La politica della cultura vegana, e le radici della sua demonizzazione

Più avanti in questo saggio avremo modo di accennare al simpatico caso di Giuseppe Cruciani e del suo libro I fasciovegani – laddove per “simpatico” intendo il grado di simpatia di una colite. Per ora limitiamoci a prendere a prestito il suo epiteto per riflettere sulla sua implicazione ideologica, che – almeno guardando alle statistiche – sembrerebbe in contraddizione con la demografia della comunità veg*. Ovvero: i veg* sarebbero tendenzialmente di destra, e non tendenzialmente di sinistra come ci mostrano i sondaggi. È chiaro che, piuttosto che a Cruciani, sarebbe più interessante, e senza dubbio più divertente, porre la domanda a Giorgio Gaber: il veg*ismo è di destra o di sinistra? C’è stato un periodo, ai tempi dell’università, in cui, assieme ad altri amici attivisti, avevo provato a stilare una lista in chiave animalista nello stile di Destra-sinistra, l’argutissimo brano del grande e compianto cantautore milanese. Ho perso quelle pagine, purtroppo, ma ricordo nitidamente che avevamo messo la caccia a destra e la pesca a sinistra, la pelliccia a destra e il giubbotto di pelle a sinistra, Re Leone a destra e Bambi a sinistra, il seitan a destra e il tofu a sinistra, e via così. Mi piacerebbe ritrovare quei fogli e rianalizzarli con l’occhio un po’ più esperto di oggidì, ma devo dire che cose come il dualismo caccia-pesca le riconfermerei in toto. La caccia è effettivamente un patrimonio culturale delle destre: il culto delle armi, le metafore e l’abbigliamento militari, i riferimenti alle tradizioni aristocratiche, l’intrinseco machismo… E allo stesso tempo, la pesca, in quella sua parvenza rilassata, pacifica (pacifica un corno, naturalmente, non è che infilzare un animale per la bocca e farlo agonizzare per ore faccia tanto più Gino Strada di abbatterlo con un fucile), quell’abbigliamento più modesto, e anche il fatto che chi la pratica sia meno avvezzo a metafore ed espressioni belliche, ne fanno senz’altro un’attività più sinistrorsa. Almeno nel senso storico che abbiamo attribuito a questi termini per tanti anni.
Ma non divaghiamo e torniamo agli aspetti meramente sociali e politici del veg*ismo in quanto tale. Checché ne dicano i “crucianidi” della situazione (e sono tanti!), il fatto che la comunità veg* tenda a essere composta, per una maggioranza significativa, da soggetti di sesso femminile, liberal, più istruiti, laici e atei, urbani, non può essere liquidato come una coincidenza o un’informazione irrilevante. Ovviamente ci deve essere qualche caratteristica, inerente alla natura culturale del fenomeno, che rende il veganismo un movimento ideologicamente attivo, e con ogni probabilità proteso verso strati tendenzialmente più progressisti, razionali, egualitari della società.
L’attivista antispecista Catharine Grant si chiede anche se non sia qui il caso di aggiungere un ulteriore strato, ovvero quella particolare porzione di classe medio-alta che, per riprendere le riflessioni del sociologo David Nibert, non ha bisogno di concentrarsi sulla propria sopravvivenza e può invece permettersi di prendersi cura del benessere di un gruppo oppresso a cui non necessariamente appartiene (la cosa un po’ si ricollega alla dimensione radical-chic del movimento dello slow food e del cibo biologico). In effetti, come sostiene Grant, uno degli argomenti più delicati nel dibattito sui diritti degli animali è se sia giusto o meno criticare quelle classi sociali, o intere culture che, sì, praticano forme estese e/o estreme di sfruttamento degli animali, ma lo fanno perché la loro stessa sopravvivenza dipende da quello sfruttamento. Poi dall’altro lato – e per rendere le cose ancora più complicate – ci sono statistiche come quella curata dall’istituto Harris Poll nel 2015 che indicano che, almeno negli Stati Uniti, le persone con un reddito familiare inferiore alla media hanno maggiori probabilità di essere veg* rispetto alle persone con un reddito più elevato. E questo si sposa meglio con la nostra memoria storica di un paese che, soprattutto negli anni delle due guerre mondiali e in quelli immediatamente successivi, aveva un accesso davvero sporadico alla carne e ad altri beni considerati di lusso. Per ragioni anagrafiche ho due genitori che quegli anni li hanno vissuti, nonostante fossero solo fanciulli all’epoca. L’eccezionalità della carne, e il fatto che alla fine la si mangiasse solo nelle occasioni importanti e festose, si è talmente radicata in loro che, per esempio, mia madre, che pure ho indottrinato fino all’esasperazione in materia di veg*ismo e diritti animali, avverte un bisogno che non posso definire altrimenti se non atavico, di preparare carne o pesce quando riceve ospiti. Proprio non ce la fa a offrirgli solo un pasto veg. Solo di recente, dinnanzi a certi miei aut-aut piuttosto severi e perentori, ha cominciato a non prepararla almeno quando tra gli ospiti ci sono io. Altrimenti, la norma era carne per tutti e piatto speciale per me.
