Le ragioni della sinistra per il Sì al referendum

Provo qui a spiegare le ragioni di lungo periodo del Sì di sinistra, quello che con Libertà Eguale illustreremo oggi a Firenze, a partire da ciò che ho vissuto personalmente, sotto forma di percorso esistenziale in tre tappe.
Il primo aprile del 1990 fui chiamato dal professor Augusto Barbera, conosciuto nei mesi precedenti nella preparazione dei quesiti referendari in materia elettorale, a lavorare con lui, che presiedeva la Commissione bicamerale per le Questioni regionali. Qualche mese prima era diventata operativa la riforma Vassalli del nuovo codice di tipo accusatorio e un po’ tutti, in modo consensuale, a partire da Barbera medesimo, ma anche nel Partito socialista e nella Democrazia cristiana, parlavano del necessario corollario della separazione delle carriere tra accusatori, ossia avvocati dell’accusa contrapposti agli avvocati della difesa, e giudici, compresa la separazione dell’unico Csm, senza la quale il modello è incompleto dal vertice, perché consente le interferenze reciproche sulle carriere altrui.
Ma quella legislatura ebbe a che fare con le conseguenze della caduta del Muro di Berlino e quindi con il necessario riassetto del sistema dei partiti, anche con la modifica delle leggi elettorali. Nessuno spazio, quindi, per il completamento costituzionale della riforma.
Le due successive legislature, 1992-1994 e 1994-1996, furono troppo corte per porsi effettivamente il problema di riforme costituzionali, nonostante, nella prima di esse, la nascita della Commissione De Mita-Jotti, che aveva anche quel tema all’ordine del giorno.
Nella legislatura 1996-2001 mi è capitato di collaborare con vari parlamentari di centrosinistra, quelli più attivi in materia di istituzioni nella Commissione D’Alema e poi, in seguito, nelle Commissioni Affari costituzionali, dopo il venir meno della stessa. Questa è sostanzialmente la radiografia delle posizioni di allora nel centrosinistra: il partito più grande, gli allora Ds, era diviso sul tema, ma con almeno tre aree pro separazione, ossia in blocco la componente migliorista di Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso, parte degli occhettiani (Claudio Petruccioli e Claudia Mancina) e parte della sinistra interna (Cesare Salvi).
Il Ppi era favorevole alla separazione e cercava di farla passare anche con proposte di mediazione (come la divisione di un unico Csm in due sezioni); erano favorevoli senza riserve socialisti e radicali; era favorevole anche una componente dei Verdi (ed anche per questo era stato scelto come relatore sulla giustizia alla Bicamerale Marco Boato); Rifondazione era divisa, con Giuliano Pisapia favorevole.
La Commissione D’Alema poi cadde, anche per la difficoltà a proseguire su quel terreno, in un clima di scontro tra i pm milanesi e Silvio Berlusconi, ma i due schieramenti vollero comunque, nel 1999, modificare insieme l’articolo 111 della Costituzione, grazie in particolare al lavoro di Cesare Salvi e di Marcello Pera, inserendovi un punto che alludeva esplicitamente alla futura separazione delle carriere, di cui quella riforma voleva essere una parziale anteprima. Recita infatti il nuovo articolo 111 oggi vigente: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale».
Sono tornato a occuparmi poi della materia da una seconda, diversa angolatura, quella direttamente parlamentare e non di collaboratore di parlamentari, al Senato dal 2008 al 2013 e alla Camera dal 2018 al 2022. Tra le decisioni più delicate che prende un parlamentare c’è quella relativa all’autorizzazione all’arresto di propri colleghi.
Valutando attentamente tali richieste, in alcuni casi le ho trovate motivate e ho votato a favore e in altre no, votando contro, ricorrendo in tali casi alla nota dottrina del fumus persecutionis dell’accusatore nei confronti del parlamentare accusato. Ho provato, insieme ad altri, a informarmi poi dell’eventuale seguito di tali decisioni e, con mio grande stupore, tranne credo in un solo caso, gli accusatori coinvolti, criticati solennemente da un voto parlamentare, non hanno subito alcuna conseguenza disciplinare.
Per carità: non che ci dovesse essere un automatismo, le Camere non sono certo infallibili. Eppure stupisce che, rispetto a vari dinieghi in nome del fumus persecutionis, non accadesse quasi mai alcunché. Per di più, se questo accadeva nei confronti dei parlamentari, cosa era lecito aspettarsi per errori di valutazione nei confronti di singoli cittadini, privi di analoghe pubblicità come un voto solenne dell’Aula con dibattito annesso?
Per queste ragioni cominciò proprio nei nostri ambienti parlamentari di centrosinistra l’idea di una Corte disciplinare autonoma a cui devolvere tale competenza. Proposta che ottenne un consenso così ampio e permanente da ritrovarsi ancora nel programma elettorale del Pd del 2022: «Proponiamo di istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta Corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate».
Quando si ribatte quindi che non serve una riforma costituzionale, il Pd sta regredendo persino rispetto al 2022 e non solo alle più lontane radici dell’Ulivo e della nascita del Pd o alla mozione Martina del 2019, che comprendeva la separazione. È un intero arco di 25 anni che viene negato con la scelta del No.
Ho quindi avuto, nella legislatura intermedia tra le due esperienze parlamentari, 2013-2018, una terza, diversa esperienza, con l’onore di essere nominato dal ministro Andrea Orlando componente di una commissione sulla riforma elettorale del Csm, dove ho rilanciato la proposta di un’elezione dei componenti togati del Csm sulla base di collegi uninominali, ossia su base di scelta di persone, sganciata almeno in parte da logiche correntizie.
