Piersanti Mattarella, lo Stato, la mafia e l’assassinio che cambiò l’Italia

“Chiesero un giorno a Stephen King: «Maestro, ma si può scrivere un romanzo horror di una sola riga?». E lui rispose: «Certo». Citando Frederic Brown: «L’ultimo uomo sulla Terra sedeva da solo in una stanza. Ci fu un bussare alla porta…». Se un giorno dovessero chiedere a uno storico di sintetizzare la storia d’Italia dell’ultimo mezzo secolo – la sua dimensione horror e grottesca insieme, la violenza che la attraversa, i misteri che non trovano mai soluzione – la risposta potrebbe essere altrettanto breve. «Maestro, si può raccontare l’Italia contemporanea in una frase?». «Sì. Eccola: dopo 46 anni, il primo degli italiani non sa chi gli ha ucciso il fratello»”.
Inizia così l’articolo di Giacomo Di Girolamo, direttore di Tp24, uscito oggi per Linkiesta. Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana fu assassinato il 6 gennaio 1980 a Palermo mentre stava andando a messa con la famiglia. Un delitto mafioso, compiuto in pieno giorno davanti a testimoni, che segnò una stagione di violenza. Un omicidio politico-mafioso, come stabilito dalle sentenze, ma ancora senza una verità giudiziaria completa e senza colpevoli definitivi.
“Piersanti Mattarella – prosegue DI Girolamo – non era un corpo estraneo al sistema di potere siciliano: ne faceva parte, ma cercava di scardinarlo dall’interno. Democristiano anomalo, riformista, ispirato all’esperienza di Aldo Moro, aveva dichiarato guerra alla gestione clientelare della Regione, alle collusioni, agli appalti come moneta di scambio. Aveva provato a rendere «normale» la Sicilia. Ed è forse questo, più di ogni altra cosa, che non gli fu perdonato. Oggi, 46 anni dopo, suo fratello Sergio Mattarella è il Capo dello Stato. Il garante della Costituzione. Il primo giudice d’Italia. E non sa chi ha ucciso suo fratello”.
L’articolo entra poi nell’intreccio tra la cronaca e la storia politica. “Un delitto perfetto. Un delitto italiano. Un presepe tragico che abbiamo allestito con cura negli anni, riempiendolo di figure comode: coppole, lupare, padrini, la mafia come folclore criminale periferico. Tutto pur di distogliere lo sguardo dal centro della scena, da ciò che stava davvero accadendo. Abbiamo raccontato l’omicidio Mattarella come una storia siciliana per non doverlo riconoscere come una storia nazionale. Abbiamo spostato il problema a Sud per non nominarlo a Roma. E invece in quell’auto crivellata di colpi c’è molto più della mafia. C’è lo Stato che arretra, che devia, che protegge sé stesso. C’è la Repubblica che elimina chi prova a riformarla. C’è il grande inganno: far credere che il male sia sempre altrove, mai nei palazzi, mai nei salotti buoni, mai nei gangli profondi del potere”.
Un altro grande affresco di quegli anni è tracciato da Enrico Deaglio. Per lui gli anni Ottanta italiani si aprirono con la strage di Bologna e si chiusero con la fine del Novecento. Tra questi due estremi, il Paese visse un decennio di violenza diffusa e di profonda trasformazione: terrorismo, mafia, omicidi eccellenti e uno Stato spesso assente convivevano con l’euforia del benessere, la televisione di massa, il culto del successo e l’ascesa di nuovi protagonisti economici. Mentre il Nord prospera e il Sud diventa laboratorio di un capitalismo criminale, l’Italia smette di credere nella politica e si affida allo spettacolo. C’era una volta in Italia di Enrico Deaglio racconta gli anni Ottanta come una “guerra civile non riconosciuta”, un grande romanzo collettivo in cui cronaca, cultura pop e Storia si intrecciano.