L’aspetto di questi dati che, a mio avviso, non ha bisogno di essere supportato da ulteriori ricerche è quello che mostra una forte connessione tra il movimento veg* (in particolare quello etico, motivato da animalismo) e il genere femminile. Questo aspetto, ormai, può essere accettato come un dato di fatto, grazie alle robuste prove e argomentazioni fornite dagli studiosi più eminenti di quest’area di ricerca (in particolare a partire da Carol Adams, il classico di questa speciale categoria, e proseguendo con la citata Wright, che conia l’espressione “vegan studies” e associa la sua epistemologia a quella dell’ecofemminismo). Non vi è ombra di dubbio – lo confermo anch’io – che le donne mostrino maggiore sensibilità verso questi temi.
Poiché non ritengo di avere nulla da aggiungere o da togliere ai trattati di queste illustri colleghe, procederò discutendo più da vicino gli aspetti politici e religiosi della questione. Un argomento preliminare, a questo riguardo, potrebbe essere che una lettura marxista della condizione animale avrebbe perfettamente senso, una volta che si considerino gli animali non umani come un gruppo oppresso e abusato (numeri alla mano, il gruppo più abusato di ogni società ed epoca, senza tema di smentita), la crisi ecologica e il cambiamento climatico come direttamente connessi al capitalismo più selvaggio, l’aumento del consumo di carne come processo di “mercificazione”, e così via. Non a caso, proprio il paese che recentemente ha messo in atto una svolta sempre più capitalistica nella propria economia, la Cina, è quello che ha registrato il maggiore aumento del consumo di carne (secondo uno studio specifico di Janet Larsen del 2012).
In secondo luogo, potremmo istintivamente e in base al buon senso percepire che, sì, il veg*ismo è probabilmente un tipo di movimento di sinistra, potremmo aver incontrato più veg* liberali che conservatori, potremmo aver visto più conoscenze di destra, appunto, andare a caccia o reiterare la retorica che “i veri uomini mangiano bistecche”, e così via. Non che il buon senso debba legittimare conclusioni a livello di ricerca, sia chiaro, ma non sarebbe un reato aggiungere questo particolare ingrediente al calderone di riflessioni che stiamo conducendo qui.
In terzo luogo, c’è un altro dato interessante che arriva sempre dallo Humane Research Council (2014). Nel sondaggio che abbiamo già menzionato, i veg* sarebbero per il 52% di opinioni liberali e di sinistra, per il 14% conservatori e per il 34% neutrali. Ciò che è molto interessante, però, è incrociare questa tabella con quella analoga, fornita nell’indagine, che riguarda invece gli ex veg*. La differenza è piuttosto notevole, perché ora abbiamo il 39% di liberals, il 21% di conservatori e il 41% di neutrali. Si tratta di un cambiamento significativo che ci suggerisce che i liberali hanno meno probabilità di rivedere la propria scelta, mentre i conservatori e i neutrali sono più propensi a farlo. Anche questo può essere letto come una forma di affinità ideologica ed etica tra veg*ismo e politica di sinistra. E, più in generale, che chi sceglie la strada del veg*ismo per ragioni etiche ha molte più possibilità di mantenere questo stile di vita di chi ci prova solo per ragioni salutiste
D’altro canto, se guardiamo alla scena politica di molti paesi – e questa volta intendo “politica” nel senso moderno dei partiti, dei governi ecc. – le cose si fanno molto più annebbiate. Innanzitutto, e salvo pochissime eccezioni, non esiste un grande partito politico al mondo che abbia assunto una posizione netta e solida sull’intera etica veg*, in particolare quando si tratta di diritti degli animali. Numerosi partiti hanno nella loro agenda la tutela dell’ambiente e il cambiamento climatico, ma miracolosamente riescono a ignorare il drammatico impatto dell’industria della carne su questi temi e preferiscono affrontare soluzioni sì virtuose ma a impatto molto più ridotto come la raccolta differenziata dei rifiuti. Ciò che può essere notato più nitidamente è l’effettiva assenza degli animali non umani dal discorso politico sia globale che locale, e questo, ahimè, vale sia per le aree liberali che per quelle conservatrici (oltre a ogni sfumatura che esiste tra e al di là di esse). Una spiegazione cinica a questo risiede nel fatto che, banalmente, gli animali non umani non votano, mentre cacciatori, macellai, agricoltori, produttori di cosmetici lo fanno, e sono comunque in percentuale molto maggiore rispetto ai veg*, agli animalisti, ai produttori di alimenti vegani, e affini.