Tale proposta fu però contrastata e bocciata dai magistrati, proprio perché metteva in discussione le correnti. C’è quindi da stupirsi se, rifiutate per tempo soluzioni ragionevoli, si sia andati poi verso la soluzione più drastica e meno convincente del sorteggio? Meno convincente dei collegi uninominali, ma comunque, pur nella sua rozzezza, migliorativa dello status quo affidato alle correnti.
Con la descrizione di questi tre passaggi esistenziali, che spiegano le ragioni di fondo di un Sì di sinistra, non maturato individualmente ma nella rete associativa di Libertà Eguale, potrei in fondo anche concludere. Ma forse, in vista dell’appuntamento di lunedì, vale la pena di fare anche una piccola chiosa al testo e alle sue critiche.
Le due critiche principali, peraltro opposte tra di loro e quindi difficilmente sostenibili in contemporanea, ossia quella di creare un presunto controllo del Governo sui magistrati e quella di creare un super pm, sono in realtà rivolte al nuovo processo di tipo accusatorio e non alla riforma costituzionale. Provano quindi troppo.
Bisognerebbe forse tornare, secondo questi critici, al processo inquisitorio? Quando, infatti, si chiede loro di precisare in quali punti del testo si potrebbero prospettare questi pericoli, si ottengono risposte che palesemente eccedono i contenuti del testo.
Secondo la prima tesi, il controllo del Governo si potrebbe realizzare con lo sdoppiamento del Csm. Ma è possibile immaginare una separazione delle carriere che mantenga una loro commistione in un unico organo amministrativo? E perché due organi dovrebbero essere più controllabili di uno, se in entrambi è assicurata una solida maggioranza di due terzi proveniente, rispettivamente, dai pm e dai giudici?
Quanto alla seconda, e opposta tesi, la solitudine del pm, che diventerebbe per questo onnipotente, la solitudine dipende strettamente dal nuovo codice di tipo accusatorio, di cui la riforma trae solo alcune conseguenze ulteriori, peraltro praticate in quasi tutte le democrazie consolidate.
Che poi, per irridere alla separazione, qualcuno abbia sostenuto la tesi, ignota nel mondo, che una volta separati accusatori e giudici bisognerebbe separare tutto, giudici di primo grado da quelli di appello e dalla Cassazione, è un indicatore della difficoltà di opporsi con sensatezza nel merito.
La sinistra che vota Sì si dà appuntamento a Firenze lunedì 12 gennaio 2026, dalle 16.00 alle 19.00, presso la Palazzina Reale di Firenze Santa Maria Novella. L’incontro sarà trasmesso in diretta su Radio Radicale.
I saluti iniziali saranno affidati ad Anna Bucciarelli, di Libertà Eguale Toscana. Introduce e presiede Carlo Fusaro, presidente del Comitato scientifico di Libertà Eguale.
Intervengono Augusto Barbera ed Enzo Bianco, insieme ad Anna Paola Concia, Marilisa D’Amico, Benedetto Della Vedova, Claudia Mancina, Tommaso Nannicini, Raffaella Paita, Giovanni Pellegrino, Claudio Petruccioli e Cesare Salvi. Interverrà con un messaggio Pina Picierno.
Dialogheranno con i relatori Enrico Costa, il vicepresidente della Fondazione Avvocatura Italiana Vittorio Minervini, il presidente delle Camere penali Francesco Petrelli e il direttore della rivista «Diritto di Difesa» Vittorio Manes.
Le conclusioni saranno affidate a Stefano Ceccanti ed Enrico Morando, vicepresidente e presidente di Libertà Eguale.
Aderiscono: Silvana Agueci, Calogero Jonathan Amato, Francesco Armillei, Alberto Bianchi, Nando Bartolomei, Raffaele Bianco, Ranieri Bizzarri, Antonio Bompani, Manuela Bonafaccia, Francesco Bonazzi, Giammarco Brenelli, Michele Bromo, Pietro Bussolati, Marco Campione, Sandro Canaccini, Federico Cancarini, Francesco Carbini, Luca Cassiani, Massimo Castelli, Patrizia Centi, Claudio Colombatti, Giovanni Cominelli, Sandro Corsi, Giuseppe Crippa, Salvatore Curreri, Lea D’Antone, Maurizio Del Conte, Danilo Di Matteo, Luca Diotallevi, Michele Drosi, Antonio Duva, Roberta Elmadhi, Stefano Esposito, Paolo Fantacci, Gino Fantozzi, Valeria Fargion, Riccardo Fatarella, Emma Fattorini, Francesco Favi, Giada Fazzalari, Carlo Fusi, Renato Galeazzi, Gilberto Gasparini, Alessandro Gerardi, Vinicio Giaconi, Paolo Giaretta, Pietro Giordano, Giampaolo Gorini, Angelica Guidi, Cesare Loizzo, Franco Lucia, Michele Magno, Armando Malta, Adelmo Manna, Alessandro Maran, Marco Matteini, Mauro Mazza (Bergamo), Francesco Merlo (Firenze), Francesco Miglio, Claudio Moscardelli, Magda Negri, Orazio Niceforo, Gianpietro Olivari, Mario Oliverio, Giorgio Panizzi, Susanna Panzieri, Domenico Pernice, Antonio Preiti, Salvatore Prisco, Erminio Quartiani, Umberto Ranieri, Mario Rodriguez, Andrea Romano, Michele Salvati, Elina Sansoni Pellegrini, Valerio Sanzotta, Alessandro Sterpa, Marco Talini, Francesco Tempestini, Chicco Testa, Adriana Toman, Giorgio Tonini, Francesco Tortorella, Massimo Ungaro, Marco Valerii, Gianna Veri, Marcella Zappaterra, Roberto Zucca.
L'articolo Le ragioni della sinistra per il Sì al referendum proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




