione di questo mega progetto sarà indispensabile la soluzione e la pacificazione della crisi israelo-palestinese, elemento chiarissimo a Donald Trump e molto meno all’attuale governo israeliano. Da qui, le pressioni di Washington sul recalcitrante esecutivo Netanyahu e anche le ultime, eterodosse, mosse di bin Salman e il suo nuovo asse con Erdogan.
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