Il libro uscito nel dicembre di quest’anno, inizia con una storia che cambierà l’Italia e l’autore dedica uno spazio rilevante al fatto di cronaca. Il docufilm Magma. Mattarella, il delitto perfetto, scritto e diretto da Giorgia Furlan, riapre una delle ferite più oscure della storia repubblicana italiana: l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, assassinato il 6 gennaio 1980 a Palermo. Il film ricostruisce il contesto politico, mafioso e istituzionale di quegli anni, mostrando come attorno a Mattarella si fosse creata un’“aura di morte” già prima dell’agguato. In particolare emerge un incontro riservato avvenuto a Roma tra Mattarella e il ministro dell’Interno Virginio Rognoni, dopo il quale il presidente siciliano confidò ai suoi collaboratori di temere per la propria vita non per il terrorismo, ma per qualcosa di più profondo e radicato in Sicilia. Un timore che si rivelerà fondato.
La mattina dell’Epifania del 1980, mentre l’Italia è distratta dalla festa e dall’attesa televisiva di Fantastico, Mattarella viene ucciso sotto casa, in via della Libertà, davanti alla moglie, alla figlia e alla suocera. Due killer entrano in azione in pochi secondi: il primo spara al guidatore, l’arma si inceppa, il complice ne fornisce un’altra e l’esecuzione viene completata dal finestrino posteriore. Mattarella muore sul sedile della sua auto; la moglie resta ferita, la figlia e la suocera illese. La scena viene immortalata da due fotografi del quotidiano L’Ora: uno scatto che diventerà una delle immagini simbolo della violenza politica italiana.
L’omicidio scuote profondamente la Sicilia e l’intero Paese. Mattarella è considerato l’erede politico di Aldo Moro e rappresenta una linea di rigore morale e amministrativo: aveva bloccato appalti, contrastato il sistema clientelare, messo in discussione il “blocco edilizio mafioso” e cercato di imporre legalità nella gestione regionale. Subito dopo il delitto, però, si afferma una versione rassicurante: si parla di terrorismo, non di mafia. Anche ai funerali, celebrati in una Palermo paralizzata dallo sgomento, la parola “mafia” non viene pronunciata apertamente.
Negli anni successivi, le indagini si intrecciano con depistaggi, silenzi e protezioni. Il nome del killer emerge presto: Valerio Fioravanti, esponente dell’eversione neofascista. La vedova di Mattarella riconosce in una foto lo sguardo dell’assassino; alcune confessioni e testimonianze lo collocano a Palermo nei giorni dell’omicidio. Tuttavia, le inchieste si fermano, il pool antimafia viene smantellato, Giovanni Falcone viene isolato, e Fioravanti e il suo complice vengono assolti per questo delitto, mentre vengono condannati i mandanti mafiosi.
Il quadro che emerge – e che Magma rende esplicito – è quello di un delitto di mafia eseguito da terroristi neri, nel contesto di un sistema di potere che coinvolge Cosa nostra, politica nazionale e grandi interessi economici. Le dichiarazioni del pentito Marino Mannoia, raccolte anni dopo, rafforzano questa lettura: Mattarella dava fastidio perché non accettava compromessi, e per questo doveva essere fermato.
Con il tempo, sull’omicidio cala un silenzio quasi totale. Non se ne parla più, nemmeno quando il fratello Sergio Mattarella diventa Presidente della Repubblica. Il film di Giorgia Furlan rompe finalmente questa rimozione collettiva, restituendo all’omicidio Mattarella il suo significato storico: non un fatto isolato, ma un nodo centrale degli anni Ottanta, in cui mafia, politica e violenza si saldarono in modo tragico e definitivo.
Magma a Materia con la regista Furlan
Il docufilm aprirà il programma del 2026 degli eventi a Materia. Proietteremo Magma con la partecipazione della regista Giorgia Furlan. Non è più possibile prenotare posti perché da giorni siamo al completo.
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