Quando il viaggio insegna a salutare: gli ultimi giorni in India tra consapevolezza ed emozioni

Volge al termine il viaggio del gruppo di volontari di Adozioni India, associazione del territorio varesino impegnata da anni nelle adozioni a distanza e nei progetti educativi in India. Un viaggio che li ha portati a Vijayawada, nello Stato dell’Andhra Pradesh, per incontrare i bambini sostenuti a distanza e visitare scuole e villaggi della periferia.
Qui il racconto di Federico Cavana
Il momento della partenza si avvicina e tutto, improvvisamente, cambia ritmo.
Gli sguardi diventano più intensi, gli abbracci più lunghi, le strette di mano più forti.
Anche i sorrisi sembrano dire qualcosa di diverso: raccontano la consapevolezza che nulla, nemmeno le esperienze più autentiche, dura per sempre.
E’ una sensazione che accompagna gli ultimi giorni di viaggio in India, quando il tempo sembra accelerare proprio mentre si vorrebbe fermarlo.
Le cose da fare, da dire, da vivere sono ancora tante, ma le ore a disposizione diminuiscono. E’ il prezzo delle esperienze vissute con il cuore: arrivano in profondità e lasciano il segno.

Il viaggio volge al termine, ma chiamarlo “fine” sembra riduttivo.
C’è il desiderio di pensare a un arrivederci, anche se la realtà invita alla prudenza.
Non sempre la vita permette di tornare nei luoghi che ci hanno cambiato.
Per questo, forse, l’unica scelta possibile è vivere intensamente ciò che resta, senza rimandare nulla.
Gli ultimi giorni sono dedicati alle visite nelle scuole per ragazzi ciechi, sordomuti e con disturbi mentali.
Un programma che porta con sé un’ironia amara: proprio quando si sente il bisogno di dare ancora di più, ci si confronta con persone che non possono vedere, sentire o comprendere pienamente la presenza di chi è accanto a loro.

Eppure, l’impatto emotivo è devastante.
Le lacrime arrivano senza preavviso, pesanti, difficili da trattenere.
A volte si piange in silenzio, lontano dagli sguardi, perché ciò che emerge è troppo grande per essere condiviso a parole.
Quelle emozioni portano con sé ricordi, esperienze passate, domande irrisolte.
Amplificate dal luogo, dai volti incontrati, dalla consapevolezza che, ovunque nel mondo, esistono fragilità che non possono essere risolte, ma solo accompagnate.
In quei momenti si comprende che non sempre aiutare significa “fare”.
A volte vuol dire restare. Condividere il tempo. Stringere una mano. Essere presenti, anche nel silenzio.

Arrivare a fine giornata sereni non è semplice.
Dentro c’è gratitudine, ma anche un carico di pensieri che richiede tempo per essere elaborato.
Perché la fine di un’esperienza è soprattutto questo: fare i conti con ciò che ci ha trasformati, nel bene e nel dolore.
Con il passare dei giorni si accumulano immagini, storie, volti.
Si ride, si piange, si ascolta.
Si entra in contatto con realtà lontane culturalmente, difficili da immaginare, che però trovano spazio sotto la pelle e non se ne vanno più.
Restano, perché si sceglie di custodirle.
Il tempo scorre, i ricordi rimangono.
E mentre l’ansia della partenza si mescola alla gioia per ciò che è stato vissuto, emerge una certezza: tutto questo continuerà a vivere nelle scelte future, nel modo di guardare gli altri, nel tentativo quotidiano di diventare una versione migliore di sé stessi.
Per sé, per gli altri.
E per l’India, che ha insegnato ancora una volta il valore dell’essenziale.
Testo ed immagini di Cavana Federico
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