Di tanto in tanto qualche partito per i “diritti degli animali” spunta. Ne sono stati istituiti in stati come i Paesi Bassi, la Spagna, l’Italia, la Germania, il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada, la Danimarca, il Portogallo, la Svizzera e ancora altrove, ma rimangono tutti piccoli gruppi che operano al di fuori dei canali di comunicazione più popolari e, il più delle volte, anche al di fuori del parlamento, visto che di voti ne prendono sempre pochissimi. Quando rimangono, perché hanno anche la tendenza a sciogliersi dopo una singola tornata elettorale. Inoltre, tornando al nostro problema, questi partiti sembrano anche operare all’interno di un’area ideologica estranea alle tradizionali distinzioni sinistra-destra, liberal-conservatore. Quando lo fanno, le associazioni sono ambivalenti: per esempio, mentre il Partido Animalista Contra el Maltrato Animal non si identifica nella parte sinistra dello spettro politico spagnolo, il Movimento Animalista italiano è una derivazione del partito di destra Forza Italia di Silvio Berlusconi, e così via.
Inoltre, e non marginalmente, esiste una certa tendenza, intenzionale o no, da parte di attivisti politici di diverso tipo, a liquidare il veg*ismo come qualcosa di altro rispetto a un discorso politico. In fondo, il suggerimento implicito è che l’attivismo veg*, in particolare quando esplicitamente associato all’animalismo, non sia abbastanza serio da competere con questioni politiche più tradizionali. Non a caso, un classico commento che i carnisti infliggono agli animalisti è quella perla del benaltrismo che è “ma perché non ti interessi ai problemi reali?”.
Infine, quando si tratta di personalità pubbliche con un’identità politica distinta e dichiarata che hanno sostenuto la causa del veg*ismo e/o dei diritti degli animali, troviamo un panorama molto eterogeneo che va da figure esplicitamente di sinistra come Joaquin Phoenix, fino a quelle pseudo-fasciste come Brigitte Bardot, più tutto quello che c’è in mezzo, compreso lo stuolo di VIP e aspiranti VIP che sembrano evitare accuratamente ogni singolo gesto che possa rischiare di essere interpretato come “politico”. E la situazione non cambia nemmeno in Italia, se è vero che da un lato abbiamo figure illuminate e progressiste come la scienziata Margherita Hack e il vignettista Bruno Bozzetto, e dall’altro il sommozzatore Enzo Maiorca (che è stato candidato nelle file del MSI e poi di AN) e il cantante Adriano Celentano, che negli anni è stato vicino alla Lega, a Fratelli d’Italia e ad altre forze ben più orientate a destra. In questo senso particolare, quindi, ritengo che possa essere un esercizio interessante approfondire la questione e affrontare il rapporto tra veg*ismo e ideologie politiche in modi che non siano solo basati su dati statistici, ma che includano anche elementi di analisi del discorso e, nuovamente, di semiotica. Come diceva Umberto Eco, le parole, i segni, il linguaggio “ci mostrano l’universo delle ideologie”.
Tratto da “Anche Hitler era vegano”, di Dario Martinelli, ed. Mimesis Edizioni, pp. 41, 17,10€
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